Il pallonario (1-7 giugno)

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1° giugno.  Il passaggio dell’allenatore Kalmar all’Internazionale di Milano solleva un certo risentimento negli ambienti della Federazione Austriaca. Kalmar ha un contratto biennale in corso con i viennesi del Wacker. (1957)

2 giugno. La Fiorentina a Los Angeles supera i California Clippers per 2 a 1 in un incontro amichevole. Nel primo tempo segna Amarildo, nel secondo Maraschi. Per gli statunitensi Davidovic. (1967)

3 giugno. Dichiarazioni di Fulvio Bernardini, Fulvio_Bernardini_(1974)CT della Nazionale, dal ritiro di Appiano Gentile. Una sua intervista si chiude così: «Peccato che il mese di giugno abbia solo trenta giorni. Diamo tempo al tempo e anche il nuovo ciclo con me o con il mio eventuale successore si completerà». (1975)

4 giugno. Gianfranco Marchi, giocatore di Trento, vince il primo premio di pittura del concorso bandito dall’Associazione Italiana Calciatori. Secondo classificato Franco Battisodo, in forza alla Sambenedettese. Terzo Sandro Mazzola con una Natura morta(1976)

5 giugno.  Durante l’incontro Brasile-Cecoslovacchia uno stiramento costringe Pelè all’ala, zoppicante. Non riesce ad aiutare i compagni. Ad un certo punto gli arriva il pallone: su di lui, in chiara difficoltà, si avventa il terzino Masopust che, accortosi della visibile sofferenza del brasiliano, si ferma e gli lascia via libera. Al che Pelè tocca il pallone in fallo laterale anziché servire un compagno. I due poi si abbracciano tra gli applausi della «folla commossa e sorpresa», annotano le cronache. (1962)

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6 giugno. L’apporto della stampa al boom del calcio in Giappone è determinante. Sei quotidiani sportivi – «Daily Sports», «Nikkan Sports», «Sports Nippon», «Sankei Sports», «Sports Houchi» e «Tokyo Chiunichi Sports» – per un totale di oltre quattro milioni di copie vendute. Triplicato il numero dei periodici. Il decano è «Soccer Magazine», quindicinale da pochi mesi. 450.000 copie di tiratura.  (1993)

7 giugno. A Firenze si gioca Italia-Portogallo, primo incontro delle finali del campionato internazionale militare di calcio. Gli azzurri schierano Mattrel in porta, Losi al centro della difesa e De Robertis, Da Costa e Bean all’attacco. Il portiere dei lusitani è Vital. (1959)

 

In presa alta

di Gianvittorio Randaccio

Fino a ieri, nella mia testa Ivano Bordon è sempre stato l’eterno secondo, pensando soprattutto alla sua carriera in nazionale, chiuso dal fortissimo (e longevissimo) Dino Zoff. All’Inter no, non è stato il secondo di nessuno, anzi, ma io mi sono affacciato al mondo del calcio (e dell’interismo) quando l’astro di Walter Zenga stava acquistando luminosità e il trasferimento di Bordon alla Sampdoria all’epoca è rimasto poco impresso nella mia memoria.9788866286073_0_0_0_75
Ed è così, allora, che saluto con piacere l’uscita di In presa alta, che serve a fare un po’ di giustizia, a ricordare a me, e magari a molti altri smemorati, che Ivano Bordon è stato molto di più che un illustre secondo, e ha scritto, invece, molte importanti pagine nel calcio che conta. Se non ha avuto i riconoscimenti che merita è stato un po’ per sfortuna (l’ombra di Dino Zoff, come quella più recente di Gigi Buffon per altri portieri, ha coperto il suo indubbio talento) e un po’ per il suo carattere schivo e riflessivo, che l’ha tenuto lontano dalle luci della ribalta più di quanto avrebbe sicuramente meritato.
Il libro, scritto da Bordon con il giornalista Jacopo Dalla Palma e edito da Caosfera, racconta tutta la carriera di Bordon come fosse una partita, partendo dalle squadre giovanili per arrivare all’Inter, alla Nazionale, alla Sampdoria, al Brescia, per poi spingersi oltre, al Bordon grande preparatore dei portieri e al Mondiale del 2006 vinto con Lippi. Il tutto sempre vissuto con semplicità e modestia, caratteristiche, forse, che gli hanno permesso di lavorare, apprezzato da entrambe le parti, per gli eterni nemici Inter e Juve, e che gli sono servite per aiutare a crescere e migliorare tutti i grandi portieri con cui ha lavorato, primo fra tutti Gigi Buffon.
Una carriera comunque indimenticabile, quella di Bordon, basti pensare alla celebre monetina con il Borussia Moenchengladbach e poi al rigore parato a Sieloff nella ripetizione a Berlino, ai due scudetti con l’Inter, alla Coppa Italia con la Sampdoria, ai due Mondiali vinti. In pochi possono vantare tante stagioni e tanti successi e gli aneddoti raccontati si sprecano: lo schietto rapporto con Bearzot («Mister non si preoccupi, sono passati tanti oramai, è acqua passata, grazie lo stesso per tutto quello che mi ha dato» gli dirà Bordon, dopo la delusione per la mancata convocazione ai mondiali messicani), la bandierina sottratta con imbarazzo dopo la vittoria della coppa intercontinentale con la Juve, il gol di sinistro dalla bandierina per impressionare l’Avvocato Agnelli.
Corredano il libro i disegni dei momenti salienti della carriera di Bordon (un po’ come una volta sul «Guerin Sportivo») e, all’inizio di ogni capitolo, come piacevole diversivo, le storie di tanti portieri strani e particolari, passati alla storia per dei vezzi o delle storie curiose. Dei veri portieri volanti, mi si conceda, e spesso anche gentiluomini, esattamente come Ivano Bordon.

 

[In presa alta, di Ivano Bordon e Jacopo Dalla Palma, Caosfera edizioni, 230 pagine, 16 euro]

Un derby in paradiso

di Andrea Maietti

Scuote la barba bianca il vegliardo, barbellando sotto il gran tabarro bianco. Stringe le palpebre grinzose sugli occhi miopi per leggere l’insegna bicoscante nell’aria livida tra gran volute di nebbia: «Osteria del Gioann: è qui». Gentilmente dà di nocca sul vetro smerigliato della porta prima di entrare. Lo accoglie l’odore buono del camino. Un gran ceppo di rovere scoppietta fiamme e faville su per la cappa nera. La fiamma scalda un padellone bucherellato: dentro vi sfrigolano castagne quasi a puntino. Un tavolo di noce avvolto dal profumo delle castagne: è coperto da un drappo verde e liso, marchiato dai circoletti violacei delle rustiche tazze del vino. 1513152708580_2048x1152
Quattro avventori giocano a carte tra nuvolette di fumo. Il vegliardo riconosce subito el Gioann: mezzo toscano tra i denti, gli occhiali a lunetta sul naso da pugile, l’aborto di barba hemingwayiana. Di fronte a lui un’elegante anziana signora, in coppia per la briscola: «Toh, Lady Real Moratti» dice il vecchio. «Veramente, signora, le donne non sarebbero ammesse qui…» La sciora Erminia si è alzata con gli altri a salutare con il dovuto riguardo il visitatore: «Che el me scusa, scior Peder, eccellenza, ma che mal a fo?». «Cossa la vol , signora , quando i xe santi…», interviene a difesa un altro degli ospiti, un tipo tarchiato dal barbozzo solenne come una prua di bastimento. «Eh, Nereo,» dice il vecchio con indulgente tono di rimprovero «ho mai fatto tante storie io? Però, nella mia posizione, bisogna pure che finga di far rispettare le regole.» «Lo scusi, Pietro,» dice il quarto della compagnia «el Nereo l’è un mona de triestìn sensa creànsa», e giù un moccolo che il vecchio finge di non sentire: «Conosco bene anche te, Gipo, sei una bella lenza pure tu».
«Siediti, Pedar,» ordina el Gioann «sarai il quinto per la briscola chiamata. C’è del Barbaresco nel boccale che ti puoi sognare nella tua Galilea!» Il vecchio gli siede accanto, togliendosi lentamente il tabarro: «Appena un goccio,» dice «sono in servizio. Dopo quella fotta che ho combinato, là presso Pilato, quando il gallo ha cantato, devo stare ben attento». «Non fu certo colpa del vino,» dice el Gioann «è stata umanissima fifa. Gli eroi non abbondano né tra noi italioti né tra voi galilei.» «Immagino che, a modo vostro, avrete già recitato il rosario dei poveri morti…» dice il vecchio guardando con intenzione la grinta del Gipo che sta per calare con un «’orco boia» il settebello. «Mi manda lui in persona» aggiunge, abbassando la voce e incrociando il dito sulle labbra. «O Maria santissima!» esclama Lady Erminia, con lo scongiuro di un segno di croce. «Forse non sapete» prosegue il vecchio «che Lui si diverte ogni tanto a premere il telecomando sulle partite. Ma adesso gli pare che non sia più la stessa cosa di un tempo, insomma si diverte di meno. Ha saputo che ci sarà presto il derby. Mi ha incaricato di organizzarne uno, tutto per Lui. Che si rifaccia il morale. Allora ho pensato a un derby speciale, il derby dei derbies, con i migliori giocatori di ogni tempo. Ovviamente ho subito pensato al massimo esperto per la scelta dei campioni, degli allenatori e dell’arbitro, che ne dici Gioann?», e il vecchio strizza l’occhio con bonaria adulazione. «Avrei voluto vedere che tu scegliessi qualcun altro, galileo de l’ostia (scusami, Pedar)! Meriti di fermarti a cena. Dopo le castagne, abbiamo una zuppa alla pavese che è la fine del mondo, vero Lady? Un piatto rustico, ma ci ricorda i poveri che siamo stati, tutti noi, anche tu Pedar, anche la Lady». «Non starò a discutere con te di cucina,» dice Lady Erminia «già sto vigilando che te làsset minga foeura el Mariolino!». Intanto Gipo guarda con sospetto Nereo, che sta grattandosi il barbozzo imbarazzato. «Non devi prendertela, Gipo,» taglia corto el Gioann «allenatore del Milan per l’occasione sarà Nereo. Con un affettuoso omaggio al bisiaco Capello. Tu hai avuto dei meriti per noi “italianisti”, ma hai pure ballato nel manico quando ti ha sfruculiato la critica qualunquista della scuola napoletana». «Se podarìa restà amisi il Gipo e mì: ghe lassémo el posto a l’omino de Fusignan o al Zacheròn». «Tasi, mona» ruggisce el Gioann. «Sai bene che Sacchi ha un solo grande merito, di aver convinto gli italianuzzi ad imporre il gioco in casa degli inglesi, con un piglio mai visto dalle nostre desolate lande. Come tattico è una sciagura e poi tende a sfessare gli atleti con insopportabili ossessivi allenamenti. Zaccheroni viene da una sua costola minore. Lui e Sacchi vorrebbero sempre l’attack: un vantaggio troppo grosso per l’Inter e io devo essere imparziale, vero Lady?» «Affari loro,» replica secca l’Erminia «basta che tu non voglia fare un dispetto al Mago. A pruposit, Scior Peder, indùe l’è che l’è finì l’Herrera?» «Aveva qualche debituccio da saldare, ma potrà presto venire all’osteria. Il Padrone si è molto divertito a sentire le sue autogiustificazioni in accalorato franco-italo-spagnolo.» «Come vuoi tu, Lady. Io sarei per un’italianista arguto come Schopenhauer Bagnoli, che tra l’altro parla milanese antico, con un pensiero a Lippi, che fuma il toscano con classe superiore. Ma vada per il Mago: in fondo gli ho voluto bene. Anche lui della razza dei poveri. Azzannava, è vero, però dopo essere stato lui azzannato dalla peggiore delle belve, la fame. E se stimava se stesso più di chiunque sulla terra era soltanto umano e normale. Con la differenza che tutti, in genere, si nascondono, mentre lui si mostrava qual era». Continua a leggere “Un derby in paradiso”

Non si ammazzano così i campionati

di Silvano Calzini

Alfred Hitchcock non avrebbe potuto fare di meglio. L’ultima giornata della Premier League 2011-12 è stata da brivido, con il Manchester City che al novantesimo perdeva in casa con il Queen Park Rangers e stava gettando alle ortiche un titolo che aspettava da quarantaquattro anni. Poi con due gol nei minuti di recupero gli uomini di Mancini hanno capovolto la situazione e si sono portati a casa la Premier grazie alla migliore differenza reti sui cugini dello United. mancity-1«Tutto molto bello» per dirla alla Bruno Pizzul. E avrebbe ragione. Però, come diceva quel politico italiano un po’ curvo che è mancato alcuni anni fa: «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina». Sì, perché se dobbiamo raccontare l’ultima giornata della Premier League di quell’anno, allora raccontiamola tutta. Oltre al primo posto c’era in ballo anche la retrocessione, che coinvolgeva direttamente il QPR e il Bolton che giocava sul campo dello Stoke City.

Facciamo un po’ di cronaca. Alla fine del primo tempo il Bolton vince 2 a 1 ed è salvo perché il QPR sta perdendo a Manchester. Poi però nei primi venti minuti della ripresa capovolge clamorosamente il risultato. Adesso il QPR è salvo e si batte con le unghie e con i denti mentre invece il City annaspa ed è a un passo dal dramma. A tredici minuti dal termine però lo Stoke City pareggia e il Bolton affonda definitivamente. All’improvviso ai Rangers del Parco della Regina viene il latte alle ginocchia e si fanno infilare due volte nei minuti di recupero. Manchester City campione, QPR salvo e Bolton retrocesso. È venuto anche a voi qualche retropensiero? Ma dai, cosa andate a pensare. Siamo in Inghilterra, la patria del fair play e del God Save the Queen (Park Rangers?). Comunque, chi aveva qualcosa da dire non ha parlato allora e ha deciso di tacere per sempre. Continua a leggere “Non si ammazzano così i campionati”

Come se (ci fosse il Giro)

di Stefano Fregonese

Immagina due piatti colmi di risi e bisi sul tavolino apparecchiato nel balconcino che dà sulla corte interna, una sera di metà maggio, la voce professionale di Enrico Messina che legge il pezzo di Daniele D’Aquila sulla quarta tappa del Senzagiro, Tito ed io che ascoltiamo con la forchetta a mezz’aria e all’unisono esclamiamo, Nibali maglia rosa!
E immagina, che noi due sul balconcino ci guardiamo negli occhi in così strano stato d’animo che il piccolo dei due, quello di sette anni e mezzo, il bocia, si senta in dovere di sussurrare, papà pensa se fosse vero, e l’altro, di cinquant’anni più vecio, risponda trasognato, come se?foto_frego
L’ha descritta Coleridge chiamandola suspension of disbelief, sospensione dell’incredulità, il requisito necessario per entrare nelle storie con un salto a piè pari tale quale quello che fanno Mary Poppins, Bert e i piccoli Banks per tuffarsi nel paesaggio disegnato coi gessetti sul marciapiede. Freud ne parla come «cecità dell’occhio che vede, lo strano stato d’animo per cui si sa qualcosa e nello stesso tempo non si sa». John Steiner usò l’immagine opposta attingendo all’aneddotica storica secondo cui l’ammiraglio Nelson, avendo portato il cannocchiale sull’occhio di vetro negò di aver visto i danesi sventolare la bandiera della resa e ordinò di continuare il bombardamento di Copenaghen; volgere l’occhio cieco è l’espressione usata dallo psicoanalista britannico per descrivere la difesa psichica che permette di negare qualcosa di cui al tempo stesso si è ben consapevoli. All’inverso, Ronald Britton parla di «sospensione volontaria della credenza che comporta che i fatti siano riconosciuti ma non creduti». Wilfred Rupert Bion, infine, parla di prospettiva reversibile, quel giochino mentale che permette di vedere, secondo convenienza, la raffigurazione in primo piano o quella che fa da sfondo, come nelle illusioni ottiche amate dai cognitivisti o nei quadri figura/sfondo di Munari; ma Bion l’intende come metafora dell’uso truffaldino che ne fa il paziente oscillando da uno stato mentale all’altro senza pagare dazio all’angoscia. In un caso o nell’altro la mente fa come se i fatti della realtà interna e quelli della realtà esterna non siano così vincolanti, e le credenze non debbano essere sottoposte all’esame di realtà. Continua a leggere “Come se (ci fosse il Giro)”

Scalabrini e il tifo scalmanato

di Gianvittorio Randaccio

Le prime volte che andava allo stadio, Scalabrini rimaneva molto impressionato dal modo che hanno le persone di vedere le partite, di come lo stesso evento possa suscitare anche nei tifosi della stessa squadra reazioni così diverse. Scalabrini di natura è uno un po’ silenzioso, anche se quando si lascia andare diventa un discreto chiacchierone e fa un sacco di battute, tanto che è successo più di una volta che la gente gli dicesse che all’inizio era sembrato uno un po’ timido e invece, adesso, guarda lì che roba, non sta zitto un attimo. TIFO
Allo stadio, però, Scalabrini rimane fondamentalmente silenzioso: sta seduto al suo posto, ogni tanto parla col vicino, se la sua squadra segna esulta in maniera composta, alzandosi in piedi con le braccia per aria, ma senza agitarsi troppo. Anche quando la sua squadra gioca male, non è che perda il senno, si limita a qualche sacramento mentale, o al massimo borbotta a bassa voce, in modo che i vicini facciano fatica a sentirlo e magari lo confondano con un ronzio di sottofondo.
Gli altri, però, spesso non sono come Scalabrini, anzi. I suoi vicini in genere urlano, si alzano in piedi, maledicono l’arbitro, si guardano intorno alla ricerca di qualcuno con cui inveire e a volte capita anche che tifosi della stessa squadra finiscano per litigare tra di loro, il che è una cosa che ha dell’incomprensibile. Per non parlare dei tifosi organizzati, quelli delle curve, gli ultrà: loro non stanno zitti un momento e per tutta la partita cantano, saltano, suonano i tamburi, fanno esplodere petardi, come se invece che a guardare una partita fossero a una festa divertentissima, tipo quelle in cui ci si imbuca senza nemmeno conoscere il padrone di casa, che dopo mezz’ora si ritrova la casa devastata.
Scalabrini le prime volte che andava allo stadio, ma anche dopo in verità, anche se un po’ di meno, si chiedeva come fosse possibile che allo stadio la gente si scatenasse in quel modo, che bisogno di sfogarsi c’era se bastava un calcio d’angolo per farsi venire una crisi isterica o un gol annullato per augurare all’arbitro una morte immediata e accusarlo di avere una moglie di facili costumi.
Scalabrini si sentiva un po’ trattenuto, quello sì, magari se fosse stato a casa da solo avrebbe esultato diversamente per quel gol al novantesimo e, trasportato dalla gioia, avrebbe anche limonato volentieri con quella ragazza due file più avanti, però proprio non riusciva a spiegarsi quella necessità di spaccare tutto che sentiva in molti suoi vicini di posto, così evidente che a volte preferiva la partita finisse zero a zero, in modo da non percepire sempre quella sensazione di disagio che a lungo andare gli rendeva lo stadio un luogo difficile da frequentare.

Tom Finney, l’idraulico di Preston che ha fatto splash

di Gianni Sacco

Partiamo da lontano.
George Best, in quel fradicio sabato dell’inverno del 2005 in cui si svolsero i suoi funerali, fu accompagnato verso l’ultimo domicilio (cimitero di Roselawn, Belfast), da una folla di sconsolati e sconsolate, alle prese con la morte anche delle proprie irripetibili fantasie calcistiche.
Non sappiamo chi (tra i cinquecentomila stimati) espose una bandiera dell’Ulster con il più famoso “necrologio” a proposito del ragazzo di Burren Way: Maradona Good, Pelé Better, George Best._41085088_bestflag416
Punti di vista manovrati dal tifo, dall’affetto, dal rimpianto. Gerarchie forse condivisibili, forse no. Ma almeno per un paio di anni Best è stato veramente il migliore. Sicuramente per il 1968, a voler stare stretti. Ma non vogliamo scrivere specificamente di colui che per primo inventò un modo di indossare la 7 del Manchester United con modalità fino ad allora sconosciute e mai più replicabili.
Non è questo il punto. Interessano i parametri.
I britannici guidano contromano, mangiano male (ma proprio male) e alle cinque bevono acqua sporca. Non solo. Tentano pure di schivare le unità di misura internazionali e col “sistema imperiale” vanno via di iarde, galloni e libbre. Ma datosi che sul football bisogna lasciarli stare, se fanno delle graduatorie di magnitudine (calcistica), almeno un po’ di credito glielo dobbiamo. Anche a costo di qualche stupore.
Sir Bobby Charlton (che coltivava una certa antipatia per Best, ricambiato, peraltro, senza pudori diplomatici) dichiarò: «Chi è il più grande giocatore di sempre? Il migliore con cui ho giocato? O contro cui ho giocato? La risposta è la stessa: Duncan Edwards. E ricordate che ho giocato con Moore, Best e Law. E contro Pelè».
La grandezza di Edwards è purtroppo parzialmente misurabile. Morì, infatti, neanche a 23 anni, nella tragedia aerea di Monaco di Baviera che falcidiò quella meravigliosa squadra, i “Busby boys”. Continua a leggere “Tom Finney, l’idraulico di Preston che ha fatto splash”

Sacchi e il Milan: il primo scudetto non si scorda mai

di Giuseppe Di Girolamo

Quello di domenica 15 maggio 1988 è un caldo pomeriggio di primavera. Sono quasi le sei, il sole si sta abbassando all’orizzonte e la sera sta lentamente prendendo il sopravvento. Da Como, dove si sta giocando Como-Milan, giunge nelle case del Paese, attraverso le radioline accese, il fischio dell’arbitro che decreta la fine dell’incontro sul risultato di 1-1. La voce regina di «Tutto il calcio minuto per minuto», quella di Enrico Ameri, annuncia: «Il Milan è Campione d’Italia». Silvio Berlusconi è presidente del Milan da poco più di due anni, Arrigo Sacchi è alla sua prima stagione sulla panchina dei rossoneri, eppure in quell’arco ristrettissimo di tempo, una squadra che per quasi tutti gli anni Ottanta è stata relegata al ruolo di comprimaria, ha colmato il gap che la separa dalle prime della classe, ed è ora sul trono di regina d’Italia, per l’undicesima volta. Sembra un momento importantissimo, di rara intensità e certamente lo è, ma col senno di poi era soprattutto il primo passo sulla luna, per quei pionieri del calcio spettacolo. Una squadra ancora acerba, che molto altro avrebbe avuto da dire e dare, per i seguenti vent’anni, sia a livello nazionale che internazionale, come pochissime altre squadre sapranno fare. Se esiste la storia del calcio, una buona parte l’ha scritta il Milan.

Momento storico

Milano è una città a guida Psi, il sindaco è Paolo Pillitteri. Un celebre spot dell’epoca spiega in pochi secondi la città di quegli anni, tanto che ancora oggi, per sintetizzare con efficacia e puntualità il momento storico in cui la città era calata, la si definisce “Milano da bere”, proprio come recita la frase che chiude quella pubblicità. ramazzottiMilano è ricca, benestante, l’Italia non era ancora pronta a entrare in Europa, ma l’Europa e il mondo erano già entrati a Milano. Certamente era la prima città del Paese che usciva dal proprio comfort domestico e si apriva al concetto di globalità. Era in fase di realizzazione la terza linea della metropolitana, l’ampliamento dell’aeroporto di Malpensa, nonché il terzo anello e la copertura dello stadio San Siro. Milano era diventata anche la capitale delle tv private, per merito o per colpa proprio di Berlusconi che da Cologno Monzese attraverso le sue reti irradia su tutto il territorio nazionale programmi che strizzavano l’occhio alla tv made in Usa: a volte erano programmi discutibili, ma certamente innovativi per l’epoca. A pensarci ora, vi era distonia nel fatto che una delle nuove capitali del globo fosse a conduzione socialista, mentre di lì a pochissimo la cortina di ferro si sarebbe afflosciata su sé stessa. La storia dimostrerà in seguito che non era tutto oro quel che luccicava, ma in quel momento Milano dominava la scena. Tranne che nel calcio. L’ultimo campionato vinto dal Milan è datato 1979, l’Inter vince l’anno seguente, poi per molti anni sarà spesso una contesa tra Roma e Juventus. Ma come si fruiva il calcio a quei tempi? Sky è solo una parola inglese, non un canale tv. Le partite si ascoltano in diretta radiofonica, le immagini sono disponibili sulla Rai solo una volta terminati gli incontri. Alle 18 l’appuntamento è con Novantesimo Minuto di Paolo Valenti, alle 19 c’e Domenica Sprint con Gianfranco De Laurentiis e alle 22 la Domenica Sportiva di Sandro Ciotti. Fine delle trasmissioni. Il lunedì mattina «La Gazzetta dello Sport» è più venduta della Bibbia, mentre per gli appassionati del bar dello sport la sera c’è Aldo Biscardi col «Processo del lunedì». Era considerato un programma trash allora, ma vi prendevano parte firme autorevolissime del giornalismo. Dopodiché, se avevi la fortuna di fare il tifo per una squadra che giocava nelle coppe europee, c’erano le partite del “mercoledì di coppa”, citato come momento sacro di metà settimana della media borghesia, ben rappresentata nei primi due film della serie di Fantozzi. Altrimenti niente più calcio fino a domenica. Ricordo che in quegli anni, il giovedì, alcune squadre di serie A giocavano incontri amichevoli contro piccole squadre di provincia del proprio territorio. Se eri in astinenza da calcio giocato, ti andavi a cercare sul televideo anche il risultato di quelle partite… ah già, probabilmente non sapete cosa sia il televideo. Ne parliamo un’altra volta. Continua a leggere “Sacchi e il Milan: il primo scudetto non si scorda mai”

Bianciardi, il ritiro e la bonazza

di Silvano Calzini

Un racconto sul calcio di Luciano Bianciardi vale sempre la pena di leggerlo. Si intitola Il ritiro ed è contenuto nella raccolta La solita zuppa e altre storie pubblicato nel 2003 dalla Bompiani. In realtà però uscì la prima volta nell’aprile del 1969 su «Kent», una di quelle riviste erotiche che ebbero un certo successo negli anni Sessanta sfidando le ire della Chiesa e della buoncostume e che ogni tanto qualche magistrato zelante faceva sequestrare. Kent«Kent», fondata nel 1967 dall’editore Sergio Garassini che qualche anno più tardi darà vita anche a «Cronaca Vera», presentava donnine mezze nude e un po’ di cultura. Il sottotitolo della testata parlava chiaro: «Mensile per gli uomini». Tra i collaboratori, oltre a Bianciardi, anche Gian Carlo Fusco, Mario Soldati e Gianni Brera che proprio su quelle pagine presentò a puntate Il corpo della ragassa, che in seguito uscirà per la Longanesi.
La collaborazione di Bianciardi a «Kent», ma anche a «Playmen» e a «Le Ore» va interpretata da un lato come una sincera presa di posizione a favore delle battaglie civili per la libertà sessuale e contro la censura e dall’altro come una prova di quella sua naturale vocazione per la dissipazione del proprio talento che lo porterà dritto dritto sulla via dell’autodistruzione.

Per tornare a Il ritiro, c’è il calcio giocato con il protagonista-narratore, un fior di mediano con quasi duecento presenze in serie A e sedici in nazionale; c’è il solito codazzo di supertifosi più o meno eccellenti, quelli sempre presenti in tribuna centrale e nelle occasioni mondane; c’è la bonazza di turno che prende per mano il nostro eroe un po’ bamboccione e lo introduce alle gioie della carne. Ma in agguato ci sono anche i Mister, spalleggiati da certi medici che la sanno lunga, con le loro teorie sulla concentrazione della squadra che va difesa contro tutti e contro tutto, e in particolare contro il sesso, il nemico mortale che fa disperdere le preziose energie psico-fisiche dei “ragazzi”.
Solo il ritiro può preservare i nostri campioni dalle tentazioni. A quanto pare quella cosa lì prima della partita non la si può fare perchè rischia di minare il rendimento in campo, dopo la partita non la si può fare perché c’è da smaltire lo stress della gara e durante la partita non ne parliamo neanche. Insomma, una vitaccia. Così il nostro mediano se ne sta chiuso in un una stanza d’albergo dal venerdì a tutto il lunedì e passa le notti con gli occhi sbarrati a pensare alla sua biondona. Il bello è che poi se alla domenica non corri e non tocchi palla i giornalisti cominciano a parlare di “dolce vita”. Che ci provassero loro.

 

Il Ghiro d’Italia

di Gianvittorio Randaccio

Nel 1964 Gianni Rodari pubblica Il libro degli errori, una raccolta di raccontini, filastrocche e favolette con le quali, partendo da semplici errori di ortografia, cerca di «insegnare al bambino non solo a evitare l’errore ma anche a capire che l’errore, spesso, non sta nelle parole, ma nelle cose, che bisogna correggere i dettati, certo, ma bisogna soprattutto correggere il mondo…»Gianni-Rodari-libri
I libri belli sono senza tempo, sempre attuali, e Il libro degli errori lo è più che mai: in questo periodo è necessario, ancorché faticoso, correggere il mondo, cercare una chiave per comprenderlo meglio ed evitare di commettere gli errori che, forse, ci hanno portato allo strano tempo che stiamo vivendo.
Nel Libro degli errori c’è una filastrocca che si chiama Il Ghiro d’Italia e anche questa mi sembra più attuale che mai. Comincia così: «Cosa state sulla strada come allocchi ad aspettare? / Il Ghiro d’Italia non lo vedrete passare!». Quest’anno, probabilmente il Giro non lo vedremo passare: qualcuno dice che si farà a ottobre, ma io preferisco pensare che per quest’anno, come dice Rodari, il Giro si trasformi in «una bestia senza fretta: non va nemmeno in triciclo, figuriamoci in bicicletta». Meglio pensare al 2021, forse, a un Giro vero, senza pensieri e problemi: un Giro nel quale la gente possa stare in strada senza guanti o mascherine, per il quale i ciclisti possano prepararsi seriamente, e le volate possano essere disputate senza pensare a distanziamenti e misure di sicurezza. Un Giro con un clima più adatto, che in autunno in montagna fa freschino e le tappe alpine non sono uno scherzo.
Per quest’anno potremmo accontentarci di SenzaGiro, un Giro d’Italia virtuale, raccontato da scrittori e giornalisti appassionati, che ci racconteranno un Giro che non c’è come se invece ci fosse veramente. favicon-senzagiroOgni tappa sarà inventata e raccontata da un narratore diverso, che continuerà il racconto di quello del giorno prima, in un puzzle che cercherà di mettere insieme tante tessere diverse per ottenere una storia unica e condivisa. Un gioco, un passatempo, ma anche una cosa seria, che indirizzerà le donazioni di sponsor e privati a Namastè, una cooperativa sociale bergamasca che assiste persone fragili.
D’altronde, come dice Rodari, il ghiro è un animale giocondo, «sovente l’ho veduto ballare il ghirotondo…». Speriamo che nel 2021 il ghiro abbia finito il suo letargo, e che tutto torni alla normalità. Quest’anno stare SenzaGiro non sarà poi così male: ci porterà sicuramente su strade nuove e inesplorate e forse non vincerà il migliore ­– che noia ­– ma il più estroso, il più divertente, forse il più allocco, chissà. Sicuramente quello con le gambe più adatte a scalare le montagne della fantasia.