Il campo finisce dove c’è la riga – Spagna 1982

di Francesco Savio

[…] Di ritorno a Brescia, il girone con l’Argentina e il Brasile, peggio non ci poteva capitare, mio padre che ha sul comodino La pelle di Curzio Malaparte, Vallecchi Editore, copyright 1964, e usa la copertina di un pacchetto di Ms Filtro King Size come segnalibro. il-fuorigioco_cop
«Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno», questo scrive Eschilo prima che il romanzo inizi.
«Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori» dirà invece Malaparte a proposito di questa sua opera tanto discussa.
Resta il fatto che la faccia di mio padre è cambiata, usare un pacchetto di sigarette come segnalibro, alla faccia di mio padre è successo qualcosa, una stanchezza permanente, un gonfiore, e mia sorella innamorata come tutte di Antonio Cabrini mi segnala che è stato lui a segnare la rete decisiva contro l’Argentina, non è solo bello ma anche molto bravo, dice mia sorella, vittoria per 2-1, e i giornalisti sportivi italiani, lanciati verso un inequivocabile declino linguistico e comportamentale, adesso dopo aver insultato vorrebbero parlare con i giocatori, ma Bearzot prosegue con il silenzio stampa, reso ancora più sublime dalla finezza di concedere il dono della parola solamente a Dino Zoff, capitano notoriamente poco loquace. Risulta evidente che sia accaduto qualcosa, al volto di mio padre, al volto degli altri italiani che si guardano e dicono d’accordo è stato bellissimo, ma adesso contro il Brasile ci vorrebbe un miracolo, andiamo a messa più di frequente questa settimana, mettiamoci del nostro, come popolo, perfino io provo a saperne di più dal mio prete-allenatore: «Mister, ma col Brasile ce la facciamo?».
Don Antonio accenna alla Provvidenza, alla necessità di una maggiore preghiera per avvicinarci nel migliore dei modi alla partita, di più non possiamo fare noi italiani, la domenica mattina fare la comunione, la domenica pomeriggio stare largo sulla fascia destra.
Ma il Gesù nostrano si rivela quello meno atteso o in un certo senso più aspettato, due anni per la precisione, il periodo inflittogli da qualche Ponzio Pilato per un dubbio caso di calcioscommesse, il Gesù nostrano si rivela essere Paolo Rossi da Prato che di Gesù ha pure il fisico, probabilmente magrolino, il quale dopo aver fatto pena per quattro partite segna tre goal ai più forti del mondo, incredibili le facce che ci sono in giro dopo Italia-Brasile 3-2, Rossi al quinto, al venticinquesimo, al settantaquattresimo. In mezzo i due pareggi di Socrates e Falcao, le facce che ci sono in giro dopo Italia-Brasile 3-2, «Papà ma come ha fatto a segnare tre goal Paolo Rossi? Possibile?».
Possibile, domani all’oratorio ci sarà da litigare per fare Paolo Rossi ma io ho la maglietta dell’Italia con il numero 20 sulla schiena che mi hanno comprato al mare. All’oratorio, con la maglietta azzurra bordata di bianco rosso e verde, mi avvicino a un ragazzo più grande, uno di quelli un po’ sbandati, uno di quelli che dicono sia un prepotente, non farci caso, gli dico: «Hai visto Paolo Rossi? Dalle stalle alle stelle».
Non so dove ho sentito questa frase, a dire il vero banale, probabilmente da un telegiornale o da qualcuno, per strada, dal fruttivendolo, e la dico al bullo per socializzare visto che stiamo giocando insieme a triangolino, ovvero due triangoli in ferro scolorito che fanno da porta ai due lati di una distesa di cemento nei quali deve entrare il pallone, per socializzare gli ripeto «Hai visto Paolo Rossi? Dalle stalle alle stelle» e il prepotente risponde «Non me ne frega un cazzo».
Io ci rimango di sasso, «non me ne frega un cazzo», era solo per socializzare, dopo averla pronunciata mi ero reso conto che la frase potesse apparire poco originale, linguisticamente poco attraente, dalle stalle alle stelle, colpa del fruttivendolo dannazione, al bullo non gliene frega un cazzo, parole pesanti a sette anni e mezzo, cazzo è una di quelle parolacce da non dire, figuriamoci all’oratorio se passa il prete, comunque, non gliene frega un cazzo, sfrutta la sua grandezza maggiore della nostra per farsi largo ma come calciatore è scarso, spintona, sportivamente il suo comportamento è ignobile, spinge via gli avversari, l’arbitro non c’è e nessuno ha il coraggio di opporsi al sua vigliaccheria, dove diavolo è finito il prete, io guardo con solidarietà i miei compagni e amici di ogni giorno, ma questo pomeriggio è arrivato il prepotente con un paio di compari e hanno detto giochiamo anche noi, e allora va bene giochiamo ma c’è tensione e in qualche modo paura, vorrei smetterla con questa partita senza senso e dire «Ascolta, noi non giochiamo più», ma significherebbe mollare, faccio il possibile per creare una forma d’intesa tecnica superiore alle scorrettezze del vile che in fin dei conti è davvero scarso e spreca anche davanti alla porta azioni condotte verso l’attacco utilizzando ogni tipo di stratagemma non regolamentare. Fuori, alto, palo, triangolino, com’è inevitabile si arriva alla zuffa accennata dopo un fallo di troppo del prepotente che poi se ne va, finalmente, non ha più voglia di giocare con i piccoletti, figuriamoci noi, se ne va, per fortuna senza sottrarmi la nuova maglietta di Paolo Rossi.
A casa, nella mia seconda casa, il negozio di materassi di mamma e papà di fronte all’oratorio, la polvere questa volta non del campetto in sabbia e sassi ma della lana cardata incendia la fine dei miei pomeriggi calcistici, non la smetteremmo mai di giocare a pallone, nel 1982, dopo la semifinale contro la Polonia, due volte Paolo Rossi, l’Italia è campione del mondo battendo in finale la Germania Ovest per 3-1: Rossi, Tardelli, Altobelli, Breitner.
Mio padre, io non credo abbia finito di leggere La pelle, di Curzio Malaparte. La copertina di un pacchetto di Ms Filtro King Size usata come segnalibro è ferma a pagina 180: «Chi sa? Non si tratta di essere un uomo onesto, non vuol dir nulla essere una persona per bene. Non è una questione d’onestà personale. È la civiltà moderna, questa civiltà senza Dio, che obbliga gli uomini a dare una tale importanza alla propria pelle. Non c’è che la pelle che conta, ormai. Di sicuro, di tangibile, d’innegabile, non c’è che la pelle. È la sola cosa che possediamo. Che è nostra. La cosa più mortale che ci sia al mondo».

[Francesco Savio è uno scrittore e libraio di Brescia. Oggi esce per Mondadori La sottovita, il suo nuovo romanzo. Il pezzo pubblicato qui, invece, è contenuto in Il fuorigioco sta antipatico ai bambini, Ediciclo, 2014, alle pagine 36-41, mi sembra.]

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