L’ho visto, Bruno Conti

di Maurizio Zoja

«Oggi è tanto se non ce ne fanno quattro.»
Le certezze della signora Rita, storica amica di mia nonna, mi riportano bruscamente alla realtà mentre percorro a passo svelto la stradina a curve che taglia questa parte del paese della Brianza in cui tutti gli anni passo le mie vacanze.Maradona_e_Gentile-555x384
«Vado a vedere la partita» le ho appena detto. Non tanto per cercare un’improbabile complicità tra appassionati di calcio, quanto per comunicarle in maniera inequivocabile che devo andare subito a casa della mamma di mia mamma e che non ho tempo da perdere.
«La partita» è Italia-Argentina, quarti di finale dei mondiali di calcio del 1982, inizia tra un quarto d’ora e abbiamo poche speranze, come mi è stato appena ricordato. Eppure un minuto fa, mentre già giocavo dentro di me le prime azioni, ero animato da un certo entusiasmo. Siamo scarsi, mi dicevo, ma siamo qua, vediamo almeno che succede.
La verità è che noi, dopo un pallido esordio contro la Polonia, non abbiamo fatto molto meglio contro Perù e Camerun. Tre pareggi e qualificazione ottenuta ai danni di quest’ultimo grazie al maggior numero di gol segnati (due noi, uno loro). Oggi abbiamo davanti i campioni del mondo, che non saranno più quelli di quattro anni fa, ma in compenso possono mettere in campo il giocatore più atteso di questi mondiali, quello che tutti ritengono il più forte, anche se finora non ha certo brillato: Diego Armando Maradona. Il Barcellona l’ha appena comprato per dodici miliardi di lire, e considerando che non ha ancora ventidue anni lo vedremo ancora in campo per parecchio tempo.
I giornali che leggo avidamente hanno scritto che la sua marcatura sarà affidata a Tardelli, mentre il resto degli azzurri verrà disposto più o meno come nelle precedenti partite, nella speranza che Antognoni tiri fuori qualche numero d’alta classe e che Rossi si decida finalmente a buttarla dentro, cosa quest’ultima assai improbabile, non solo secondo la stampa italiana ma anche nell’opinione dei semplici tifosi come me.
Ogni mattina, a casa di mia nonna, prendo «Il Corriere della Sera» e «Il Giornale», li stendo sul divano e vado direttamente alle pagine sportive. Nel pomeriggio invece leggo «La Gazzetta dello Sport» al Bar Ginestra, mentre aspetto che gli altri ragazzini facciano fuori le loro monete da duecento lire per poter giocare anch’io a Frogger, un videogioco che consiste nel tentare di mettere in salvo una rana che deve attraversare prima un’autostrada a svariate corsie e poi un fiume pieno di pericoli. Ecco, oggi l’Italia rischia di fare la stessa fine della rana, spiaccicata sotto la ruota di un camion o dritta in bocca a un coccodrillo. Continua a leggere “L’ho visto, Bruno Conti”

E adesso, tiremm innanz

di Gino Cervi

Ho incontrato per la prima volta Gianni Mura, trent’anni fa. Mi ero appena laureato. Mi presentai con l’“accredito” di essere amico e compagno di università di Renata Viola, figlia del suo amico Beppe.

Ingenuamente, allora pensavo di poter fare il giornalista sportivo. Gli scrissi e mi rispose (come faceva sempre con tutti). Poi mi invitò una sera a cena. Andammo a mangiare Al Rifugio Pugliese, dal Muciaccia, una trattoria non lontano dalla redazione di «Repubblica», allora in piazza Po. Ricordo che ero maledettamente in soggezione. mura--k14D--1020x533@IlSole24Ore-Web
Mi disse che per fare il giornalista il tempo era scaduto. In senso relativo, e che mi riguardava: perché per farlo sarebbe stato meglio che mi fossi svegliato molto prima, così da bazzicare giornali e redazioni fin dall’adolescenza, e mica passare anni a studiare filologia. Ma forse voleva dire anche che il tempo era scaduto in senso un po’ più generale, almeno per come forse intendeva lui il giornalismo, quello sportivo in particolare: fatto di anni e anni di relazioni dirette, di corse e di partite viste dal vivo, di trasferte, di spogliatoi annusati, di dietro le quinte praticati con abilità e confidenza. Insomma, un mondo fatto di molta umanità, non tutta bella e buona, vissuta però sempre in prima persona. Per consolarmi mi disse che però si poteva sempre coltivare la passione per lo sport, e per le storie di sport, anche «scrivendo la storia della Pro Vercelli in ottave ariostesche».
Disse proprio così e ci rimasi un po’ male, a dire il vero. Che strano modo di liquidarmi, pensai. Però questa storia della Pro Vercelli e delle ottave ariostesche mi è rimasta sempre in testa. E l’ho capita forse solo molto tempo dopo. Era un invito alla curiosità, alla contaminazione di mondi e conoscenze diverse (per usare dei paroloni), e anche dei linguaggi, un invito al trovare il modo, per quel che è possibile, di trasformare una passione in un mestiere.

Credo che si possano usare per Gianni Mura le parole che un paio d’anni fa Gianni Mura stesso scrisse nella prefazione di un bel libro di Enrico Currò sulla biografia di Mario Fossati, che Mura aveva conosciuto bene al seguito di tanti Giri d’Italia e Tour de France. Aveva detto che voler bene a Fossati era stato come innamorarsi di un roseto: «Si sa che ci sono le spine, ma quando fiorisce riempie l’aria». E che non esisteva «miglior maestro di chi non ha mai voluto esserlo».
Ma andrebbero altrettanto bene le parole che Mura scrisse nel dicembre del 1992, quando morì un altro Gianni, Gianni Brera: «Questo oggi ti devo: la coscienza che non si può essere avari, nella vita e nel mestiere, che bisogna spendersi, meglio dieci righe in più che dieci in meno, semmai qualcuno le taglierà. Meglio un’ora in più con gli amici che un’ora in meno. Meglio il fiotto che la goccia. Meglio il rosso che il bianco. Meglio la sincerità, anche quando può far male, che la reticenza o la bugia. E adesso basta, tiremm innanz, come ha detto uno della tua sponda».

Adesso, anche noi, Gianni, tireremm innanz. Però che gran magone.

Roma-Juventus, la fantacronaca

di Silvano Calzini

Splendida serata romana di inizio primavera per il big match della giornata. Atmosfera delle grandi occasioni con una tribuna centrale dell’Olimpico in grande spolvero. Ci sono tutti quelli che contano: politici e politicanti, soubrette e soubrettine, intellettuali e intellettualoidi, faccendieri e damazze varie. Insomma, più che allo stadio sembra di essere al Ninfeo di Valle Giulia per il Premio Strega. Voci incontrollate raccontano di avere visto aleggiare anche gli spiriti di Maria Bellonci e Giulio Einaudi.campo-da-calcio_nomi

Cronaca. Parte subito forte la Roma che prende in mano il gioco grazie al suo favoloso trio di centrocampisti dai piedi buoni; Penna, Belli e Magrelli disegnano triangolazioni che sono arabeschi sul prato verde dell’Olimpico. La Juventus sta a guardare e subisce, arroccata intorno alla sua granitica difesa dove i due rocciosi centrali, Fenoglio un langarolo grande e grosso come un armadio e Arpino ribattezzato dai tifosi “Azzurro tenebra”, spazzano tutto quello che possono. I giallorossi sono arrembanti e trascinati dal pubblico sfiorano più volte il gol. Sulla destra Flaiano sembra in serata e dall’altra parte la velocità di Pasolini mette in crisi Lucentini che oltre tutto, essendo romano di nascita, è subissato di fischi ogni volta che tocca il pallone. Poi al 26’ Primo Levi, il piccolo chimico del centrocampo bianconero, intercetta un pallone e avvia la manovra servendo Calvino che di prima lancia Soldati, dribbling secco su Bellezza, una tirata al toscano e cross al centro dove Faletti, sempre al posto giusto nel momento giusto come Pablito Rossi, mette in rete. Con una delle sue tipiche azioni, tre passaggi per arrivare in porta, la Juve è andata in vantaggio.
La Roma subisce il colpo sul piano psicologico e sbanda, ma si salva grazie a un paio di interventi prodigiosi di Trilussa che con le sue braccia smisurate da Tiramolla toglie letteralmente il pallone dai piedi degli attaccanti bianconeri. E si va al riposo. Continua a leggere “Roma-Juventus, la fantacronaca”

L’introvabile libro del bomber

di Carlo Martinelli

Sì, Helenio Herrera gli diede la maglia numero 9, a Lisbona, quel 25 maggio 1967. Finale di Coppa dei Campioni. Il centravanti era lui, Renato Cappellini, classe 1943. cappellini
Andò come sapete. L’Inter va in vantaggio con un rigore di Mazzola: ad essere atterrato proprio lui, Cappellini. Poi gli avversari – già, dimenticavamo: il Celtic Glasgow – pareggiano e poi la vincono, quella partita. La Grande Inter chiude il suo ciclo vittorioso allo Stadio Nazionale di Jamor. Ma a noi, di Cappellini (che arriva anche in Nazionale, gioca due partite, sempre in quel 1967 e segna anche un gol al Portogallo, in una vittoriosa amichevole a Roma) importa altro.
Occorre risolvere un piccolo giallo editoriale. Ovvero: chi possiede copia de La mia vita da morto? Meglio ancora: La mia vita da morto è poi stato pubblicato per davvero? La curiosità nasce dall’inattuale frequentazione con gli archivi di carta, nettare esistenziale per chi si ostina a credere nel potere salvifico delle storie. Orbene, il 2 aprile del 1967 la «Gazzetta dello sport» propone un articolo a firma Gianni Mura (sempre sia lodato, sempre sia lodato). Lo (ri)leggiamo, a stralci, qua e là.
«Il libro uscirà tra un mese, E quelli che l’hanno letto trovano che sia accettabile. A Cappellini sarebbe piaciuto sentire anche il giudizio di Mazzola, che innegabilmente è l’intellettuale della compagnia, però finora non gli è stato possibile sottoporgli il manoscritto. Però dovrebbe piacere – dice – è un giallo un po’ per tutti. Cappellini l’ha scritto in collaborazione con un amico dei tempi della naja, tale Ennio De Cecco, che già allora si dilettava di racconti e novellette. Un ragazzo molto intelligente, dice Cappellini. Il titolo del libro: La mia vita da morto. Come titolo è interessante. Bisognerebbe chiarire, gli diciamo. Come la mia vita da morto? Metempsicosi, vampirismo, catalessi, morte presunta, presunta vita, la mia morte da vivo al contrario? L’uomo che vide il suo cadavere c’è già, la donna che visse due volte idem, oh Cappellini, mica avrà fatto un doppione? Non chiarisce, come era logico attendersi. Dice solo che è un giallo tradizionale ma originale negli sviluppi e nelle idee. Ma giallo come, insistiamo. All’americana, all’italiana, alla francese? Top secret, Cappellini monta un doppio catenaccio: “Posso dire questo: epoca attuale, azione in Francia e in Africa”. Certo che vien fatto di pensare che se Cappellini autore avrà la stessa fortuna del Cappellini calciatore, La mia vita da morto sarà un boom editoriale. Specifichiamo subito come è la ripartizione del lavoro: De Cecco scrive e Cappellini no, lui è la mente. L’hobby gli piace tanto che c’è in cantiere un secondo volume, per ora fermo a pagina dieci, col titolo da definire». Continua a leggere “L’introvabile libro del bomber”

Una quarantena di libri

In questo periodo, in genere, la gente non ha niente da fare. Bisogna stare a casa, non si può uscire, vedere gente, andare al cinema o in pizzeria. E allora fioccano i consigli su libri, dischi, film, serie tv, riviste specializzate, giochi di ruolo, pentole a pressione, esercizi di yoga, tisane, ci sono dirette facebook, instagram, flash mob, videochiamate con skype, zoom, hangouts… tutto ciò che può permettere a chi sta a casa di annoiarsi di meno.red or dead
Io, invece, non ho un momento libero: lavoro da casa, ahimé, e in più devo seguire la scuola della bambina grande, e poi cucinare, lavare, stendere… Quando vedo questi consigli un po’ mi innervosisco perché mi chiedo quando mai mi potrò fermare un attimo per annoiarmi un po’.
Comunque, Portiere volante non vuole essere da meno rispetto a chi in questi giorni consiglia a destra e a manca, e si affida a chi ne sa, e molto: Gianni Agostinelli (autore di Perché sono un sasso, 2015, e a breve ancora in libreria con un nuovo romanzo), dal suo profilo twitter (che ci piace fin dal nome, twitter.com/BeppeViola_fc, e a cui rimandiamo per i commenti), ha dato molti e valenti suggerimenti a proposito di libri di calcio, ma non solo, che è sempre bene avere in casa perché, guarda un po’, se arriva un virus sconosciuto, almeno utilizzi bene il tuo tempo.
Ci ha dato il permesso di condividerli con i nostri lettori e noi lo facciamo volentieri (tra l’altro, penso che nemmeno Gianni si annoi molto, con i figlia a casa…), sperando che tra qualche tempo si possano leggere sdraiati in un parco per poi parlarne con qualcuno davanti a una birra o a un bicchiere di vino.
Io, intanto, faccio i letti.
[G.R.]

Colin Shindler, La mia vita rovinata dal Manchester United, Baldini & castoldi
David Peace, Il maledetto United, Il Saggiatore
Piero Trellini, La partita, Mondadori
Francesco Abate, Ultima di campionato, Il Maestrale
Roberto Perrone, La lunga, Garzanti
Eduardo Galeano,  Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer
Osvaldo Soriano, Futbol, Einaudi
David Peace, Red or Dead, Il saggiatore
David Storey, Il campione, 66th and 2nd
Roberto Gotta, Le reti di Wembley, Kenness Publishing
Cass Pennant, Congratulazioni, hai appena incontrato la I.C.F., Baldini & Castoldi
Gianni Mura, La fiamma Rossa, Minimum fax
Gianni Clerici, Erba rossa, Fazi editore
André Agassi, Open, Einaudi
Beppe Viola, Quelli che…, Baldini & Castoldi

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Uno scudetto diverso

di Gianluca De Salve

Il campionato di calcio di serie A si è fermato, giustamente. Forse si riuscirà a concludere questa stagione 2019-2020 o forse no, perché magari non ci sarà abbastanza tempo prima dell’inizio degli Europei. football-512093_960_720
Speriamo tutti che riprenda il prima possibile, portando a termine ogni sua giornata, con tanta gente sugli spalti a festeggiare, abbracciarsi, insultare e inveire. Questo vorrebbe dire tante cose belle in tempi veloci e sarebbe la soluzione migliore.
Però, potrebbero volerci tempi più lunghi, e non importerebbe più di tanto perché sono le altre cose a interessarci maggiormente in questo momento, quelle belle.
Comunque, per rimanere sul campionato, in questo momento si stanno valutando diverse possibilità nel caso non sia possibile disputare ogni rimanente giornata. Soprattutto per capire a chi assegnare il titolo di campione d’Italia che sembra essere una cosa indispensabile, l’idea del titolo non assegnato non viene nemmeno presa in considerazione.
Ho letto che ci sono principalmente due ipotesi. Assegnarlo alla squadra prima in classifica al momento dell’interruzione oppure far partire dei playoff a cui parteciperebbero le prime 4, 6 o 8 in classifica in questo momento. La seconda soluzione mi sembra quella più corretta, mentre la prima non ha molto senso, soprattutto in un campionato così equilibrato com’è stato il nostro fino all’ultima partita disputata.
Io credo sarebbe bello fare qualcosa di diverso perché stiamo vivendo un momento diverso. Un momento che non dimenticherà mai nessuno, un momento dal quale usciremo tutti un po’ cambiati. Soprattutto un momento al termine del quale avremo tanta voglia di stare insieme e tornare a fare tutto quello che, forse, ci aveva anche annoiato ma che adesso non vediamo l’ora torni il prima possibile. Continua a leggere “Uno scudetto diverso”

Una modesta proposta

di Gianvittorio “Swift” Randaccio

Alla luce delle recenti dichiarazioni di Andrea Agnelli, mi sento di fare una modesta proposta per andare incontro alle sue esigenze ed evitare inutili discussioni sui criteri per regolamentare l’accesso alle maggiori competizioni calcistiche.dizicalcio
È presto detto: che Agnelli si prenda le tredici, quattordici supersquadre che vuole lui, costruisca un grande studio televisivo a forma di stadio e ci faccia disputare tutte le superleghe che ritiene necessarie. Non ci vuole poi molto. Anzi, è possibile immaginare che in virtù di questa novità, si crei un circolo vizioso che risolverebbe molti problemi in una volta sola. Per esempio, si potrebbe eliminare il pubblico allo stadio, fonte solo di fastidi come i cori, le invasioni, le lamentele per il caro prezzi, la diffusione del corona virus e così via. In sostituzione si potrebbero mettere dei cori e delle esultanze registrate, come le risate nei Jefferson o in Arnold, il risultato sarebbe lo stesso, nessuno noterebbe la differenza.
I tifosi starebbero a casa, belli comodi, con il loro telecomando, con il quale potrebbero anche esprimere giudizi sulle situazioni più controverse al Var: tramite il televoto si potrebbe tranquillamente decidere se un fuorigioco c’è o no, se una palla è uscita completamente dal campo o no, e anche se il colore della casacchina dell’arbitro è gradevole oppure è meglio cambiarlo. Continua a leggere “Una modesta proposta”

Un italiano a Barcellona

di El Pampa

Se il Real Madrid può vantare fra i suoi tecnici del passato diversi italiani (Capello e Ancelotti in primis) la storia del Barcellona vede un solo nome tricolore nella sua storia. Si tratta di Sandro Puppo, nato a Piacenza nel 1918, che da calciatore, a causa anche di una certa sfortuna, non ebbe una carriera luminosa.puppo
Si mise in luce giovanissimo con il club cittadino, guadagnandosi la convocazione alle Olimpiadi di Berlino del 1936. L’Italia vinse la medaglia d’oro ma Puppo non giocò nemmeno un minuto nella rassegna. La grande occasione arrivò l’anno dopo, quando l’Ambrosiana Inter lo portò a Milano a soli diciannove anni, con la convinzione che ben presto avrebbe preso in mano le chiavi del centrocampo nerazzurro.
Il primo anno, pur vincendo il tricolore, non metterà mai piede in campo e solo nell’annata 1938-39 farà il suo esordio nella massima serie: otto sole partite furono il preludio alla cessione in prestito al Venezia. In Laguna giocò con continuità, potendo vantare due compagni di squadra eccezionali come Loik e Mazzola che faranno le fortune del Torino, ma che troveranno purtroppo anche la morte nella tragedia di Superga.
Dopo una breve parentesi nel club che lo lanciò, il Piacenza, tornò al Venezia, ma il campionato si concluse con la retrocessione in Serie cadetta. Il talento, però, non si era spento: lo volle la Roma.
L’annata fu sfortunata: un incidente di giocò pose praticamente fine alla sua carriera, ma da quel momento si aprirono le porte di un futuro luminoso da tecnico. Dopo la gavetta in provincia, arrivò l’occasione di dirigere la nazionale della Turchia, che raggiunse in modo straordinario la fase finale dei Mondiali del 1954, ai danni della più quotata Spagna. Continua a leggere “Un italiano a Barcellona”

A proposito di traduzioni

Il pezzo che segue è stato scritto da Conor Gardner, giornalista (penso) che scrive per il sito del Sunderland, squadra dal passato glorioso che adesso milita in League One (la terza serie inglese). Ieri il Sunderland ha giocato (e pareggiato all’ultimo minuto) con il Fleetwood Town, e quella che riportiamo qui sotto è la spettacolare, comicissima e stravagante traduzione di Google della cronaca di Gardner. [G.R.]

Il goal di Barrie McKay ha aperto le marcature al quinto minuto quando è passato sotto Jon McLaughlin per dare il vantaggio ai visitatori.
Chris Maguire si è poi avvicinato per Sunderland quando ha visto uno sforzo schiantarsi dalla falegnameria poco dopo.sund
Ma la pazienza ha ripagato i Ladri e proprio mentre guardavano in basso e fuori, Power ha fatto uno sforzo nell’angolo in basso con praticamente l’ultimo calcio del gioco per far scoppiare lo Stadium of Light.
Phil Parkinson ha nominato un XI invariato a partire dalla vittoria di sabato su Bristol Rovers, con Alim Ozturk in sostituzione ancora una volta dell’infortunato Bailey Wright.
La squadra di Joey Barton è entrata nello scontro sulla scia di cinque vittorie consecutive, sapendo che una vittoria li avrebbe portati di livello con i Black Cats.
Dopo soli 30 secondi i Lads hanno dovuto ringraziare Jon McLaughlin per aver mantenuto il punteggio sullo 0-0, quando il tappo scozzese ha fatto un bel blocco dal McKay uno contro uno.
Ma al quinto minuto, McKay ha trovato un modo per superare la McLaughlin quando il prestatario di Swansea City è corso dietro e ha sparato a casa.
La folla dello Stadium of Light ruggì i Black Cats in risposta, e Chris Maguire si avvicinò a un pareggio istantaneo quando prese la mira dopo l’incrocio di Denver Hume, ma fu deviato da Harry Souttar.
Gli uomini di Parkinson hanno iniziato a crescere nel gioco man mano che andava avanti e hanno creato la loro migliore opportunità appena prima della mezz’ora.
Luke O’Nien e Jordan Willis hanno unito il diritto di attaccare Maguire, ma la traversa ha negato all’ala il suo 11° gol in campionato della campagna.
I ragazzi hanno continuato a respingere l’esercito del merluzzo e sono andati a pochi centimetri da un pareggio cinque minuti prima della pausa, quando Lynden Gooch ha tagliato dentro e ha fatto spazio per un tiro, ma ha rotolato in modo angosciante.
Nessuna delle due parti ha definito alcuna possibilità netta prima del segno dei 60 minuti.
Skipper Power ha tentato uno sciopero a lungo raggio del marchio subito dopo l’intervallo, ma Alex Cairns è rimasto quasi sospeso tra i posti di Fleetwood.
E poi dall’altra parte, l’enorme difensore centrale Souttar sfuggì al suo marcatore e annuì leggermente sopra la barra.
Antoine Semenyo e Kyle Lafferty furono introdotti mentre i ragazzi cercavano di afferrare un equalizzatore tardivo, e il primo quasi forniva la scintilla.
Raccolse la palla in profondità in un infortunio e scatenò un sinistro che fu deviato in sicurezza.
Ma i ragazzi non sarebbero stati battuti.
Al 97° minuto, Lafferty fece un cenno con la testa a Duncan Watmore, poi lasciò la palla a Power che arricciò un bel tiro in un angolo della rete e scoppiò lo Stadio della Luce.
Il risultato lascia Sunderland a tre punti dai luoghi della promozione automatica, con un viaggio a Coventry City la prossima domenica.

 

Inter-Sampdoria ai tempi del coronavirus

di Gianvittorio Randaccio

In momenti difficili come questo penso sia utile proporre una cronaca alternativa di una partita molto attesa ma disputata, per motivi di sicurezza, tra le mura domestiche di una casa per ora immune dal coronavirus. 216420-420x236
Sono le 20.45 e al fischio d’inizio io sono ancora intento a sciacquare i piatti da mettere in lavastoviglie: le mani corrono leggere tra posate, scodelle e bicchieri mentre il gatto, appostato nella tribuna centrale, rumoreggia per avere la sua cena. A metà primo tempo, le bambine escono dalla quarantena nella loro camera e affrontano il bagno, in un duro scontro che in breve le porterà nei loro letti. Dalla tv del salotto si sente Burioni che parla di virus, contagi e cinesi da isolare mentre in camera si prova a dormire nonostante le sollecitazioni di una giornata molto intensa. Appena prima dell’intervallo, la Gaia viene pescata a simulare: sembra che dorma, infatti, ma ha gli occhi aperti e, dopo un sacrosanto cartellino giallo, dichiara che non riesce a prendere sonno e che da grande vuole fare la stilista, a Parigi o a Milano, si vedrà. E allora passa ancora un po’ prima che la stanchezza prenda il sopravvento e all’inizio del secondo tempo io possa sistemare e riordinare le bozze che dovrò leggere domani mattina a casa, visto che le scuole sono chiuse e qualcuno dovrà pur stare con le bambine. Corro velocemente sulle fasce per chiudere le persiane e, dopo essermi lavato almeno un minuto le mani e poi i denti, ecco che a metà del secondo tempo riesco finalmente a dedicarmi ancora alla lettura di La gioia fa parecchio rumore di Sandro Bonvissuto, e come in un sogno immagino che Brozovic stasera sia il mio Falcao e che l’Inter riesca a passare in vantaggio dopo un primo tempo così difficile, in cui l’atteggiamento difensivo della Samp, asserragliata davanti alla porta del bagno, ha avuto la meglio. Ma in breve mi accorgo che non lo saprò mai, la partita sta finendo, povera di occasioni, le azioni sono molto confuse e questa cosa di leggere a letto porta facilmente al sonno. Il libro mi cade sulle coperte e dalla strada sento il portone che si chiude: qualcuno è entrato, o è uscito, chissà, la partita è quasi finita e i miei occhi si chiudono sotto i riflettori ancora accesi. Scoprirò domani mattina, dai giornali, se nel recupero è successo qualcosa in questo strano posticipo di cui non parla nessuno.