Libri volanti #3 – Il fuorigioco mi sta antipatico

di Silvano Calzini 9788872269596_0_0_300_75

Calcisticamente parlando il 1970 è stato un anno memorabile. A fine aprile il Cagliari di Gigi Riva vince il campionato, conquistando uno scudetto il cui valore simbolico ha travalicato i confini dei campi di calcio. A giudizio di molti è con quella vittoria che la Sardegna ha spezzato in modo definitivo le catene del suo isolamento ed è entrata a far parte a pieno titolo dello Stato italiano. A giugno, ai Mondiali in Messico, la nazionale azzurra riscatta una serie infinita di fallimenti e delusioni e con la leggendaria semifinale contro la Germania fa impazzire tutta l’Italia. E come se non bastasse a fine settembre Gianni Brera sospende la sua rubrica di posta sul «Guerin Sportivo», quello vero, novecentesco, che usciva nel formato lenzuolo dei quotidiani di allora, e cede il posto a Luciano Bianciardi, che raccoglie il testimone e comincia a rispondere ai lettori alla sua maniera.

Il fuorigioco mi sta antipatico è la raccolta di quella rubrica, con le domande dei lettori e le risposte di Bianciardi, che prende la palla al balzo e parte dal calcio e dallo sport per parlare di tutto quello che gli pare. Da Rivera al divorzio, da Facchetti al Risorgimento, da Nereo Rocco a Fanfani, da Helenio Herrera a Giorgio Bassani e così via. Senza freni e senza limiti. Come piaceva a lui.
Nelle risposte ai lettori Bianciardi parla di tutto: sport, letteratura, storia, cinema, politica, sesso. Basta aprire il libro a caso e leggere. Per esempio a pagina 42, rispondendo a tale Angelo Comini di Salerno, come se fosse niente ti mette lì una palla con il contagiri che neanche il miglior Rivera: «Lei sa chi fosse il povero Jack Kerouac, vero? Ebbene Giancarlo Fusco, obiettivamente, lo contiene tre volte, con l’avanzo di due. Solo che Fusco le cose più belle non le scrive, le racconta al caffè». Continua a leggere “Libri volanti #3 – Il fuorigioco mi sta antipatico”

Libri volanti #2 – European Fields

di Gianni Agostinelli

“As far away as possibile from the Champions League” non è il titolo del libro ma avrebbe potuto esserlo. È invece la definizione, quasi una sentenza, che Hans van der Meer ha dato del proprio lavoro. Una eccezionale raccolta fotografica battezzata European Fields. The Landscape of Lower League Football, (Steidlmack editore, 176 pagine), in cui il fotografo olandese ha raccontato con le immagini il mondo del calcio. Meer_European_E_Cov.jpg
Un mondo forse primitivo ma fantastico, nel senso più letterario del termine e che grazie al suo punto d’osservazione impariamo a guardare, quasi per la prima volta dopo averlo vissuto per una vita intera, magari inconsapevolmente. I campi da calcio che vediamo dalla finestra, quelli in cui giochiamo il sabato pomeriggio, quelli che scorgiamo dalla tangenziale tornando a casa. Le fotografie di van der Meer raccontano i campetti di provincia in giro per l’Europa. Un lungo tour che tocca Olanda, Spagna, Ungheria, Polonia, Gran Bretagna, Norvegia e altri paesi, tra cui l’Italia. Il suo è stato un lavoro enorme a zig zag tra i confini europei da cui emerge uno spirito comune che riconosciamo immediatamente e che sentiamo profondamente nostro. Vediamo come fosse una nuova epifania quant’è bello e originale, comico, amaro e spietato il gioco di cui ci siamo innamorati da piccoli. Nelle foto di Hans van der Meer troviamo il suo modo di guardare al pallone e capiamo quanto sia forte il legame tra il gioco e chi lo pratica, in ogni angolo, con ogni scenario possibile alle spalle. Reso teatrale da cattedrali a un metro dalla linea laterale, campagne coltivate e vigneti dietro la porta, le fabbriche, il mare, animali selvatici o file di condomini a proiettare ombra sui campi sconnessi. E in questi terreni scalcagnati i 22 in maglie colorate, alcune volte troppo simili tra loro, personaggi goffi e sgraziati, corpulenti e approssimativi, raccontano molto, e bene, dell’amore per il calcio e di quel sogno che si rinnova ogni volta davanti a un pallone.

[Gianni Agostinelli, giornalista e scrittore, autore del romanzo Perché non sono un sasso, finalista del Premio Calvino 2014 e pubblicato da Del Vecchio editore nel 2015. Ha scritto racconti e interventi per Nazione Indiana, Effe, Granta.it, Nazione Indiana e altre riviste. Cura il blog Beppeviolafcblog.wordpress.com]

Libri volanti #1 – La solitudine dell’ala destra

Nello spogliatoio del Portiere volante ci sono anche due mensole cariche di libri, una piccola biblioteca calcistica, selezionata dagli autori volanti per lui. Andiamo a scoprirla insieme. [G.R.]

di Matteo Colombo978880614765GRA

Un canzoniere del calcio: 185 giocatori che hanno fatto la storia del football cantati in versi, immortalati in poesie. Una sorta di album delle figurine Panini trasformate in liriche. Ci sono tutti quelli che hanno fatto epoca, dai pionieri in mutandoni larghi ai moderni pedatori, dai goleador della Coppa Rimet ai bomber della Coppa dei Campioni (tranne i calciatori recenti). Ognuno è fotografato nel gesto che lo ha reso famoso. Pelé è un “equivoco metafisico”, Roberto Baggio un “talento di raso vestito”, e così via. Acitelli, romano, classe 1957, diventa poeta dopo aver giocato nelle giovanili della Standa e della Romulea come terzino destro.

Fernando Acitelli, La solitudine dell’ala destra, Einaudi, Torino 1998

 

La violenza e l’amore

di Maurizio Zoja

Questa è una storia che comincia a Bruxelles con un gruppo di «tifosi» inglesi che ammazzano trentanove persone, gran parte delle quali italiane, e si conclude cinque anni dopo a Bari, con calciatori inglesi e italiani che fanno la ola tutti assieme sul prato dello stadio San Nicola.
In mezzo ci sono Ibiza, l’MDMA, la house di Chicago, un paio di dozzine di band e produttori britannici, Margareth Thatcher e lo stile italiano.
È la storia di una redenzione arrivata in modo imprevedibile e di un look pettinato ma efficace.IMG_7353
E ha una grande colonna sonora.
La storia inizia a Bruxelles il 29 maggio del 1985. Prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, trentanove persone perdono la vita allo stadio Heysel, vittime dell’aggressione degli hooligans giunti in Belgio al seguito della squadra inglese.
Le sanzioni dell’Uefa non tardano ad arrivare: tutti i club inglesi fuori per cinque anni dalle coppe europee. Margareth Thatcher, primo ministro britannico, appoggia in toto le sanzioni: «Non ci sono parole, nessuna possibile giustificazione; la colpa è interamente dell’Inghilterra».
Due anni dopo, alla fine dell’estate, un gruppo di giovani dj londinesi si dà appuntamento a Ibiza per festeggiare il ventiquattresimo compleanno di Paul Oakenfold, che lavora in uno dei molti club dell’isola. La folgorazione, narra la leggenda, avviene proprio all’Amnesia: Alfredo, un collega di origine argentina che di cognome fa Fiorito, suona sì la house di Chicago, grande sensazione del momento, ma anche melodie spagnole, un pizzico di rock indipendente britannico e persino pezzi della Napoli più internazionale come Stop Bajon di Tullio De Piscopo e Black Out di Enzo Avitabile (c’è moltissima Italia in questa storia, come vedremo). Il mix viene definito balearic, in omaggio al luogo di provenienza, ed è qualcosa che non si era mai sentito prima. Continua a leggere “La violenza e l’amore”

La scuola dei funamboli

Ho conosciuto Gianluca Lombardi d’Aquino un paio di anni fa, complice una partita della mia squadra contro l’Osvaldo Soriano F.C., ovvero la Nazionale italiana scrittori. Sapevo, quindi, che era uno scrittore. Solo recentemente, però, ho scoperto che Gianluca è anche antropologo e che ha una visione molto particolare del calcio, che mi sembra personale e affascinante. Visione che l’ha portato a interessarsi attivamente di freestyle (tanto che oggi è il presidente di Freestyle Italia) e, da lì, a ripensare al ruolo della formazione e della tecnica nel calcio dei ragazzi, e non solo. Ho pensato allora di fargli qualche domanda e queste sono le sue, interessantissime risposte. [G.R.]

Quando e come nasce Freestyle Italia? Con che scopi?freestyle
Freestyle Italia nasce nel 2007 con lo scopo di diffondere lo spirito e la spettacolarità del calcio acrobatico, emanazione del calcio da strada, ovvero il calcio freestyle. Inizialmente l’obiettivo principale era l’intrattenimento, poi con il passare del tempo è nata l’esigenza di trasmettere i valori etici e tecnici propri del freestyle, e dal 2010 in poi abbiamo iniziato anche a lavorare nell’ambito formativo sia a livello tecnico che educativo con scuole, enti, società sportive e scuole calcio.

Come si riesce a conciliare l’aspetto ludico e spettacolare con quello etico? Questi due aspetti sono inscindibili nell’idea dell’associazione?
I due aspetti sono inscindibili perché nella nostra visione del gioco e dello sport la purezza d’animo e l’autentico spirito ludico sono le colonne portanti, tanto del calcio freestyle come disciplina a sé stante quanto del calcio ideale, ovvero del calcio nella sua espressione tecnica e spettacolare più elevata. In questo senso nella storia di questo gioco ci sono diversi modelli sia a livello di squadre nazionali (alcuni esempi sono l’Ungheria anni ’50, il Brasile, praticamente sempre, ma specialmente nei mondiali del ’70 e dell’82, l’Olanda anni ’70, la Spagna degli anni duemila) che di club (in varie epoche calcistiche e in ordine sparso: Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Flamengo, Ajax, Milan, e altre).

Freestyle Italia ha messo a punto anche un metodo di insegnamento, “Next Level – Alto Redimento”. In cosa consiste e in che modo è diverso da quelli abituali?
Il metodo Next Level nasce nel 2013 dall’incontro con il fisioterapista e posturologo di Enna Pietro Tamburo che già all’epoca vantava esperienze a livello professionistico in diverse discipline sportive e in particolare nel calcio (Milan, Empoli, Catania, Palermo tra le altre). Il prof. Tamburo ha elaborato un innovativo sistema di valutazione, prevenzione e cura posturale (Metodo Tamburo) che ottimizza le capacità motorie e coordinative. Questo sistema, integrato con l’insegnamento delle tecniche del calcio freestyle, compreso tutto quello che riguarda il dominio del pallone e le tecniche individuali (dribbling, passaggio, tiro, ecc.), ha dato vita a un format chiamato “Next Level – Alto Rendimento” creato apposta per essere applicato al calcio a tutti i livelli, dalle scuole calcio ai professionisti. Il format – lo dice il nome stesso – è concepito per fare un passo avanti sia nella concezione della preparazione, della prevenzione e del mantenimento di una forma fisica ottimale per gli atleti, grandi o piccoli che siano, sia nella formazione tecnica, etica e mentale dei giocatori, aspetto spesso trascurato nel calcio attuale.freestylebis

Next Level è adatto solo ai ragazzi delle scuole calcio, cioè coloro che stanno imparando a giocare, o anche a praticanti più adulti e quindi già impostati?
Il metodo ha un’ampia varietà di esercizi e applicazioni pratiche e viene modulato in base all’età e al livello dei giocatori, con differenze sostanziali tra giovani e adulti, viste le diverse esigenze. Nel primo caso si dà più spazio alla componente ludica e allo stimolo della creatività, nel secondo all’intensità e alla velocità di esecuzione dei gesti motori e tecnici. Sugli adulti possiamo comunque reimpostare l’atteggiamento motorio e tecnico a prescindere dall’età.

Quali sono le realtà in Italia in cui Next Level è all’opera?
Attualmente il metodo è applicato nella scuola calcio che abbiamo creato a Enna nel 2014 e che si chiama appunto Next Level, con ottimi risultati: ad esempio nella stagione scorsa abbiamo ottenuto il primo posto nella categoria Allievi Provinciali e il secondo posto nella categoria Giovanissimi Provinciali, conquistando il diritto di partecipare ai campionati regionali a partire dalla stagione 2018-2019; inoltre abbiamo collaborazioni con varie realtà a livello di calcio giovanile, professionistico e semiprofessionistico in diverse parti d’Italia.

E quali sono i progetti futuri?nextlevel
Il progetto principale è di inserire il metodo Next Level nella preparazione dei giovani calciatori e nel perfezionamento dei giocatori adulti a livello federale. Finora i riscontri sul campo dell’efficacia del metodo sono stati sempre eccezionali, ad esempio l’anno scorso abbiamo seguito in serie D una piccola squadra siciliana neopromossa, il Troina, che alla sua prima esperienza si è classificato prima nel girone e poi per un soffio ha perso lo spareggio per la promozione in serie C (ai rigori contro la Vibonese). Crediamo in questo metodo perché ha come primo obiettivo la salute degli atleti e poi il rendimento ottimale a qualsiasi livello, e i risultati ci stanno dando la voglia e la forza di continuare in un contesto piuttosto complesso e chiuso come quello del calcio italiano.

Un divano a Wembley

dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Sono quasi le nove e già il divano è gremito da tifosi di ogni età, dai nove ai quaranta e oltre, in maniera imprecisata. Wembley stasera per noi è un muro bianco e un proiettore che gli spara sopra Tottenham-Inter come al cinema, con il commento della Rai che va in dolby surround per tutto il salotto. C’è entusiasmo, anche se l’Inter fatica fin da subito. Ma come si fa a giocare così, ci si chiede? E se lo chiede anche Antonio Di Gennaro, che subito comincia a dire che «così diventa difficile», quando Brozovic fa un lancio troppo lungo o Asamoah un retropassaggio troppo corto. eriksen
Soprattutto il Ninja sembra in difficoltà: corre poco, sbuffa, sbaglia i passaggi. Il divano è sgomento, solo Silvia, curiosa, fa avanti e indietro dalla cucina per vederlo, questo famoso Ninja romantico con una rosa tatuata sul collo. Il Tottenham gioca con il coltello in mezzo ai denti e ha sempre il pallone. Coco Lamela, con il suo cerottone, è sempre un pericolo, così come l’Uragano Kane, e pure Wings, che in questo stadio domestico viene scambiato per una Winx, che spara un raggio bioritmico direttamente sulla traversa, facendo sobbalzare tutto il divano. Quando a fine primo tempo esce Nainggolan c’è un boato, soprattutto perché da queste parti c’è grande considerazione per Borja Valero, anche se il suo aspetto sembra quello di un settantenne appena richiamato dalla rete di un cantiere. Continua a leggere “Un divano a Wembley”

Mexico ’86

di Gianluca De Salve

Il calcio mi interessava poco. Simpatizzavo comunque per due squadre, Juve e Fiorentina, soltanto perché la prima era la squadra di mio padre e la seconda quella di mio nonno ed entrambi cercavano di convincermi in ogni modo a sposare la loro causa: già questo può dare un’idea del mio livello di coinvolgimento.1200px-1986_FIFA_World_Cup.svg
Avevo appena compiuto nove anni e da qualche giorno erano iniziati i mondiali di calcio in Messico, era il 1986.
In tv quella sera di giugno giocava l’Italia campione del mondo in carica, affrontavamo la Corea.
Ero in camera mia, sdraiato sul letto a leggere, con mia mamma che faceva avanti e indietro dal salotto per tenermi informato sul risultato. Fece quel tragitto cinque volte perché la nostra nazionale vinse 3-2 con la doppietta di Spillo.
Ogni volta che compariva in camera le sorridevo in modo accondiscendete, in realtà stava disturbando non poco la mia lettura. Per quale motivo doveva interessarmi a tutti i costi quella partita?
Come un segno del destino anche sul Topolino che avevo in mano comparve un racconto dedicato alla nostra nazionale con Qui Quo e Qua capaci di giocate memorabili ripetute in seguito soltanto dal tridente blaugrana Messi-Suarez-Neymar. Mi convinsi che, forse, era arrivato il momento di fare almeno un tentativo.
La mattina dopo cominciai con qualche domanda di carattere generale rivolta a mio padre.
«Quindi abbiamo vinto ieri sera! Siamo in finale?»
«No, Gianluca. Abbiamo solo passato il girone.»
Tutto l’entusiasmo di mia madre era per l’ultima partita del girone.
«Ma come funzionano questi mondiali?»
«Ogni nazione arriva con i giocatori più forti e si fa un torneo.»
Dopo questa affermazione si aprì un mondo. La cosa cominciava a interessarmi, più che altro perché nella mia mente di bambino paragonai i mondiali di calcio a una versione sportiva del Risiko. Continua a leggere “Mexico ’86”

Coppa dei campioni 1957. Milan-Rangers 2-0

dal nostro inviato Alberto Randaccio

Ottavi di finale (ritorno)
Mercoledì 11 dicembre 1957
Civica Arena, Milano

La squadra rossonera, campione d’Italia, ha ottenuto contro la squadra scozzese dei Rangers due squillanti vittorie: una a Glasgow (Scozia) l’altra a San Siro (Milano), entrambe giocate in notturna.201202090155375milan195758
Nella seconda partita il Milan è riuscito a prevalere sui Rangers per 2 a 0. Quasi allo scadere del primo tempo, a conclusione di un’azione personale, la giovane ala sinistra Baruffi batteva Nivan (portiere dei Rangers), e con il risultato di 1 a 0 per il Milan si andava a riposo. Sotto l’acqua battente, si riprendeva a giocare.
Dopo dei “batti e ribatti” in area degli scozzesi, il Milan fa il bis: su di un traversone di Baruffi, Galli, al volo, manda in rete. È appena il settimo minuto della ripresa.
Da questo momento i Rangers non daranno più tregua ai difensori milanisti, ma Buffon è ben saldo e non si farà battere.

Il tabellino

MILAN vs RANGERS    2-0    
Reti: 37′ Baruffi, 48′ C. Galli
MILAN: Buffon, C. Maldini, Zagatti, Fontana, Zannier, Beraldo, C. Galli, Liedholm, Bean, Grillo, Baruffi – All.: Viani
RANGERS: Niven, Shearer, Caldow, Mc Coll, Telfer, Baird, Scott, Millar, Kitchenbrand, Wilson, Hubbard – All.: Symon
Arbitro: Ortiz De Mendibil

[Resoconto ufficiale relativo agli ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1957, apparso sul «Chiacchierone», periodico della IIb della scuola elementare Parini di Milano]

Alfonso Gatto e il Fantacalcio

di Gianvittorio Randaccio

L’altra sera sfogliavo qualche pagina degli scritti del poeta Alfonso Gatto, contenuti in La palla al balzo, pubblicato da Limina nel 2006. In questo libro sono raccolti gli articoli sul calcio che Gatto ha scritto a metà anni Settanta per «Il Giornale» di Montanelli: pezzi lucidi, smaliziati, mai banali, in cui si parte dal pallone per arrivare quasi sempre altrove. la-palla-al-balo-1
A un certo punto, come capita spesso quando uno è sdraiato e l’ora è tarda, mi sono addormentato, e ho cominciato un sogno: ho sognato che stavo organizzando un torneo di Fantacalcio, e che avevo bisogno di un partecipante, l’ultimo, per chiudere la lista delle rose. E nel sogno mi rivolgevo proprio ad Alfonso Gatto, di cui ho visto solo qualche foto e di cui mai ho sentito la voce. Pensavo, ingenuamente, che la sua passione calcistica lo avrebbe facilmente portato ad accettare la mia richiesta e che, anzi, mi sarei vantato a lungo con i miei amici per questo colpo: pensate, avrei detto loro, un vero poeta fantacalcista, pronto a tutto pur di vincere per mezzo punto all’ultimo minuto. Ma il sogno ben presto mi riportava all’amara realtà, quella che traspare chiaramente dalle pagine de La palla al balzo. Alfonso Gatto non ne vuole sapere del Fantacalcio, questa cosa dei giornalisti che danno i voti ai calciatori, anzi, gli sta proprio sullo stomaco, fin dagli anni Settanta. «Armati di bilancine e di mezzi punti, gli stessi cronisti si impancano a giudici. Esaurito il proprio chilometrico resoconto critico e narrativo, essi hanno ancora da additare gli ottimi, i buoni, gli insufficienti e i così-così, con l’aria di intenditori che assaggiano il vino con gli occhi e col naso, ma dopo averlo già bevuto»: così scriveva in Voti e pagelle, a pagina trentanove, criticando aspramente la cosa che più piace al fantacalcista, ovvero il voto, il giudizio espresso con un numero, la valutazione matematica, che da sola costituisce l’anima di una partita virtuale. Continua a leggere “Alfonso Gatto e il Fantacalcio”

C’era una volta il pallone

di Silvano Calzini

Credo proprio sia arrivato il momento di chiedere un po’ di rispetto per il pallone. E che cavolo! Va bene tutto, i giocatori, gli allenatori, le tattiche, gli schemi, lo spray per il rispetto della distanza nei calci piazzati, il VAR, la goal line technology, ma senza sua maestà il pallone non ci sarebbe calcio.
Una volta era di vero cuoio, con tanto di camera d’aria, stringa e lacci. Ogni colpo di testa era al confine con il trauma cranico. In partenza il colore era marrone scuro, ma con il passare degli anni si passò a un marroncino chiaro tendente all’arancio. L’apoteosi venne raggiunta ai Mondiali del 1966 in Inghilterra. Visto dal vivo dagli spalti l’effetto di quella sfera di puro cuoio dorata sull’erba verde perfettamente tosata del vecchio Imperial Stadium di Wembley era bellissimo.460px-Pallone_del_mondiale_di_francia_1938
I problemi però erano nati con la comparsa della televisione. Le trasmissioni del tempo erano rigorosamente in bianco e nero e il colore dominante era il grigio. Campo, maglie e pantaloncini dei giocatori, gradinate, spettatori tutto in video appariva come seppiato nelle varie tonalità del grigio. Il pallone in effetti tendeva a scomparire in quello sterminato mare gelatinoso e nebbioso, anche quando la partita veniva giocata sotto un sole splendido. La trovata, la grande novità, fu quella di adottare un pallone sempre di cuoio, ma di colore bianco. L’effetto fu grandioso. Quella sfera immacolata risplendeva nei video luminosa come la luna di Leopardi e rischiarava tutta la scena. Nelle partite serali giocate alla luce dei fiochi riflettori degli anni Sessanta aveva un che di magico e misterioso. Al tempo non si parlava ancora di immagini in hd e altre diavolerie del genere per cui quando un giocatore calciava e partiva un tiro il pallone bianco lasciava dietro di sé una leggera scia. Sembrava una stella cometa. Continua a leggere “C’era una volta il pallone”