I Cervi che giocavano solo di testa

di Matteo Colombo

Perché li chiamino i Cervi nessuno se lo ricorda. Anche se il vecchio Bernardo, il grande saggio del calcio provinciale, dice che non c’entri niente con il nome del nostro paese, quel Cervetto sul Po che sorge a quaranta chilometri da Milano e che qualcuno, in certe mappe, si ostina a riportare attaccato: Cervettosulpo. Anzi, Bernardo ha una teoria che occupa le prime cinque pagine scritte a mano del suo misterioso Quaderno del calcio serio, una bibbia del fùtbal che ancora oggi non ci ha mai fatto né leggere, né vedere.

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L’origine dell’appellativo risalirebbe alla prima formazione nata a Cervetto nel lontano 1976: undici ragazzoni, tutti più alti di 1 metro e 80, che giocavano soltanto di testa, colpendo il pallone con imperiosi stacchi aerei e incornate degne di un branco di cervi maestosi e fieri, pronti a difendere la propria porta a suon di capocciate. All’epoca militavano in Prima Categoria e arrivarono penultimi superando di una lunghezza la squadra dei Vivaisti sorta all’interno del Vivaio di Brandi Moreno & Figli, vero e proprio paradiso delle piantine di pomodoro da serra, i cui operai nutrivano una passione sfrenata più per lo sport che per la terra.
A fine campionato i Cervi si ritirarono da qualsiasi competizione per due anni, sino all’avvento del presidente Parco Fantoni, milanista senza scrupoli, fondatore dell’omonima azienda agricola contoterzista, che portò la società a raggiungere successi insperati. Ma di questo vi racconterò un’altra volta.
Ora, se provate a chiedere al vecchio Bernardo come fosse possibile giocare un’intera partita di testa, vi farà sedere al tavolo del bar, sempre il solito, alla sinistra del flipper, davanti alla finestra che dà sui campi: una distesa di zolle di marmo a perdita d’occhio che finisce contro l’argine dietro il quale scorre il Grande Fiume. È l’angolo più tranquillo di tutta la sala, almeno dalla sera della finale dei Mondiali dell’82, quando, al gol di Breitner, Angelone tirò una manata sul vetro del flipper mandandolo in frantumi e provocando uno storico tilt durato 31 minuti (tra le urla degli altri clienti che non riuscivano più ad ascoltare la telecronaca di Nando Martellini). Al termine la gloriosa macchina cessò definitivamente di dare segni di vita. E oggi è lì, come un pezzo d’arredamento, a perenne memoria di quella straordinaria estate, monumento a una vittoria irripetibile, feticcio caro a Nestore, il barista, silenzioso e muto (il flipper, non Nestore), ricoperto da giornali, scatole di cartone con bustine di zucchero, preparati Cameo per cioccolate buone per “un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.
Ecco, il vecchio Bernardo si siederà al solito tavolo e, brandendo la penna e il taccuino che i giocatori di scopa dimenticano sulla tovaglia (li usano per segnare i punti, su due colonne con la scritta “Noi” “Voi”), inizierà a tracciare uno schema. E qui viene la parte poetica della spiegazione perché gli schemi del vecchio Bernardo non sono schemi canonici da c.t.; non ci sono numeri e nemmeno “alberi di Natale” o frecce o linee che delimitano il rettangolo di gioco. Sono, a tutti gli effetti, dei disegni. Realizzati con tanta cura e gusto per la bellezza da assomigliare ai bozzetti dei pittori, opere d’arte in miniatura, inchiostro blu di Bic su foglio a quadretti di block-notes Pigna, 7,4 x 10,5 cm, senza firma.
Il disegno del giocatore tipo dei “primi” Cervi ritrae l’atleta a mezzo busto, con la maglia a righe (il bianco/blu non fa intuire ai profani che i nostri colori sociali sono il verde e il nero), il viso serio e corrucciato e un ventaglio di poderose corna ramificate che spuntano tra i capelli e salgono verso l’alto. Avete capito bene: due, più piccole, sopra la fronte e le altre, ben più sviluppate, che si allargano sui lati, a destra e a sinistra.
Calciatori cornuti, altroché l’arbitro.
In pratica, i ragazzi giocavano con le corna anche con la palla a terra, assumendo una postura quasi a carponi.
Il vecchio Bernardo spiega che gli undici titolari erano fratelli, nati nella stessa famiglia, colpiti da un destino spietato che li aveva inchiodati a una malformazione genetica rarissima, così rara da essere oggetto di studio del medico Isidoro Lavater, discendente del pastore svizzero e fisionomista Johann Kaspar Lavater, nonché terzino destro del Grasshopper di Zurigo.
Lavater il giovane si trasferì a Cervetto nella primavera del ’76 stazionando per alcune settimane a bordo campo come un umarell e dormendo nello spogliatoio. Dopo ventidue giorni di osservazioni attente e scrupolose dei calciatori, sparì nel nulla e si persero le sue tracce. Il corpo fu ritrovato il 10 agosto, incagliato in un’ansa del Po, completamente sfigurato. Nessuno seppe mai se si trattò di suicidio o di omicidio volontario da parte di uno degli undici.
Dal canto suo il vecchio Bernardo tuttora non riesce a dare una spiegazione alla pervicace volontà dei genitori dei “primi” Cervi di continuare a mettere al mondo dei figli pur sapendo a quale triste esistenza li avrebbero condannati.
Alla nascita dell’undicesimo l’idea di formare una squadra di calcio paesana dovette comunque sembrare vincente alla coppia, che interruppe le gravidanze.
Il vecchio Bernardo è solito completare il suo bozzetto disegnando un pallone di cuoio incastrato tra le corna del Cervo attaccante, altrimenti conosciuto come “Fausto il goleador”. Allora fa una pausa, alza lo sguardo dal taccuino e osserva la nostra espressione interrogativa.
«Accadde che nella partita di andata con i Vivaisti, sul risultato di 3 a 0 per gli avversari, a metà del secondo tempo, il terzino sinistro inciampò nelle corna di Fausto che si stava guadagnando spazio al centro dell’area, in attesa che gli arrivasse un cross dalla destra. Il passaggio fu puntuale e il pallone disegnò una traiettoria elegante e pulita. Fausto salì in cielo per colpirlo di testa, ma la palla s’incastrò tra le sue corna. Il goleador chiuse gli occhi nell’attimo dell’impatto e quando li riaprì, atterrando sull’erba, il pallone era sparito. Non lo trovava più. Si era volatilizzato. I suoi compagni e poi il pubblico iniziarono a urlare e a ridere, indicandogli la testa, la testa! Ma Fausto non capiva. La testa? Ce l’hai in testa! Ce l’hai in testa!»
Anche noi, quando il vecchio Bernardo la racconta, scoppiamo a ridere. Lui, però, torna subito serio e aggiunge: «Così sono arrivato a formulare la prima regola del mio Quaderno
«Cioè?» vogliamo sapere.
«Cioè? Che per giocare a calcio non bisogna avere la testa nel pallone.»

[Matteo Colombo è nato a Voghera nel 1976 ed è redattore del settimanale “Il Popolo”. Ha scritto racconti pubblicati in numerose riviste, guide turistiche che sembrano romanzi e un monologo teatrale,  Inter – Cento anni di storia nerazzurra in 90 minuti più eventuale recupero. Tra gli altri, nel 2002 ha vinto il concorso “20.02.2002 Un mercoledì da Italiani” organizzato da Beppe Severgnini su Italians e nel 2011 il primo premio al laboratorio di scrittura “Io scrivo” del “Corriere della Sera” con il racconto “Magari disturbiamo” uscito nella collana “Inediti d’autore” (RCS Quotidiani). È autore e conduttore di “Bauci” in onda il venerdì su Radio PNR.]

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