Alfonso Gatto e il Fantacalcio

di Gianvittorio Randaccio

L’altra sera sfogliavo qualche pagina degli scritti del poeta Alfonso Gatto, contenuti in La palla al balzo, pubblicato da Limina nel 2006. In questo libro sono raccolti gli articoli sul calcio che Gatto ha scritto a metà anni Settanta per «Il Giornale» di Montanelli: pezzi lucidi, smaliziati, mai banali, in cui si parte dal pallone per arrivare quasi sempre altrove. la-palla-al-balo-1
A un certo punto, come capita spesso quando uno è sdraiato e l’ora è tarda, mi sono addormentato, e ho cominciato un sogno: ho sognato che stavo organizzando un torneo di Fantacalcio, e che avevo bisogno di un partecipante, l’ultimo, per chiudere la lista delle rose. E nel sogno mi rivolgevo proprio ad Alfonso Gatto, di cui ho visto solo qualche foto e di cui mai ho sentito la voce. Pensavo, ingenuamente, che la sua passione calcistica lo avrebbe facilmente portato ad accettare la mia richiesta e che, anzi, mi sarei vantato a lungo con i miei amici per questo colpo: pensate, avrei detto loro, un vero poeta fantacalcista, pronto a tutto pur di vincere per mezzo punto all’ultimo minuto. Ma il sogno ben presto mi riportava all’amara realtà, quella che traspare chiaramente dalle pagine de La palla al balzo. Alfonso Gatto non ne vuole sapere del Fantacalcio, questa cosa dei giornalisti che danno i voti ai calciatori, anzi, gli sta proprio sullo stomaco, fin dagli anni Settanta. «Armati di bilancine e di mezzi punti, gli stessi cronisti si impancano a giudici. Esaurito il proprio chilometrico resoconto critico e narrativo, essi hanno ancora da additare gli ottimi, i buoni, gli insufficienti e i così-così, con l’aria di intenditori che assaggiano il vino con gli occhi e col naso, ma dopo averlo già bevuto»: così scriveva in Voti e pagelle, a pagina trentanove, criticando aspramente la cosa che più piace al fantacalcista, ovvero il voto, il giudizio espresso con un numero, la valutazione matematica, che da sola costituisce l’anima di una partita virtuale. E se ancora non ero convinto, Gatto continuava, a pagina quaranta, dicendo che questo «piace ai cronisti. Piace in un modo teatrale e infantile se, attraverso il voto, essi possono mostrare la propria sensibilità al peso critico, alla frazione di punto e all’arte di spaccare il capello in quattro», demolendo ancora di più la mia speranza che potesse magari interessargli sapere che, con il bonus della difesa, se il voto medio di tre difensori più il portiere è 6,5 lui guadagna tre punti, proprio come se un suo attaccante segnasse un gol. «Presto o tardi, sarà pure da ricordare che il miglior commento alla propria partita e al proprio rendimento sono i giocatori stessi a darlo: bisognerebbe lasciarli parlare di più, tutti, anche i più modesti. Sulle pagelle del bimestre e dell’anno siano essi a scrivere il voto» concludeva poi a pagina quarantuno, creando le interessanti basi per un Fantacalcio autogestito da giocatori che valutano loro stessi, ma che poco mi aiutava nella mia ricerca di un ultimo partecipante alla mia Lega.
Poi, all’improvviso, mi sono svegliato e ho subito pensato, come se stessi ancora sognando, che, incassato il rifiuto di Alfonso Gatto, avrei potuto rivolgermi a Pier Paolo Pasolini, magari, o a Vittorio Sereni, o a Luciano Bianciardi, che forse mi avrebbero dato più retta, giudicando con più clemenza un passatempo tutto sommato innocuo e divertente come il Fantacalcio. Ai miei amici, però, per il momento non avrei detto niente: questi poeti, a volte sono più imprevedibili dei migliori trequartisti.

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