Il re della simulazione

di Gianvittorio Randaccio

[la recente pubblicazione del libro di Francesco Totti, Un capitano, ha ricordato il talento e la propensione alla simulazione di un ex giocatore molto biondo. Totti non era il solo a pensarla così, come testimonia questo pezzo di qualche tempo fa.]

C’è un giocatore di cui non voglio fare il nome, anzi un ex giocatore. È biondo, muscoloso, il suo nome comincia con una consonante e finisce con un’altra consonante, diversa da quella con cui comincia. Sarebbe piaciuto molto a Georges Perec, probabilmente. Era  forte, non c’è dubbio: da un po’ ha smesso di giocare ed è diventato un apprezzato dirigente, ma per me rimane sempre il giocatore biondo che mi Paestum-il-tuffatore-350x337faceva venire un gran nervoso. Uno che si allenava sempre, che la sera andava a letto presto perché poi si doveva alzare all’alba per fare almeno un centinaio di flessioni. Uno che anche in allenamento voleva sempre vincere e che teneva delle statistiche precisissime su tiri, pali, traverse e gol. Un giocatore che nessuno ha mai visto ridere: tutte le volte che veniva inquadrato mentre giocava aveva questa faccia accigliata, aggressiva, di uno che sembra che gli hanno appena detto che l’aumento dello stipendio se lo può scordare. Un giocatore che a vederlo quando scendeva in campo, ma anche in mezzo alla strada, se capitava, ti sembrava proprio indistruttibile; ti sembrava, anzi, uno nel pieno della maturità fisica, del tipo che non avrebbe potuto prendere nemmeno un’influenzina, un raffreddore o un po’ di tosse. Questo giocatore era famosissimo, ha vinto anche un premio di rilevanza mondiale, grazie al fatto che giocava in una squadra che vinceva quasi sempre: ma io il suo nome non lo voglio fare, l’ho già detto.

Questo giocatore era molto scaramantico, amava fare sempre gli stessi gesti, perché pensava che gli portassero bene. Così in ogni partita succedeva che fra il quarto d’ora e il trentacinquesimo del primo tempo lui finiva a terra, colpito da qualcuno degli avversari con una violenza variabile ma sempre, secondo questo giocatore, vicina al punto massimo di sopportazione del dolore. Infatti questo giocatore, di cui ricordare il nome mi sembra inutile, tutte le volte cadeva a terra come colpito da un missile terra-aria, o da un meteorite enorme. Stramazzava al suolo, cominciando a urlare e a imprecare e chiedendosi perché certe botte così forti arrivassero sempre e solo a lui, così biondo, così forte e così corretto. L’arbitro a questo punto si sentiva quasi in dovere di ammonire il barbaro avversario che aveva commesso l’infrazione: e il presunto barbaro, spesso, guardava l’arbitro esterrefatto, come a dire che lui gli aveva dato sì un calcio, ma che una reazione così proprio non se l’aspettava, gli sembrava spropositata. Però l’arbitro ogni volta guardava il giocatore biondo che rantolava e ammoniva il barbaro, facendo cenno ai medici e ai massaggiatori in panchina di entrare in campo, che la situazione pareva proprio grave. E loro arrivavano, tutti trafelati e ciondolanti: si chinavano su questo giocatore di cui non voglio fare assolutamente il nome e cominciavano a spruzzarlo di ghiaccio e a chiedergli cosa c’era che non andava, che da fuori non è che si capisse molto. Il giocatore, sempre più sofferente, indicava un punto imprecisato della coscia e poi veniva trasportato fuori, perché la medicazione non può essere effettuata in campo, lo dice il regolamento. Il gioco riprendeva, anche se l’attenzione del pubblico, dell’arbitro e anche di qualche calciatore era rivolta soprattutto alla linea laterale, o appena fuori, dove il giocatore innominabile lottava tra la vita e la morte, soccorso da medici e massaggiatori. E di tempo ne passava parecchio: otto, nove, dieci minuti. A volte un quarto d’ora. Poi il biondo moribondo si alzava, zoppicava un po’, guardava negli occhi il medico e, barcollante, si avviava verso il campo, cercando l’arbitro con lo sguardo. Poi rientrava, sempre zoppicando, scuotendo la testa, come per comunicare un po’ a tutti quelli coinvolti nella partita che lui era molto sofferente e che probabilmente non sarebbe riuscito a finirla, la partita. Aveva preso proprio una brutta botta e provava a rientrare, ma lo faceva per i tifosi, lui in realtà se ne sarebbe tornato a casa anche subito. E così il gioco andava avanti, nonostante tutto. Poi, dopo pochi minuti succedeva quasi sempre la stessa cosa: il giocatore biondo, fortissimo e di cui non voglio fare il nome, prendeva la palla, faceva due passi, superava un avversario in velocità e tirava una sassata che andava dritta in porta, proprio sotto l’incrocio dei pali. E poi, come se niente fosse, correva come un ossesso, con il volto trasformato in una maschera di soddisfazione, esultando e travolgendo tutto quello che gli si piazzava davanti. Aveva segnato, aveva dimostrato ancora una volta che il più forte era lui, il giocatore biondo senza nome, senza debolezze e quasi senza vocali. E pensare che fino a pochi attimi prima era a terra, distrutto, sofferente, lacrimante, diviso tra la barella e l’ambulanza, atteso dal medico sociale per le prime diagnosi: ma la forza dell’agonismo, e quella della simulazione, avevano (e hanno) un potere incredibile.

4 pensieri riguardo “Il re della simulazione”

  1. Ti do due indizi, caro Trasciere volante: 1. si è ritirato nel 2009; 2. se adesso lo vedi in tv è esattamente uguale a nove anni fa, perché probabilmente si allena ancora come un ossesso. Solo che al posto di pantaloncini e maglietta è in giacca e cravatta.

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