Provaci ancora, Roy

di Gianvittorio Randaccio

È domenica, sono in giro, devo tirare le sette per andare a prendere una bambina di quasi otto anni alle prove del coro. Ho una mezz’oretta libera, non poco, non molto, il tempo di una birra piccola e due patatine. Entro in un pub dall’aria accogliente: fra un paio d’ore c’è il derby, c’è eccitazione in giro, si sente, tutti i posti sono prenotati, alle otto e mezza qui dentro non entrerà uno spillo. Ma adesso c’è posto, e la barista mi dice di sedermi dove voglio, anche se su un tavolo c’è un foglietto giallo con scritto Angelo x 6 e su quello vicino, invece, Giuseppe, sempre x 6. Nel pub ci sono vari maxischermi e si possono seguire tante partite, anche contemporaneamente. Decido che mi interessa Fiorentina-Cagliari,4104351428_3877955604_m anche se sembra che a Firenze ci sia un vento fortissimo e che il gioco sia molto difficoltoso: e infatti è vero, non azzeccano due passaggi di fila, la palla rimbalza casualmente da una parte all’altra del campo e ci sono anche un sacco di falli, per cui il gioco è spesso fermo e io mi annoio un po’. Allora giro lo sguardo per il locale: dietro di me trasmettono dei filmati di qualche partita di Champions; un po’ più a destra, proprio sopra il bancone, si passa al basket ed ecco l’Olimpia Milano che sfida l’Onoria Pistoia; più a destra ancora, vicino al bagno, c’è la sfida tra Everton e Crystal Palace, noiosa anche lei, ferma sullo 0-0. I tifosi nel pub che aspettano il derby cominciano a bere birra, e ridendo dicono che devono darsi un contegno, non possono fare come se fossero allo stadio, se no qui li sbattono fuori. A un certo punto a Firenze, nella noia e nel vento più assoluti, Chiesa si libera di un difensore e tira di poco fuori, ma quando sembra che la partita possa finalmente decollare finisce puntualmente il primo tempo.
Io finisco la mia birra, faccio per alzarmi ma mi fermo subito: nello schermo più lontano, quello vicino al bagno, vedo Roy Hodgson, elegantissimo, in piedi davanti alla panchina, che sorride ironicamente, come chi pensa che quello che è appena successo in realtà non è successo, è tutta finzione. Partono i replay e capisco che il suo Crystal Palace si è preso due pappine in due minuti, Calvert-Lewin all’ottantasettesimo e Tosun all’ottantanovesimo, due panchinari, e lo stadio dietro di lui è una bolgia, si vedono i tifosi che ballano, saltano e dicono cose probabilmente improponibili. Mi fa tenerezza, Roy, fin da quando era allenatore dell’Inter: la sua bonarietà, la sua gentilezza, la sua imperturbabilità mi sono sempre sembrati merce rara tanto nel calcio quanto nella vita di tutti i giorni. Non ricordo nessuna vittoria del Roy Hodgson allenatore, né con squadre di club, né con la nazionale inglese, ma solo interviste sorridenti e gioviali: mi piacerebbe bermi un tè caldo con lui, chiedergli di Roberto Carlos, di Pistone, dei rigori con lo Schalke 04, della nazionale svizzera, di quella inglese. Lui mi risponderebbe con un sorriso, sorseggiando il tè, chiamandomi John Victor, e chiedendomi subito dopo come stanno mia moglie e le mie bambine. E invece adesso è lì, i tifosi esultano e inveiscono alle sue spalle; gli è sfuggito un buon pareggio fuori casa con l’Everton e il suo Crystal Palace naviga in cattive acque nei bassifondi della Premier: Roy è in piedi, tranquillo, quasi serafico, sicuramente starà pensando a cosa mangerà stasera, o se si è ricordato di mettere l’ombrello in macchina prima di uscire di casa. Pago la mia birra, e mentre esco do un altro sguardo allo schermo: la partita è finita, il Crystal Palace ha perso, Hodgson stringe un po’ di mani a caso. Il calcio è importante, ma non è tutto, almeno per lui: devo ricordarmi di dirlo alla bambina di quasi otto anni, appena la vedrò, mi sembra una piccola lezione molto importante, soprattutto prima del derby.

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