No pay, no play

di El Pampa

I problemi economici nel calcio sono all’ordine del giorno: club che non pagano gli stipendi e poi falliscono, mentre nel frattempo i tifosi soffrono per le penalizzazioni in classifica che li fanno scendere sempre più in basso.waalsall
Ma questo fenomeno negativo non è figlio dei tempi moderni: già all’inizio della storia del calcio nell’Ottocento, le società lamentavano errori nella gestione portando il bilancio in rosso. Tornando indietro alla stagione 1894/95, il Walsall Town Swifts (l’attuale Walsall FC) lottava su due fronti, quello calcistico e quello finanziario, facendo fatica a pagare regolarmente gli stipendi ai suoi calciatori.
Il giorno più nero arrivò il 29 dicembre 1984, quando il Walsall doveva affrontare il Newcastle United (i bianconeri che oggi sono allenati da Rafa Benitez) in un turno del torneo di seconda divisione: negli spogliatoi i giocatori decisero semplicemente di mettere in atto una regola molto chiara: «No pay – no play»  ovvero niente soldi, niente partita.
Dopo animate discussioni, e un ritardo di venti minuti sull’orario di inizio, venne trovato l’accordo e i calciatori delle due squadre scesero finalmente in campo. Dopo che il Newcastle si era portato addirittura sul 3-0, prima dell’intervallo il Walsall accorciò le distanze fino a portarsi sul 2-3. Ma dopo l’intervallo, le condizioni atmosferiche peggiorarono a tal punto che pioggia e il forte vento costrinsero il direttore di gara a interrompere il match al minuto 78.
La federazione, in considerazione dei problemi economici che non potevano ormai essere nascosti, decise di non ripetere la partita e di assegnare la vittoria al Newcastle. Pochi giorni dopo l’incontro, cinque giocatori del Walsall furono licenziati e il club continuò il campionato con la rosa rimanente, con i giocatori che si accontentarono di un semplice rimborso spese. Nelle due partite successive venne travolto sotto una valanga di reti (ben sedici!) e alla fine il club venne espulso dalla lega nazionale per inadempienze.

I furiosi

di Nanni BalestriniNanni_Balestrini

Arriviamo all’aeroporto eravamo partiti presto la mattina e come succede sempre dopo un’ora che siamo partiti eravamo già tutti sconvolti brasati come sempre quando partiamo in treno in pullman e tutto quanto lì dopo un’ora tutta la gente è sistemata non ce n’è più uno a posto è la sconvoltura generale questo succede quando la partenza non è di notte perché quando si parte di notte arrivi lì che sei già lesso prima e poi va sempre peggio invece la mattina è bellissimo arrivi al pullman che fa ancora buio e vedi che dal buio spuntano fuori i fantasmi le ombre li vedi che arrivano tutti storti mostruosi che hanno dormito tre ore o niente spuntano fuori dal buio uno per uno arrivano lì i tipi e si chiamano nel silenzio arriva Bubo il colosso con l’anorak e gli anfibi colorati arriva Zigolo che si è fatto i treccini e ha un occhio blu della domenica prima arriva Verdone che è il più tatuato di tutti e ci fa vedere il suo tatuaggio nuovo

arriva il Nibbio col bomber arancione messo all’incontrario cosa c’hai c’ho l’ecstasi quanta ne hai ci dividiamo l’ecstasi e cominciamo a bere gin tonic alle 6 del mattino arrivano Codone e Tuffetto quelli del gruppo Brasato li chiamiamo così perché quando hai pippato tanto sei sconvolto un sacco si dice va’ quello lì com’è brasato arriva Occhione in tuta mimetica con la canna da pesca telescopica arriva Falco che intona i cori dalla transenna arriva insieme alla Cincia che è la sua tipa e poi arriva l’alba tutta arandone e illumina Marabù mostruoso enorme un animale lui arriva lì non c’è più ecstasi e così prende e si fa un acido ultimo arriva il Picchio col suo fratellino Luì che sono sempre senza soldi vivono da anni così sono stati dai salesiani sono stati al Beccaria a 13 anni per esempio il Picchio ha sparato a un poliziotto ha rubato una macchina della polizia l’hanno inseguito lui ha sparato gente così

arriviamo all’aeroporto partenza per Cagliari dove ci aspettano i Furiosi per vendicarsi siamo lì a Linate tafferugli subito coi finanzieri e i cani perché figuriamoci arriva lì il cane sente la roba e comincia a saltare addosso alla gente e i finanzieri vogliono portarli via per perquisirli per vedere se hanno la roba ma allora io e Zigolo cominciamo a gridare eh guardate che c’è il Fuffi perché i cani noi li chiamiamo Fuffi e allora la gente sta attenta poi cominciano tutti a gridare addosso al cane a spaventarlo è venuto fuori un casino e non ci volevano fare salire sull’aereo a me e Zigolo perché il cane era un pubblico ufficiale e ci volevano denunciare noi allora li abbiamo circondati in una sessantina spingendo e gridando tutti e loro si sono presi paura hanno cominciato a dire ma no ma anche noi siamo come voi ma anche noi siamo del Milan le solite stronzate che dicono quando sono in difficoltà quegli stronzi Continua a leggere “I furiosi”

Motti, Pacchetto e il calcio di Gianni Rodari

di Gianvittorio Randacciocantoni

Motti e Pacchetto sono un’affiatata coppia di ladri, fisicamente ricordano Stanlio e Ollio, o Don Chisciotte e Sancho Panza. Motti è un ladro gentiluomo, una mente sopraffina, Pacchetto, invece, il tonto che esegue gli ordini, senza farsi troppe domande. Un bel momento Motti decide di falsificare i biglietti per le partite di calcio e di farli vendere a Pacchetto. Il piano prevede che i due seguano le partite dell’Inter in trasferta: vogliono stare lontano da Milano, la loro città, in cui sono troppo conosciuti dalla polizia. Le cose vanno benissimo: a Firenze, Roma e Bologna i due incassano sonanti bigliettoni e Pacchetto riesce a vedersi ogni volta la sua Inter allo stadio. Ma il commissario Geronimo e il brigadiere De Dominicis riescono a risolvere il mistero, catturando Pacchetto al San Paolo, in occasione di Napoli-Inter: il ladro tontolone non riesce a resistere alla tentazione e si fa notare da De Dominicis suonando dei piatti al gol dell’Inter. È l’inizio della fine, di Pacchetto e de La partita, il racconto di Gianni Rodari contenuto ne suo ultimo libro, Il gioco dei quattro cantoni.

Domenica sera si gioca Napoli-Inter per davvero e Motti e Pacchetto farebbero sicuramente una gran fatica a mettere in atto il loro piano, ostacolati da pay tv, anticipi, posticipi e scarsa affluenza di tifosi allo stadio, che al San Paolo sembra ancora più marcata che altrove. D’altronde il racconto di Gianni Rodari sopra ricordato è del 1980 e da allora molte cose sono cambiate, non solo allo stadio. Oggi si parla soprattutto del contratto di Icardi, dei cori razzisti, dei fischi a Insigne, di tatuaggi, fatturati e fallimenti. Del risultato e di quel che succede in campo sembra interessare poco a tutti, anche se l’Inter a Napoli si gioca una bella fetta di Champions. Sarebbe bello chiedere un pronostico direttamente a Gianni Rodari che, però, già nel 1980 non si era sbilanciato: l’Inter era passata in vantaggio, sì, ma poi, dopo l’arresto di Pacchetto, non si sa come fosse finita la partita. Forse potremmo chiederlo direttamente a Motti e Pacchetto, se sapessimo dove sono finiti dopo i due anni e i sei mesi passati a raccontarsela in prigione…

Vite brevi di calciatori #2

di Gianvittorio Randaccio

Mauro Florini (Roma, 1952 – Pistoia, 1978), stopper, era alto due metri e due centimetri. Durante gli allenamenti, quando si annoiava, si aggrappava alla traversa senza saltare. migliore-porta-da-calcio-34utainft36sfp228dts0aUna volta, per fare qualcosa di diverso, ha preso la rincorsa, ha fatto un saltino e si è aggrappato alla traversa, ma la porta si è ribaltata e lui si è fratturato il femore.

Giorgio Bellezza (Potenza, 1982) siccome aveva problemi con le donne e visto che gli avevan detto che i calciatori hanno sempre delle belle fidanzate, un bel giorno ha cominciato a giocare a calcio e in breve tempo è arrivato alla serie B. Una volta trovata la fidanzata, una modella ucraina incontrata in un locale, ha appeso le scarpe al chiodo, perché ormai giocare a calcio non gli serviva più, e nemmeno gli piaceva tanto. Ma quando, un paio d’anni dopo, la fidanzata lo ha lasciato, lui ormai era ingrassato di quindici chili e non riusciva nemmeno più a battere un calcio d’angolo.

Giorgio Bellezza (Potenza, 1982) siccome aveva problemi con le donne e visto che gli avevan detto che i calciatori hanno sempre delle belle fidanzate, un bel giorno ha cominciato a giocare a calcio e in breve tempo è arrivato alla serie B. Una volta trovata la fidanzata, una modella ucraina incontrata in un locale, ha appeso le scarpe al chiodo, perché ormai giocare a calcio non gli serviva più, e nemmeno gli piaceva tanto. Ma quando, un paio d’anni dopo, la fidanzata lo ha lasciato, lui ormai era ingrassato di quindici chili e non riusciva nemmeno più a battere un calcio d’angolo.

Abdul Al-Azmiri (El Cairo, 1978), calciatore della Borgotarinese, di fede islamica, durante il ramadan segue alla lettera i dettami della sua religione, astenendosi dal bere, dal mangiare e dall’avere rapporti sessuali durante il giorno. Per questo ogni anno chiede alla sua società se in quel periodo gli allenamenti e le partite si possono svolgere dalle undici di sera alle due del mattino, ottenendo ogni volta dei rifiuti, giustificati con l’altissimo costo dell’impianto di illuminazione.

Luigi Pinna (Bitonto, 1958) negli anni Ottanta è stato un arbitro di buon livello. Siccome era molto competitivo e voleva diventare il miglior fischietto del mondo, quando non arbitrava andava allo stadio con parrucca e baffi finti, insultando a più riprese l’arbitro di turno per screditarlo e fargli fare brutta figura. Una volta, però, è stato riconosciuto da un commissario della federazione presente in tribuna che l’ha squalificato per sei mesi, facendogli fare la figura del cretino e rovinandogli la reputazione. Dopo un anno Luigi Pinna ha smesso di fare l’arbitro, perché i giocatori in campo si mettevano a ridere ogni volta che lui fischiava.

 

Raboni e la zona Cesarini

di Silvano Calzini

Giovanni Raboni, poeta, critico e traduttore, amava il calcio e per molti anni ha seguito, in compagnia dell’amico e anche lui poeta Vittorio Sereni, le partite dell’Inter dalle gradinate di San Siro. Giovanni_Raboni_1988Tra i ricordi che gli hanno fatto compagnia per tutta la vita ha sempre citato il suono di un colpo di testa di Angelillo. Uno stumpf destinato a conficcarsi nella sua mente in modo indelebile.
La poesia Zona Cesarini descrive un gol sventato nell’ultima convulsa azione di una partita e lo stesso gol invece realizzato negli schemi preparati dal Mister il giorno prima nella quiete del ritiro quando tutto sembrava possibile. Come nella vita, quello che poteva essere e non è stato.

Zona Cesarini

Il tiro, maledizione, ribattuto
sulla linea nell’ultima convulsa
mischia a portiere
nettamente fuori casa, fuori causa, col dito
mignolo, con la spalla, con l’occipite, con
la radice del naso
dell’avversario accorso, guarda caso,
da metà campo – o forse (chi capiva
più niente con quel buio) dal compagno
che va in cerca di gloria
a scapito evidente degli schemi
non più tardi di ieri ribaditi
nella fantastica pace del ritiro
dal mister quando ancora
tutto, anche vincere, anche
azzeccare questo tiro teso, radente, tra decine
di gambe e lentamente
spalancando la bocca
correre verso il centro, rotolarsi
nell’erba, in lenta muta sfida stendere
le braccia al cielo era possibile…

(da Giovanni Raboni, Nel grave sogno, Mondadori, Milano 1982)

Riassunti di partite importanti #2

di Gianvittorio Randaccio

Italia – Germania 3-1
Io nel luglio del 1982 avevo quasi sette anni e in estate in quel periodo andavo sempre al mare a Ruta, una frazione di Camogli, in Liguria. Mia madre prendeva in affitto un appartamento al primo piano di una villetta sull’Aurelia e al piano di sotto abitavano i proprietari, due vecchietti che per me erano diventati ben presto dei nonni adottivi, la nonna Lea e il nonno Federico. Un giorno di inizio luglio di quell’anno io avevo ben pensato di strappare un sacco di mandarini cinesi dall’albero davanti al salotto e di buttarli sull’Aurelia, incurante delle macchine che passavano. 14615206969_ecaecec900_zMi ricordo che il nonno Federico si era arrabbiato tantissimo e, oltre ad avermene dette di tutti i colori, aveva fatto pagare a mia madre una cifra simbolica come risarcimento per tutta la marmellata che non avrebbe potuto fare. Qualche giorno dopo, però, c’era stata la finale dei Mondiali e dopo la vittoria dell’Italia, che io percepivo come una cosa immensa, anche e soprattutto per i miei quasi sette anni, il nonno Federico mi aveva preso ripetutamente in braccio, facendomi un sacco di carezze e, per festeggiare, mi aveva portato a fare un giro nel pollaio, facendomi un regalo bellissimo e dichiarando così chiusa la nostra querelle sui mandarini, l’Aurelia e la marmellata.

Inter – Verona 3-0
Il 19 dicembre 2001 ero a San Siro con il mio amico Alf per vedere Inter-Verona. Era l’Inter di Ronaldo, di Vieri, di Cuper, quella che poi sarebbe diventata celebre, suo malgrado, per il 5 maggio. Quel giorno di dicembre faceva freddo, ma i tifosi allo stadio erano tranquilli, pensavano già al loro caffè Borghetti: l’Inter era prima e la partita si era subito messa bene, visto che Vieri aveva segnato nel primo tempo. La situazione poi era anche migliorata, visto che pochi minuti dopo l’intervallo Ronaldo aveva raddoppiato. Quel gol io non l’ho più dimenticato: dopo che la palla era finita in rete, infatti, Ronaldo e Vieri erano corsi verso la bandierina e avevano abbracciato il mite Sergio Conceicao, che stava piangendo di felicità per essere riuscito ad azzeccare finalmente un cross dopo settimane difficili. Allo stadio si era respirata allora un’aria di gioia e commozione e io avevo sorriso con tenerezza al pensiero che nell’Inter prima in classifica potesse giocare qualcuno che, nonostante guadagnasse cifre stratosferiche, faticava addirittura a fare un cross e allora mi ero messo a piangere io, che avrei preso anche molti meno soldi per poter fare un cross a San Siro.

Libri volanti #10 – 10

di Giovanni Rocco Dairattivolto10

10, di Dario Voltolini, uscito nel 2000 per Feltrinelli e ripubblicato nel 2018 da Laurana nella collana Reloaded, è un libro in cui il calcio, come un giocatore completo, gioca un po’ in tutti le parti del campo, incarnando in sé il meglio di ogni ruolo. È il mediano che si vede poco, ma che ogni allenatore vorrebbe; oppure è l’ala tutta finte e velocità che ubriaca i difensori e poi le mette in mezzo con delicatezza; o ancora è il bomber di sfondamento che segna di testa per poi trasformarsi nel portiere che para un rigore all’ultimo minuto. Voltolini sembra giocare con il lettore, in racconti che si intersecano fra di loro, che nominano il calcio per poi lasciarlo andare, che giocano con i numeri e con il tempo, prendendo il 10 come unità di misura. La struttura del libro sembra complessa, si alternano scritti lunghi e altri più brevi, tenuti insieme da una scrittura limpida e creativa, che affascina, seduce e qualche volta confonde, come un gioco di prestigio o un rimbalzo che sembra casuale e invece non lo è. Una menzione speciale per Lo sparuto, un piccolo gioiello, in cui la moglie di un giocatore della Juve racconta del marito, di Sivori, di Corso, del calcio delle riserve e di un cross di Praest respinto con la classe e (la faccia) di un campione.

Un surrogato della Juventus

di Salvatore Bruno

bruno

No io direi che prima di tutto va stabilito il carattere monocorde edonistico del suo amore, per lui l’amore è solo una fabbrica di piacere di felicità, lui si concede in modo totale ed è fedele solo se l’amata lo ripaga con la vittoria nel campionato di calcio serie A ma se l’amata si fa battere dall’Inter dal Milan dalla Roma e si fa escludere dalla lotta per lo scudetto lui si sente tradito e allora si ritrae e non perdona rifiuta di riconcedersi sino alla fine della stagione calcistica anzi fino all’inizio del nuovo campionato, ora bisognerebbe cercare di spiegare scoprire con quali storture psicologiche riesce a capovolgere la realtà cioè a convincersi che non è stato lui a ritrarsi ma l’amata ad abbandonarlo a respingerlo, questo è certo, nei periodi in cui deluso rompe con la Juventus allora non sopporta neppure che se ne pronunci il nome si rifiuta anche di leggerlo smette addirittura di comprare «Tuttosport» che è stampato nella città residenziale dell’amata e perciò si assume il compito di pubblicare quotidianamente minuziosi particolareggiatissimi bollettini che la riguardano, ecco se lo vedi di mattina e non ha «Tuttosport» in mano allora puoi scommettere non ci sono dubbi significa che con la Juventus ha già rotto è matematico e significa inoltre che si è già concesso o è sul punto di concedersi a una donna, per lui le donne sono solo un surrogato della Juventus, anche su questa verità non possono esserci dubbi la Juventus sua unica realtà sentimentale e le donne surrogato della Juventus ma della Juventus trionfante quella che vince sempre lo rende felice non lo tradisce quella che gli fa superare il disgusto l’orrore il disprezzo per la parola la sola he lo fa parlare, perché neanche con le donne parla e uso soltanto lo sguardo significativo? Perché con le donne surrogato della sua realtà sentimentale non può spendere impegnare la parola di cui si serve unicamente per esprimere gli autentici sentimenti quelli primari, col surrogato della Juventus si serve d’un surrogato della parola cioè del linguaggio degli occhi, è di una coerenza stomachevole mostruosa, con le donne lui non parla, guarda, cioè andiamoci piano, se si verificano queste due circostanze rottura dei rapporti con la Juventus e sospensione estiva del campionato se insomma è deluso o libero sentimentalmente disponibile, allora solo allora può succedere che guardi una donna o meglio permette a una donna di sperare aspettare d’essere guardata da lui […]

[pezzo tratto dalle pag. 26-27 de L’allenatore, di Salvatore Bruno, Baldini & Castoldi, 2003, pubblicato originariamente da Vallecchi nel 1963, un romanzo-monologo torrenziale e nevrotico che ha per sfondo il calcio, l’alienazione e l’amore.]

Vite brevi di calciatori

di Gianvittorio Randaccio

Francesco Pilutti (Milano, 1973), terzino di fascia sinistra, era chiamato dai compagni di squadra Nurejev per lo stile personalissimo con cui eseguiva stacchi di testa e tackle scivolati. Spesso aveva male alle caviglie.Liliana_Cosi_and_Rudolf_Nureyev

Sven Piolsson (Stoccolma, 1964) è stato centrocampista offensivo del Degerkoepping per quindici anni e ha giocato anche nella nazionale svedese. Era famoso per i suoi scherzi e per la sua simpatia che a volte, però, gli creava dei problemi. All’esordio dei mondiali italiani del 1990, per esempio, aveva finto di farsi male scivolando nella doccia e si era presentato all’allenatore con le ginocchia ricoperte di mercuriocromo. Piolsson, in realtà, stava bene e si era messo ben presto a ridere della sua burla con i compagni, solo che il medico della squadra si era spaventato sul serio e Piolsson aveva dovuto saltato le prime due partite del girone eliminatorio perché bisognava fare degli esami più approfonditi, non era il caso di rischiare.

Mauro Respighi (Milano, 1961) ha vinto il titolo di capocannoniere in serie D nel 1982. In seguito è stato arrestato per rapina a mano armata e associazione a delinquere.

Carlos Ligeira (Cartagena, 1979), era un trequartista a cui non piaceva allenarsi. Così arrivava in ritardo a tutti gli allenamenti, giusto poco prima che cominciassero i tiri in porta e la partitella, e saltava tutte le sessioni atletiche. Diceva che era uscito tardi dal lavoro, o che c’era traffico, o che aveva dovuto accompagnare la moglie dalla suocera. Siccome era il più bravo della squadra nessuno gli diceva niente, ma una sera l’allenatore, che era un po’ nervoso, gli aveva detto che se voleva fare la partitella doveva fare come minimo centotrenta giri di campo, per recuperare tutti gli allenamenti che aveva saltato. Ha aggiunto anche che non stava scherzando, per cui o cominciava a correre o poteva raggiungere la moglie dalla suocera.

Aldo Cantarutti: il bomber della fantasia

di El Pampa

Aldo Cantarutti è uno di quei personaggi che ha fatto la storia più fuori dal campo che sul prato verde, e non per colpa sua, ma per una famosa citazione che lo fece salire agli onori della cronaca nel corso degli Anni Ottanta, quando i cosiddetti B-movie non avevano ancora quel ruolo storico che poi gli è stato attribuito successivamente. canta
La sua carriera, sebbene non possa vantare trofei importanti, recita però l’onesto percorso di un atleta che seppe farsi valere in Serie A con 95 presenze, in cui impresse il suo segno con 21 reti. Mentre in Serie B mise in fila 175 presenze con 47 reti.
Con un record che potrebbe far sbellicare dalle risate, se non che avrebbe potuto cambiargli radicalmente il corso della vita: ben tre reti non sono mai esistite nella realtà.
Cantarutti cresce nelle giovanili del Torino, che gli dà modo di esordire in Serie A il 10 aprile 1977 in Torino-Catanzaro, successo dei granata per 3-1. Lascia poi i granata, che lo cedono per un biennio in prestito. Nel 1977-1978 è al Monza, segnando 2 gol in 18 partite e giocando come ala sinistra.
Poi, un passaggio poco fortunato alla Lazio, in Serie A, con appena 9 gare disputate.
Svincolatosi dal Torino, passa nel 1979-80 al Pisa di Romeo Anconetani e mette a segno 6 reti in 24 partite. L’anno dopo, stagione 1980-1981, le reti raddoppiano, diventando 12.
Il presidente del Catania Angelo Massimino nell’estate 1981 lo acquista per circa novecento milioni. Segna 10 reti il primo anno, mentre contribuisce con 11 gol al ritorno in Serie A degli etnei nella successiva stagione.
Centravanti titolare del Catania 83/84, Cantarutti firmò subito una doppietta nell’incoraggiante vittoria del rossazzurri contro il Pisa, sua ex squadra, per quello che sarà il primo e unico successo stagionale degli etnei. Ben presto, infatti, l’annata dei siciliani finì su un binario morto, tanto che precipitarono all’ultimo posto solitario.
La stagione che avrebbe dovuto lanciare Cantarutti nell’élite del calcio italiano, però, gli riserva anche uno sgradito imprevisto: il 31 dicembre 1983 un infortunio lo costringe al riposo forzato. Continua a leggere “Aldo Cantarutti: il bomber della fantasia”