Scapoli contro ammogliati: la sfida finale (primo tempo)

di Francesco Nucera

Correva il maggio del 2001 e l’ultima estate della lira era alle porte. La Roma di Totti e Batistuta aveva appena vinto lo scudetto con due punti di vantaggio sulla Juventus e il Bayern Monaco si era aggiudicato la finale di Champions League ai rigori contro il Valencia di Héctor Cúper, ma la vera partita si stava per giocare da un’altra parte, a pochi chilometri dallo stadio Meazza.

Fuori dalle porte di Milano, nelle campagne del Parco Sud, due uomini si fissavano al centro di un campo di calcio. Un colpo di vento improvviso alzò la polvere all’altezza dell’aria di rigore e la trascinò fino ai piedi di Samuele e Mario Bolli che, palpebre socchiuse e denti digrignati, si fronteggiavano. Il primo era venti centimetri più alto del secondo, che aveva reinvestito la misura in girovita.scapoli-contro-ammogliati
«Dispari» disse Mario, cercando di non tradire alcuna emozione. Un rivolo di sudore gli partì dal centro della piazza e si perse nella corona di capelli canuti.
«Pari» rispose Samuele, cercando di resistere al sole che rimbalzava sulla calvizie dell’avversario.
Sollevarono simultaneamente il pugno destro al cielo e si studiarono come due vecchi pistoleri.
«Bam!»
«Bam!»
L’urlo arrivò quasi simultaneo: un tre e un quattro comparvero dalle loro mani.
«Palla» esultò Mario.
«Goditela, sarà l’unica volta che la vedrai!»
«Stavolta non puoi vincere!» Il capitano più anziano si voltò e scambiò uno sguardo d’intesa con Kanu, il ventenne nigeriano che da poco si era sposato con Marta, la segretaria della sua azienda.
Quello era stato un colpo di mercato non indifferente. L’aveva visto giocare durante la pausa pranzo nel parcheggio dell’azienda: passo felpato e cross millimetrici, era il Beckham nero della Bibiton SRL. Una volta gli aveva visto far passare la palla sopra i bancali della Coca-Cola per mandare in porta (due casse di Peroni come pali e la traversa immaginaria che oscillava tra il metro e sessanta e i tre metri a seconda del portiere) Rachid, il magazziniere marocchino che ora era posizionato al centro della difesa.
Pelle olivastra e sguardo da duro, lo stopper si era fatto notare non tanto per le qualità balistiche (il tiro che era seguito al famoso cross era finito contro il camion di un polacco che stava dormendo nel parcheggio fuori dalla recinzione) quanto per la facilità con cui spostava i fusti da trenta litri di Guinness. Alcune leggende narravano che, le sere di ramadan, pochi minuti prima del tramonto sollevasse tre fusti alla volta per poter correre a casa a mangiare.
Loro due erano soltanto gli ultimi innesti della squadra che, rispetto alla sfida di un anno prima, era stata cambiata per dieci undicesimi.

Scapoli contro Ammogliati era un classico del mese mariano della parrocchia dei Santissimi Pietro e Paolo in Scaccabarozzi. Negli ultimi anni i single, che potevano vantare una rosa più giovane, stavano dominando la scena e il tonante quattordici a zero di un anno prima aveva costretto Mario Bolli a prendere in mano la situazione.
Il proprietario della Bibiton SRL non aveva tollerato i modi compassionevoli con cui Samuele l’aveva consolato a fine partita e, ferito nell’orgoglio, aveva prima sbraitato contro don Vito, reo di aver favorito i più giovani, per poi promettere che l’anno dopo le cose sarebbero cambiate.
Da quel giorno aveva convocato gli altri ammogliati per quattro allenamenti a settimana ma, prima la colica renale del geometra Polli e poi l’infarto di Vittorio, il postino del paese, l’avevano convinto che la via da percorrere era un’altra.
Prendendo spunto dal ventennale “presidente” della sua squadra del cuore, aveva messo mano al portafogli e si era occupato in prima persona delle assunzioni della Bibiton SRL.
I colloqui si basavano su tre punti fondamentali: palleggio, scatto e fede calcistica. L’ultimo punto era anche quello un retaggio del presidente a cui si ispirava. «La Bibiton ai milanisti» aveva iniziato a recitare come un mantra.
Dal terzo colloquio i candidati avevano iniziato ad arrivare con addosso la maglia numero tre dell’allora capitano Maldini e in paese era aumentata in maniera esponenziale la vendita di sciarpe rossonere.

Mario poggiò il pallone sul dischetto di centrocampo e, a lunghe falcate, prese posto in cabina di regia. Da lui sarebbe passato il gioco della squadra: intelligente, dai piedi buoni e dalla visione invidiabile, li avrebbe guidati alla vittoria.
«Forza ragazzi, ricordatevi del premio produzione!» batté le mani e strinse il pugno per stimolare, come se ce ne fosse bisogno, Ciro Ringhio Caputo.
Alto un metro a sessanta, collo taurino, sfregio dall’angolo destro della bocca a dietro l’orecchio, Ciro era il prototipo del nuovo mediano di contenimento. L’aveva scoperto guardando le registrazioni del circuito di sicurezza dell’azienda, con i carabinieri, la mattina in cui avevano trovato la cassaforte sfondata. Nessuno riusciva a capacitarsi di come non ci fossero segni d’effrazione esterna. I primi sospetti erano ricaduti sui dipendenti ma le immagini avevano chiarito tutto: Ciro e Nino, il suo gemello, si erano arrampicati a mani nude sul muro esterno per poi saltare sul cassone di un furgone a tre metri di distanza.
«Dovete trovarli!» aveva immediatamente detto Bolli al maresciallo.
«Faremo il possibile, ma gli stiamo dietro da un po’. Sarà difficile arrestarli» aveva risposto il carabiniere.
«E no, Castro. Lei non me li deve arrestare, io li voglio assumere, questi due!» si era premurato di specificare.
Dopo un attimo di pausa, il maresciallo aveva annuito. «Le ho mai parlato di mio figlio? Ha trent’anni, è milanista e non riesce a trovare un lavoro…»
In meno di una settimana, Mario aveva ingaggiato i gemelli Caputo, gli unici in squadra a non aver giurato sul Milan perché devoti a san Gennaro e al Napoli appena retrocesso in Serie B.
Il silenzio delle forze dell’ordine gli era costato l’assunzione di Fedele Castro. Il figlio del maresciallo si era rivelato un buon acquisto: longilineo e dinoccolato, portava il quarantasette di scarpe che gli permetteva di intercettare qualsiasi pallone passasse a meno di un metro da lui. Dopo uno studio accurato, Mario aveva deciso che sarebbe stato un ottimo terzino destro.

Don Vito, abito talare rigorosamente nero da cui sbucavano delle scarpette da calcio bianche, raggiunse il cerchio di centrocampo. Avvicinò il fischietto alla bocca, sollevò la mano sinistra e attese il cenno d’assenso dei due portieri.
Anche Mario si girò nella direzione di Florean Lucescu, l’unico non dipendente della Bibiton SRL. Ingaggiarlo non era stato facile e gli era costato parecchio, ma ne valeva sicuramente la pena. L’aveva notato l’estate prima, a Riccione, quando aveva portato suo nipote Marietto, il figlio del primogenito Giosué, che avrebbe seguito la partita dalla panchina, al circo. Se n’era innamorato immediatamente, vederlo con la tutina aderente nera mentre si lanciava da un trampolino all’altro senza fare il minimo sforzo gli aveva riportato alla mente le gesta di Cudicini, il più grande portiere che il Milan avesse mai avuto e che la stampa britannica, negli anni Sessanta, aveva ribattezzato “The Black Spider”.
A fine spettacolo, Mario aveva sbolognato il nipote di quattro anni a una maschera e si era infilato nel retro del tendone.
Raggiungere il futuro portiere degli ammogliati gli era costato un tentativo di linciaggio e trecentomila lire in contanti, ma doveva averlo in squadra.
«Chi sei?» aveva chiesto il trapezista, che senza maglietta incuteva parecchio timore.
«Lo vuoi un lavoro?»
«Ho già un lavoro…»
«Ti pagherò bene.»
«Ho tutto quello che mi serve, e il resto me lo prendo senza problemi.»
Gli era piaciuta la faccia tosta di quel ragazzo, gli ricordava Walter Zenga che, sebbene fosse un nemico storico, era stato un gran portiere.§
«Mi servi per una partita, fai tu il prezzo…»
The Black Spider aveva portato la mano al volto, si era carezzato la guancia ispida e aveva annuito.
L’accordo non era stato dei più vantaggiosi per Mario: quando Florean aveva scoperto dell’azienda l’aveva obbligato ad assumere come autotrasportatori sei cugini e si era fatto comprare il camper da otto posti con cui aveva raggiunto il campo poco prima della partita. Gli era costato tanto, ma come aveva insegnato il presidente ai tempi di Lentini: «Il prezzo giusto è quello con cui sbaragli la concorrenza».

Don Vito soffiò nel fischietto: la partita ebbe inizio.
Nino Caputo toccò il pallone, che fece mezzo giro in avanti. Ettore, il suo compagno di reparto, spostò la sfera con la suola e, con un movimento fluido, la lanciò sulla fascia sinistra dove Achille l’addomesticò con il petto. Era così che aveva conosciuto i due gemelli dal fisico scultoreo degno dei loro nomi.
Una mattina di ottobre se li era trovati in ufficio, seduti sul divano con addosso la tuta del Milan. Mario era andato a sedersi alla scrivania, li aveva guardati di traverso e aveva messo mano alla mazza da baseball, poggiata accanto alla sedia, che usava quando i dipendenti avanzavano richieste economiche.
«Chi cazzo siete?» aveva berciato.
«Quelli che stavi cercando…» aveva risposto quello che dopo avrebbe conosciuto come Achille.
Mario aveva stretto la presa sulla mazza e l’aveva poggiata sulla scrivania.
«Non mi serve nessuno!»
«Ma noi non siamo “nessuno”!»
Stanco di quella conversazione, Mario aveva impugnato la mazza e l’aveva sollevata sopra la testa.
La reazione dei due sconosciuti era stata fulminea. Achille si era alzato ed era corso verso l’ingresso, Ettore aveva tirato fuori un pallone da non si sa dove e aveva fatto partire un bolide in direzione di Mario. L’uomo aveva sentito solo il rumore dell’impatto del piede con il cuoio, poi aveva fissato la sfera che, priva di rotazione, volava verso di lui.
«Se la palla non gira vuol dire che è stata colpita alla perfezione!» gli aveva detto fuori da San Siro un friulano, dopo un tre a tre casalingo contro l’Udinese. «Te lo dico io che vedo tutte le domeniche Zico!»
Era l’otto gennaio del millenovecentoottantaquattro, faceva un freddo becco e il brasiliano aveva appena segnato due gol.
«Ma va a dà via el cu!» era stata la risposta serafica di Mario, che aveva condito il tutto con il segno internazionale dell’ombrello. Nella storia del Milan solo due friulani potevano parlare di calcio: il primo era morto cinque anni prima e il secondo a quei tempi era un semplice ex calciatore.
Il tifoso in trasferta aveva muggito quello che probabilmente era un insulto nel suo dialetto e si era dileguato nel nulla lasciandolo con quella massima inossidabile.
Il pallone aveva impattato contro la mano facendo volare la mazza.
Mario aveva osservato la sfera e il bastone rincorrersi per aria. Roteavano in una danza muta che terminò al cospetto del granitico Achille. Il giovane, che nel frattempo aveva sollevato la gamba sinistra, allargato le braccia e rigettato il capo all’indietro, aveva bloccato a terra il pallone con il piede e teneva la mazza in perfetto equilibro sul petto.
Mario aveva scosso la mano, come ad allontanare il dolore, e si era alzato dalla sedia.
«Quando volete iniziare?» aveva chiesto.

[Continua la prossima settimana]

[Francesco Nucera da calciatore colpiva pali e traverse, oggi scrive libri distopici e apocalittici. L’ultimo è Ernesto. Genesi di un eroe, Augh edizioni, 2018]

 

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