Neuro2020 – Semifinali – Olanda-Croazia

di Silvano Calzini

Parigi, 11 luglio 1998

OLANDA – CROAZIA

Lo scrutatore d’anime è un magnifico romanzo, tanto profondo quanto divertente, dello psicoanalista tedesco Georg Groddeck. d11f7d0ac2f0752f211948a655594f95_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyL’immagine che dà il titolo all’opera è quella di un uomo che, seduto sul mondo, guarda profondamente assorto con una lente di ingrandimento la “zona cruciale” di un minuscolo nudo femminile. Il messaggio, scusate la parolaccia, dell’autore del libro vuole essere: “Guarda, vedi come è grande la terra e come è piccola quella cosina che ti appare tanto importante, quel po’ di gioia che la sessualità ti dà, la puoi trovare dappertutto, il mondo ne è intriso”. Bene, Groddeck non se ne avrà a male se dico che vedere una partita come Olanda-Croazia è una di quelle gioie che il mondo può riservare. Parlo ovviamente per chi ami il calcio. Quello vero. si intende.
Gli olandesi, almeno a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, hanno una loro ben definita filosofia di gioco e cercano sempre di metterla in pratica. Naturalmente con esiti altalenanti, dovuti alla diversa qualità dei giocatori che si alternano con la gloriosa casacca orange. Non sempre si possono schierare in campo Cruijff e Neeskens o Gullit e Van Basten. I croati da parte loro, lo sappiamo, hanno qualità tecniche e fisiche per esprimere un calcio spumeggiante e divertente. Per loro natura possono essere spettacolari o irritanti. Non per niente gli slavi del sud, vedi alla voce Jugoslavia, sono considerati i brasiliani d’Europa. Nel bene e nel male.
In effetti la partita non tradisce le attese. Le due squadre sfoderano il meglio per superarsi. Come due pugili sul ring si colpiscono a vicenda senza battere ciglio in attesa che uno dei due stramazzi al tappeto. Al 10’ Jarni scende sulla sinistra, si accentra e serve in area di rigore il biondino Prosinecki che sfodera una elegantissima piroetta su se stesso alla Rudolf Nureyev e in diagonale trafigge Van der Sar. Al 22’ Zenden parte da metà campo, fa una cavalcata di trenta metri con la palla al piede, resiste al ritorno di Jarni, spara un missile terra aria che si infila sotto la traversa e pareggia per l’Olanda. Al 36’ la Croazia scende con l’avanzato Asanovic che tocca per Jurcic, il quale serve Suker che dallo spigolo sinistro dell’area di rigore batte rasoterra con l’esterno del sinistro, come si diceva una volta all’ungherese, e fa partire uno splendido diagonale che si insacca nell’angolino. Un gesto tecnico da manuale del calcio.
In quarantacinque minuti tre gol uno più bello dell’altro. Basta e avanza e infatti il secondo tempo è come se non ci fosse. Croazia in finale e tanto di cappello a Georg Groddeck. Aveva ragione lui.
Bacio le mani a tutti.

 

Olanda – Croazia 1 -2
Prosinecki 16’; Zenden 21’; Suker 36’.

Olanda: Van der Sar, F. de Boer, Stam, Davids y, Numan, Jonk, Cocu (46’ Overmars), Bergkamp (59’ Van Hoooijdonk), Kluivert, Seedorf, Zenden.

Croazia: Ladic, Jurcic, Jarni, Stimac, Soldo, Bilic, Asanovic, Prosinecki (78’ Vlaovic), Suker, Boban (85’ Tudor), Stanic.

Arbitro: Epifanio Gonzalez (Paraguay).

 

Era l’anno dei Mondiali (Notti magiche)

di Silvano Calzini

Era l’anno dei Mondiali (Notti magiche)

   (Miniromanzo biografico erotico-calcistico in dieci minicapitoli e un prologo)

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Prologo
Le partite di Italia ’90 coincisero con una mia love story. Calcisticamente di quei Mondiali mi rimane ben poco, però per me quelle furono veramente “notti magiche”.

Cap. 1

8 giugno, partita inaugurale Argentina-Camerun 0-1. L’ho vista, ma avevo la mente altrove. Quella sera dovevo uscire per la prima volta a cena insieme alla mia bella.
Cap. 2

Subito dopo il fischio finale ho percorso in auto corso Buenos Aires per andare a prendere la sopracitata mia bella tra due ali di immigrati africani in festa.

Cap. 3

Al ristorante ci servirono il vino di nascosto per il divieto di vendita degli alcolici. Un po’ per gli occhioni della mia bella, un po’ perché astemio alla fine ero nel pallone.

Cap. 4

24 giugno, ottavo di finale Germania-Olanda, una delle sfide più belle del Mondiale. Serata memorabile. Non ho visto quella partita. Però l’ho ascoltata.

Cap. 5

Il fatto è che ero a letto con la mia bella in un residence in quel di Lambrate. Per la prima e ultima volta nella mia vita l’ho fatto con la voce di Bruno Pizzul in sottofondo.

Cap. 6

Era giugno, le finestre aperte, e così fu una cosa a tre: io, la mia bella e Pizzul, che non è stato zitto un momento. Pensare che sembrava un signore così discreto.

Cap. 7

Al momento degli inni che emozione! Ci credo, tutto nudo in mondovisione con tanto di telecronaca minuto per minuto. Se lo avessi saputo avrei messo la maglia azzurra.

Cap. 8

Fase di studio poi Pizzul attacca da par suo: «Adesso ha il problema di girarsi». Che si sappia: quella sera io non ebbi nessun problema a girarmi e giocai a tutto campo.

Cap. 9

Batti e ribatti in campo. Batti e ribatti nel residence in quel di Lambrate. Pizzul fa lo spiritoso: «Rivediamo al rallentatore». Io scatto, lo dribblo e vado in gol.

Cap. 10

Alla fine 2 a 1 per la Germania. Abbracci tra i tedeschi. Abbracci tra me e la mia bella. Pizzul sta in disparte, ma il suo «Tutto molto bello» la dice lunga sulla serata.

 

L’autore ringrazia Bruno Pizzul per la partecipazione e il residence “Pian Della Nave” per la location.

Neuro2020 – Semifinali – Irlanda-Svizzera

di Emiliano “el buitre” Fabbri

Dublino, 25 marzo 1992

IRLANDA-SVIZZERA

Irlanda contro Svizzera è Jackie Charlton contro Roy Hodgson. Due sudditi di Sua Maestà la Regina Elisabetta ambasciatori di due nazionali straniere. skysports-hodgson-switzerland_4324299Jackie è nato ad Ashington, un paese del nord-est al confine con la Scozia. Roy è di Croydon, nella cerchia sud di Londra. Mister Hodgson è un vagabondo del pallone, tra campo e panchina ha girato ventitré club e quattro nazionali. Charlton invece ha legato la sua carriera da calciatore solo ed esclusivamente al Leeds United, e da allenatore, dopo tre club inglesi, ha guidato la nazionale irlandese nel suo decennio d’oro, portandola dove nessuno c’era mai riuscito, ai quarti di finale di un campionato del mondo. Quello del 1990. Jackie, insieme al fratello Bobby, è uno dei leoni inglesi campioni del mondo del 1966, e dopo trent’anni riceverà la cittadinanza onoraria irlandese.
È il 25 marzo del 1992 quando Jackie e Roy entrano sul campo di Landsowne Road. A Dublino. Uno stadio storico inaugurato nel 1872 e che ospiterà le gare delle nazionali irlandesi di football e rugby fino al 2006, quando sarà sostituito dall’Aviva Stadium. I due inglesi non sanno ancora che due anni dopo si ritroveranno a giocare il mondiale di USA 94 alla guida di quelle stesse nazionali.
I ragazzi di Jackie Charlton hanno il suo stesso spirito. “The boys in green” stanno vivendo un momento magico. Questa sera in campo ci sono gli eroi di Italia 90: Pat Bonner e David O’Leary. Il primo ha parato il rigore al romeno Daniel Timofte. Il secondo ha segnato quello decisivo a Silviu Lung, portando l’Irlanda al vertice della sua storia calcistica. Insieme a loro il nuovo smeraldo grezzo irlandese: Roy Keane, centrocampista del Notthingam Forest che diventerà il vessillo del Manchester United.
I rossocrociati schierano una squadra votata alla tecnica, le cui stelle sono la coppia d’attacco: Stéphane Chapuisat del Borussia Dortmund e il turco-bolognese Kubilay Türkyilmaz.
Quando al 26′ la zazzera bionda di Alain Sutter porta in vantaggio la Svizzera, a Landsowne Road si sente solo il fischio dei treni della vicina stazione ferroviaria. Ma dopo due minuti Tommy Coyne pedala su una palla lunga. Si infila tra tre difensori e beffa il portiere elvetico Martin Brunner. Il pareggio è cosa fatta. Sembra che debba stancamente finire così. Ma quando a due minuti dalla fine l’arbitro statunitense Raúl Domínguez fischia un rigore, Jackie e Roy comprendono che il duello avrà una fine. La sorte è sul piede del vecchio John Aldridge, che sta finendo la carriera ai Tranmere Rovers. Davanti a lui un emigrato friulano. Marco Pascolo gioca nel Servette ed è entrato al posto di Brunner. Il baffuto John carica la rincorsa. Parte. Quando sta arrivando sul pallone rallenta. Con una finta spiazza Pascolo e col piattone destro fa vincere l’Irlanda.
Le sue braccia al cielo sono il simbolo dell’Irlanda finalista di Neuro 2020.
In panchina Jackie Charlton accenna a un sorriso, magari sta pensando a quando andrà la prossima volta a pesca, ma intanto sta scrivendo un altro pezzo di storia per la sua Irlanda. Da sotto la sua coppola guarda verso l’altra panchina. Incrocia lo sguardo di Hodgson e sulle sue labbra si legge una frase inequivocabile: «Good night Roy».

 

Irlanda-Svizzera  2-1
Sutter 26′, Coune 28′, Aldridge 88′ (R.)

Irlanda: Bonner, McGrath, O’Leary (O’ Brien 46′), Phelan, Morris, Staunton (Sheedy 54′), McGoldrick (Daish 46′), Whelan, Keane, Cascarino, Coyne (Aldrgidge 80′).

Svizzera: Brunner (Pascolo 40′), Geiger, Schepull, Egli, Gamperle, Sutter, Piffaretti, Bickel (Heldmann 65′), Ohrel (Rothenbuhler 50′), Turkyilmaz, Chapuisat (Dietlin 83′)

 

Ciao_L’Italia del Mondiale_8 luglio

di Antonio Gurrado

8 luglio 1990

Luciano Pavarotti, Giulio Andreotti ma soprattutto Edvige Fenech sono fra gli eccellenti spettatori accorsi all’Olimpico ad assistere alla vittoria mondiale dell’Italia. Edwige-Fenech-2-1280x720Per un errore di calcolo, tuttavia, la finale vede di fronte Germania Ovest e Argentina, che per l’occasione si sono invertite le maglie rispetto a quella identica di Mexico ’86. Nella calura pomeridiana dell’Azteca, infatti, la Germania Ovest aveva accettato la divisa verde di riserva per consentire agli argentini di conservare le tradizionali strisce biancocelesti; stavolta, sotto i riflettori romani, l’Argentina si presenta in abito da sera, con una tenuta blu semplice ma elegante che consente ai tedeschi di indossare la maglia bianca: la quale, rispetto alle precedenti edizioni, è impreziosita da una banda che trascina i tre colori della bandiera da una manica all’altra, descrivendo sul petto l’equivalente grafico di un encefalogramma di discreta solidità.

Denotando grande rispetto per la sofferenza del popolo italiano, le due nazionali si accordano per non disputare la finale, intrattenendosi in campo senza particolare motivo per tutta la durata del primo tempo. È l’occasione per discutere – ne parleranno sicuramente sugli spalti anche Luciano Pavarotti, Giulio Andreotti e soprattutto Edvige Fenech – su cosa abbia detto di preciso Diego Armando Maradona durante l’esecuzione dell’inno argentino, raffinatamente fischiato dai 73.693 spettatori (incasso, otto miliardi, cinquecentosettantotto milioni, trecentoventisei mila lire, per una spesa media di poco superiore alle centosedici mila lire). 9944AE3C5Ha detto zios de Ruta, avanzando un sottile riferimento alle voci di nepotismo che circolano sulla radiotelevisione italiana? Ha detto pios de muta, in omaggio alla devozione che gli Italiani riservano all’afasica santa Zoe, prima testimone di un miracolo operato da san Sebastiano martire e per questo appesa per i capelli a un albero dai pagani e ivi arrostita? Ha detto rios de Futa, in riferimento al Santerno e al Sieve che fanno da cornice all’omonimo Passo montano? Ha detto mios de juta, oscura allusione a miniere che custodiscono il ruvido materiale per fabbricare sacchi? Continua a leggere “Ciao_L’Italia del Mondiale_8 luglio”

Ciao_L’Italia del Novanta_7 luglio

di Antonio Gurrado

7 luglio 1990

Gioca l’Italia. Il Gran me sa che ormai è platonico andare a trovare il Piccolo me; ci va nondimeno, e lo ritrova per l’ultima volta a guardare la partita nella casa di amici in cui, a ogni visita successiva nel corso degli anni e dei decenni, per quanto rade siano aleggerà sempre lo spirito di quelle serate mondiali, un retrogusto dolce strozzato in gola. Si gioca a Bari, nello stadio fatto costruire apposta per l’evento dal presidente indigeno della Figc, Antonio Matarrese, e che visto da sobborghi come Modugno darà l’idea di un’astronave venuta a posarsi fra la pianura e il mare.

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È lo stesso effetto che fa il planare dell’Italia nella finalina di consolazione; e, si parva licet, il planare, nell’animo del Piccolo me, la consapevolezza che quell’atto conclusivo di una favola malriuscita si gioca così a portata di mano, a sessanta chilometri da dov’è seduto, un’ora di macchina sull’incerta provinciale che va fino al capoluogo di regione. Ne esce una partita felice, che si guarda volentieri a cuor leggero. L’Italia prende il secondo goal, l’ennesimo colpo di testa di Platt, inframezzato però fra due reti; tutto ciò si svolge nell’ultima ventina di minuti, dopo un’allegra preparazione. Al settantesimo Baggio si avventa su Shilton che cincischia ai limiti dell’area di porta, gli sottrae la palla e la passa a bordo area a Schillaci; costui si districa da un avversario e si accentra per tirare, ma Shilton gli si rifà sotto e Schillaci pensa bene, allora, di restituire palla a Baggio, che dribbla un quantitativo indiscriminato di avversari mentre cercano di affastellarsi disperati lungo la linea di porta e tira. È un’azione rapida, che a leggerla ci vuole il quadruplo del tempo che a vederla; comunque è l’1-0. Il 2-1 è il suggello al torneo di Schillaci, che si fa falciare colpevolmente da Parker in piena area e trasforma il susseguente rigore per laurearsi capocannoniere. Alla fine, la medaglia di bronzo viene consegnata anche agli inglesi. Tutti insieme i giocatori delle rose delle due nazionali (per l’Italia i titolari in maglietta, le riserve con la tuta bianca della IP fasciata di blu notte), col riconoscimento al collo e un mazzo di fiori in mano, si siedono sul larghissimo podio allestito al centro dello stadio e fanno la ola. La fa anche il Piccolo me, con gli amici di famiglia ammassati sul divano davanti alla tv, e ogni volta che torna a visitarlo la fa anche il Gran me sentendo che, a quel punto, non ha più niente di significativo da dirgli.

1990 World Cup Third Place Play Off. Bari, Italy. 7th July, 1990. Italy 2 v England 1. FIFA President Joao Havelange presents the England squad with their medals as they stand on the podium after the match.

Ciao_L’Italia del Novanta_6 luglio

di Antonio Gurrado

6 luglio 1990

Il settimo e ultimo giorno di riposo dei Mondali è utile a fare il punto sul futuro, incompiuto al momento in cui scrivo. L’Inghilterra tornerà alla civiltà. La bella prova offerta dalla nazionale e il fair play di una maggioranza di tifosi, che ha costretto in assetto antisommossa buona parte delle città italiane in cui sono passati, vale la riammissione delle società inglesi alle coppe europee, da cui erano state squalificate cinque anni prima a seguito della mattanza dell’Heysel. manchester-coppacoppe-1990-91-wp-777x437Già l’anno dopo ricorderanno di che pasta sono fatte vincendo la Coppa delle Coppe col Manchester United; passo dopo passo, diventeranno l’eldorado del pallone, scippando a quello italiano il titolo di campionato più bello del mondo e colonizzando i quattro posti da finalista nelle due coppe europee residue durante l’ultima stagione calcistica normale. Un tentativo di porre un freno alla continentalizzazione del calcio inglese, o forse di ribadire politicamente la supremazia dell’isola (non è chiaro), verrà portato avanti con una consultazione popolare che stabilirà l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, nella quale era entrata a patto di conservare la propria moneta, i propri confini e la guida dal lato giusto della strada.

L’Argentina sarà Maradona fino a che non diventerà Papa Francesco. Nel dettaglio, la nazionale si aggrapperà all’idolo anche durante i successivi Mondiali, vedendolo poi bandito per un controllo antidoping dov’era stato accompagnato mano nella mano da una pingue infermiera di Foxborough, Massachussets. Il resto della storia calcistica del paese verrà trascorso nel tentativo di trovare un sostituto all’altezza del diez: Ortega, Riquelme, d’Alessandro, Saviola e Aimar sono i principali nomi della Spoon River, fino a culminare in Leo Messi, il quale non si rivelerà capace né di vincere un Mondiale (nel 2014 l’Argentina ritroverà in finale la Germania) né di usare adeguatamente le mani; i maligni maligneranno che l’unica cosa veramente in comune fra i due campioni sia la cartella esattoriale, battuta di cui non capisco il senso e da cui mi dissocio immediatamente. Il trono rimasto vacante causerà una delle più gravi crisi economiche della storia, che avrà l’effetto di equiparare il valore dei bond argentini a quello degli eredi di Maradona. Continua a leggere “Ciao_L’Italia del Novanta_6 luglio”

Il pallonario (6-12 luglio)

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6 luglio
Il  presidente della Repubblica di Polonia ha messo a disposizione della Federazione nazionale una superba coppa da disputarsi annualmente tra le squadre nazionali di Polonia e Jugoslavia. La Coppa del Presidente verrà assegnata definitivamente alla squadra che avrà vinto per tre anni consecutivi. Benché l’iniziativa dello sportivo uomo di Stato polacco sia ristretta entro i limiti di due sole nazioni, è sintomatica poiché conferma sempre più la tendenza dello sport del calcio ad internazionalizzarsi. Il magnifico torneo per la Coppa dell’Europa centrale ha evidentemente fatto presa, giacché è larga la fioritura di tali tornei, che hanno vivo successo presso gli sportivi e non mancano di una solida base tecnica. Oltre alla Coppa d’Europa, già abbiamo l’interessante coppa dei Balcani ed il classico incontro triangolare Francia – Belgio – Inghilterra. A quando l’auspicato grande torneo europeo, da disputarsi fra tutte le squadre del vecchio continente, vero campionato? Se ne è fatto del gran parlare e qualche scampolo del regolamento e dell’organizzazione è già stato discusso e approvato. Ma la messa in atto tarda un po’ troppo, malgrado gli affidamenti della FIFA e la concreta proposta Zanetti. (1932)

7 luglio Non sono stati giorni tranquilli per il calcio jugoslavo. La burrasca ha agitato le acque, già di per se stesse non calme, prima ancora che terminasse il campionato, ad opera di Ostojic, l’ex calciatore del Radnicki di Nis, i285415639402458548._szw480h1280_il quale, senza chiedere permesso alcuno, semplicemente s’era dichiarato prima per la Stella Rossa, poi per il Partizan, per cui la Federazione serba era intervenuta e l’aveva squalificato a vita. Altro caso è quello dei giocatori Lamza e Perusic (quest’ultimo nazionale) i quali hanno abbandonato insalutati ospiti la Dinamo e Zagabria e semplicemente sono spariti dalla circolazione. È chiaro che sono andati all’estero allettati da offerte ragguardevoli, ma non possiedono alcun nullaosta della Federazione, per cui, tutto andando bene, dovranno rimanere almeno un anno senza giocare prima di poter rivestire una maglia straniera. (1964)

8 luglio Scarse novità nelle due società romane. Per quanto riguarda i giallorossi bisogna sottolineare la visita compiuta ieri da Foni alla Roma e la prima presa di contatto del nuovo allenatore con i giocatori e in particolare con Manfredini, Da Costa e David che l’ex campione del mondo spera di trasformare in mezz’ala se non verrà Gratton, come sembra sempre più probabile. Nel corso del consiglio direttivo della Lazio, invece, i consiglieri hanno deciso di tassarsi ulteriormente per mettere insieme i contanti necessari a far fronte alla campagna acquisti: con la somma così disponibile Sabato partirà oggi per concludere le trattative che sembrano riguardino Virgili, Rozzoni, Gratton e Petris. Secondo i bene informati però le maggiori probabilità sarebbero per “Pecos Bill”.  (1959) 

9 luglio Esponenti della Federazione calcistica austriaca hanno definito “strano” il fatto che la società cecoslovacca U.D.A. abbia incluso nella propria formazione due giocatori non propri, per la recente partita di coppa Europa contro il Bologna, svoltasi a Bologna e conclusosi con la vittoria dei cecoslovacchi per 4 a 2. In particolare si tratta dell’ala destra Pazdera della società Tankista e dell’ala sinistra Kraus del Kridlj Vlasti. Si fa notare che, se è vero che il Tankista e il Kridlj Vlasti sono squadre militari così come lo è l’U.D.A., il regolamento di Coppa Europa vieta d’altra parte di schierare giocatori appartenenti ad altra squadra. Della questione si dovrebbe interessare il comitato di Coppa Europa che si riunirà domani a Salisburgo. (1955) Continua a leggere “Il pallonario (6-12 luglio)”

Neuro2020 – Quarti di finale – Italia-Croazia

di Silvano Calzini

Kashima 8 giugno 2002

ITALIA-CROAZIA

Siamo a Kashima, prefettura di Ibaraki. Inutile dilungarsi a parlare della città. Chi non conosce come le sue tasche Kashima? Andiamo piuttosto a questo Italia-Croazia. Pronti, via e ci mettiamo subito tutti in difesa. A difendere che cosa? Non si sa. Intanto ci difendiamo. Ci penserà poi lo stesso Trapattoni a spiegare questa scelta tattica nel post partita in sede di conferenza stampa. Naturalmente lo farà in puro trapattonese: «La difesa è come la spugna che assorbe l’acqua, poi quando esce la goccia che fa traboccare il vaso l’uccellino nella gabbia si autosuicida e fa cip cip». Pura logica aristotelica che spazza via ogni dubbio.

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Intanto se l’Italia si difende la Croazia attacca e bisogna ringraziare Buffon che sventa un paio di pericoli. Poi, come da regola fissa a ogni Mondiale, si infortuna Nesta sostituito da Materazzi, che entra giusto in tempo per fare un salvataggio sulla linea. Boksic semina il panico più volte, ma come è noto sa fare tutto meno che segnare. E così finisce il primo tempo. La ripresa comincia nel modo migliore per gli azzurri: al 5’ Zambrotta scende sulla sinistra, crossa e Vieri di testa insacca. L’arbitro inglese Poll annulla, ma resta qualche dubbio. In ogni caso dopo cinque minuti l’Italia praticamente fa un replay: questa volta è Doni che mette al centro e Vieri fa il bis sempre di testa. Uno a zero. Il massimo risultato con il minimo sforzo.
Appena passati in vantaggio gli azzurri si rimettono a difendere come e più di prima, ma almeno adesso sanno che cosa difendono. Sembra la situazione ideale e invece in quattro minuti i croati ribaltano il risultato; prima al 27’ con Olic che approfitta di una pennichella dei nostri difensori e poi al 31’ con Rapaic che, svirgolando una semirovesciata, tira fuori dal cilindro un pallonetto imprendibile. Una via di mezzo tra un golasso e un gollonzo. Nell’ultimo quarto d’ora gli azzurri combinano più che in tutto il resto della partita. Totti colpisce un clamoroso palo interno su punizione e Trapattoni fa violenza su stesso togliendo, udite udite, un centrocampista, Doni, per mettere un attaccante, Inzaghi. E in pieno recupero Super Pippo segna il gol del pareggio alla sua maniera sfiorando appena il pallone, ma Poll annulla per una precedente dubbia trattenuta. Finisce così tra le proteste furiose degli italiani.
Lasciamo il commento finale a Trapattoni: «Direi… non è la prima partita, io direi che non è, anzi, forse, se andiamo a vedere, sicuramente una delle più numerose partite giocate così. Se poi vogliamo fare gli struzzi, per non dire un’altra parola simile a struzzi, liberissimi di farlo».
Da Kashima, prefettura di Ibaraki, è tutto.


Italia-Croazia 1 -2
Vieri 55’; Olic 73’; Rapaic 76’.

 Italia: Buffon, Panucci, Nesta (Materazzi 24’), Cannavaro, Maldini, Zambrotta, Tommasi, Zanetti, Doni (Inzaghi 79’), Totti, Vieri.

Croazia: Pletikosa, Tomas, Kovac R., Simunic, Saric, Soldo (Vranjes 62’), Kovac N., Jarni, Vugrinec (Olic 67’), Boksic, Rapaic (Simic 79’).

Arbitro: Poll (Inghilterra).

Neuro2020 – Quarti di finale – Olanda-Inghilterra

di Alessandro Toso

Guimaraes, Portogallo, 6 giugno 2019

OLANDA-INGHILTERRA 

 

Le luci dei bar e delle sale biliardi illuminavano a giorno il marciapiede, e gli schiamazzi degli olandesi riempivano le distanze tra un caseggiato e l’altro. Stavano festeggiando, ma Steve li aveva osservati e, in base alla sua lunga esperienza di trasferte, non c’era di che preoccuparsi. Lui e Jeannie non si perdevano una partita dell’Inghilterra da quanto? Saranno stati… almeno dieci anni, perché si erano incontrati proprio durante un’amichevole con il Belgio, e da lì non si erano più lasciati.
«Capisci? Quel fottuto Stones gli ha regalato la partita! Erano nostri, e quell’idiota si è messo a giocherellare con il pallone al limite dell’area! Urrrghhhh, se ce l’avessi tra le mani gli staccherei la testa!»
Steve non aveva un dubbio al mondo, che sarebbe stata capace di una cosa del genere. Jeannie viveva per il calcio, e se dopo una vittoria dei Leoni diventava dolce come lo zucchero filato, nei giorni successivi a una sconfitta era come avere in casa un hooligan del Millwall alla settima pinta.

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«Beh, ma eravamo andati in vantaggio, no?«
«È proprio questo che mi fa incazzare!» ruggì lei dopo essersi accesa una sigaretta. «Tu segni al 32′, controlli la partita, becchi l’1-1 su un colpo di testa, che dovrebbe essere il nostro gioco, non il loro, e poi quando sei ai supplementari, già sicuro che finirai ai rigori, becchi il due a uno! E poi anche il tre a uno, su un errore ancora peggiore! Ah, ma adesso se ne saranno già dimenticati, quelle fottute fighette, perché saranno nel privé di qualche club, a farsi consolare dalle loro wags! Noi qui a mangiarci il fegato, e loro a bere champagne! Ma se li avessi tra le mani… cinque minuti, mi basterebbero!»
«Certo l’arbitro non ci ha esattamente dato una mano» tentò ancora lui. Sull’uno a uno avevano annullato un gol di Lingard che allo stadio era parso regolare a tutti, e chissà, magari trovare un capro espiatorio che non fossero i giocatori di Southgate avrebbe allentato la tensione.
Il sibilo che seguì la sua frase gli diede la prova che no, non aveva scelto l’argomento del secolo.
«Hai deciso di farmi incazzare?» ruggì lei subito dopo.
In realtà era tutto il contrario, ma Steve cominciava a disperare di riuscire a trovare un modo per farglielo capire. Poi, gli venne un’idea.
«Senti, e se provassimo ad andare a cercare i giocatori?»
«Per?» chiese lei guardandolo con un occhio semichiuso, annebbiato dal fumo della sigaretta.
«Se riuscissimo a sapere in quale club si sono rintanati, potremmo aspettarli fuori e fare una contestazione!»
«Cazzo, sì!»
«Fammi mandare un paio di messaggi, secondo me li becchiamo di sicuro!»
Lei fece un sorriso maligno, e gli assestò un colpo ai reni che lo fece vacillare.
«Quando fai così mi piaci, Steve-O!»
Steve armeggiò per un paio di minuti con il cellulare, poi le mostrò una mappa di Google sulla quale aveva evidenziato un punto.
«Ecco! È il V Lounge, non ci sono dubbi! Ed è a neanche tre chilometri da qui!»

La strada la percorsero immaginando piani di guerra, lei, e annuendo a ogni sua parola, lui. Col passare dei minuti gli sembrava che Jeannie si fosse come illuminata, e che la prospettiva di potersi vendicare di quel 3-1 subito dagli olandesi ai supplementari l’avesse messa di un umore inimmaginabile solo fino a pochi minuti prima. Finalmente arrivarono davanti al locale, il cui ingresso era celato da una fila interminabile di fuoriserie dai colori sgargianti.
«Questa volta gliela facciamo pagare, Steve! Vedrai che si ricorderanno dei loro tifosi, la prossima volta che butteranno via una partita già vinta!»
Era bellissima. Gli occhi accesi da un furore degno di un’eroina del Trono di Spade, le guance arrossate dopo la camminata a ritmo sostenuto; Steve la guardò, e decise che doveva farlo lì, e subito. Altrimenti, non avrebbe più trovato il coraggio.
«Senti, Jeannie, io questa cosa me l’ero preparata da un sacco di tempo, e lo so che abbiamo perso, ma… vuoi sposarmi?»
L’anello era una cosa clamorosa, e sotto i fari della discoteca luccicava come la Stella Polare.
«Tu… mi hai appena chiesto…»
Steve annuì. Era proprio quello che le aveva appena chiesto.
Lei non rispose, ma lo prese per il bavero del giubbino di jeans, lo tirò a sé e gli stampò sulle labbra un bacio prodigioso. Poi, quando finalmente si staccarono, lo guardò negli occhi e parlò.
«Steve, io ti sposo, ma a una condizione.»
«…sì?»
«Che noi, questa cazzo di contestazione, la portiamo fino in fondo!»
Lui fece per rispondere, poi ci pensò sopra un attimo, e annuì a sua volta. Felice.
Da una come lei, non si sarebbe aspettato niente di meno.

Olanda-Inghilterra 3-1
32′ rig. Rashford (I), 73′ de Ligt (O), 97′ aut. Walker (O), 114′ Promes (O)

Olanda: Cillessen; Dumfries, van Dijk, de Ligt, Blind; de Roon (68′ van de Beek), Wijnaldum, de Jong (114′ Strootman); Bergwijn (90′ Propper), Depay, Babel (68′ Promes). Ct: Koeman

Inghilterra: Pickford; Walker, Stones, Maguire, Chilwell; Rice (106′ Alli), Barkley, Delph (77′ Henderson); Sancho (61′ Lingard), Sterling, Rashford (46′ Kane).
Ct: Southgate

 

 

Ciao_L’Italia del Novanta_5 luglio

di Antonio Gurrado

5 luglio 1990

Il sesto giorno di riposo dei Mondiali è utile a fare il punto sui ventidue azzurri di Vicini, speranze deluse d’Italia, alla cui carrellata la stampa (il «Guerin Sportivo», il «Radiocorriere Tv», il quaderno apposito della «Gazzetta dello Sport») aveva dato ottimo risalto alla vigilia lasciando ai posteri, di lì a meno di un mese, pagine e pagine di materiale per l’epicedio di eroi incompiuti. s-l400 (2)Walter Zenga (1) fissa l’obiettivo con sguardo diritto che contraddice la curva pugilistica del setto nasale, la frettolosa virgola di uno scrittore di genio. Di Franco Baresi (2) non si trovano foto d’infanzia che non lo ritraggano in divisa da calcio, come se fosse nato così, e due austere righe sugli zigomi mal sbarbati gli conferiscono venerabilità anche se ha solo trent’anni. Beppe Bergomi (3) è colto con le mani dietro la schiena ma con la bocca appena aperta nell’atto di star per dire qualcosa che non lo convince al fotografo, ma è troppo tardi. Luigi De Agostini (4) ha gli occhi che ridono sul sembiante esile, ciuffi di capelli incolti che gli precipitano sulla fronte come se uscisse or ora da un bel sogno. Ride Ciro Ferrara (5) e confida che, se non avesse fatto il calciatore, avrebbe voluto essere tecnico ortopedico come suo padre. Riccardo Ferri (6) si è evoluto: da bambino, nel grembiulino d’ordinanza, aveva una cofana di capelli da adulto, un irsutissimo casco, che con l’età è diventato un giovanile taglio a spazzola. Se Paolo Maldini (7) non fosse stato italiano, avrebbe preferito giocare nella Costa Rica. Pietro Vierchowod (8) è al terzo mondiale; nato il 6 aprile 1959 a Calcinate (Bg), è alto 1,80 m e pesa 76 kg. Carlo Ancelotti (9) è perito elettronico. Più della pettinatura di Nicola Berti (10), che con gran dispendio di gel descrive una teoria di archi perfettamente paralleli dalla tempia sinistra all’orecchio destro, colpiscono gli occhi vispi che si girano da un obiettivo all’altro mentre è in posa, come se volesse trapassarne il vetro e capire cosa c’è nel cervello del fotografo. Pur di realizzare il sogno mondiale, Nando De Napoli (11) sarebbe disponibile a rinunciare a una bella donna. Stefano Tacconi (12) dice di essere sempre stato sicuro di venire convocato per i Mondiali; non spiega se fosse altrettanto sicuro di non giocare neanche per un minuto. Chissà cosa si sarebbe regalato Giuseppe Giannini (13) in caso di vittoria finale, visto che a esplicita domanda oziosa replica con un sibillino “Preferisco non rispondere”. Giancarlo Marocchi (14) deve la maglia azzurra esclusivamente a Dino Zoff, lo ringrazia per avergli dato carta bianca in campo durante tutta la stagione con la Juve, gli ascrive il merito di aver acquisito sicurezza e disinvoltura; unica nota stonata, conclude, è il malinconico congedo con cui l’allenatore ha dovuto lasciare la panca bianconera. image_2020_06_08T09_57_03_840Z-1200x1200Roberto Baggio (15), nella più tenera infanzia, era indistinguibile dal pertondo Winston Churchill se non per il fatto che indossava una vezzosa salopette con risvolti a quadrettoni. Andrea Carnevale (16) sta per sposare Paola Perego. Roberto Donadoni (17) ricorda che, quando l’Italia vinceva la finale del Mundial spagnolo, era al mare a Grado, incollato alla tv. Roberto Mancini (18) non sa ancora che un giorno sarà lui il ct, toccherà a lui non far giocare chi gli pare. Totò Schillaci (19) ha una sorellina identica, oltre al fratello che a un certo punto era diventato una celebrità dei cori da stadio; testimonia la somiglianza una foto d’epoca, seduti parallelamente con gli occhi spiritati ai due lati di una statuetta di, credo, Santa Rosalia. Il geometra Aldo Serena (20), non fosse stato per il pallone, un giorno sarebbe diventato l’architetto Aldo Serena. Nella prima foto in posa Gianluca Vialli (21) china lievemente il capo verso sinistra e, sotto i riccioli, socchiude appena gli occhi come chi pare voler concentrarsi su un dettaglio remoto durante una noiosa conferenza sui letti intarsiati dell’antica Etruria; nella successiva, si rià e raddrizza il collo, portando le mani ai fianchi con le braccia ad anfora, ma gli occhi si spengono definitivamente, un velo di sonno li avvolge senza far preoccupare Vicini, che si fida invece del titolo dell’articolo autografo: “Sono in gran forma”. Gianluca Pagliuca (22) dedicherebbe la vittoria del Mondiale a tutta la gente che gli vuole bene.