Alvise

di Gianluca De Salve

Spesso mi chiedo come sarebbe andata la mia vita se al posto di una scelta ne avessi presa un’altra. È una domanda che mi pongo dopo ogni delusione, quando mi va bene evito. Alvise_Zago
Tipo se avessi frequentato il liceo al posto di assicurarmi il diploma di ragioniere, se avessi intrapreso il percorso universitario anziché cominciare a scrivere i primi curriculum, se fossi andato in discoteca anziché arricchire ogni tipo di pub a Milano e provincia, se avessi avuto il coraggio di attaccare bottone con quella ragazza anziché far finta che non mi interessasse poi così tanto.
Le famose sliding doors. In alcuni casi determinate dalle mie scelte, in altri dalla casualità e in altri ancora, le doors, prese direttamente in faccia perché nemmeno le ho viste chiudersi.
È vero che con i se e con i ma non si va da nessuna parte, però malinconia e nostalgia sono porti sicuri in cui crogiolarsi.
Durante la mia esperienza da malato di calcio ho assistito a diverse carriere che sarebbero potute andare diversamente da come poi si sono concluse. Gol e prime apparizioni da fenomeni per carriere che si sono spente nel giro di poche stagioni se non addirittura mesi. A volte per una mancanza di impegno da parte della futura promessa, altre per infortuni disgraziati e altre ancora per allenatori intransigenti verso talento e anarchia tattica.
C’è un giocatore in particolare, tra questi, che non dimenticherò mai e che solo altri malati di calcio come me si ricorderanno senza ricorrere a Google.
Alvise Zago, trequartista del Torino alla fine degli anni Ottanta.
Ci sono calciatori che ti sorprendono. Fanno cose che gli altri in campo nemmeno pensano e che io, sdraiato sul divano davanti al televisore, non riesco nemmeno a immaginare. Circondati da avversari pronti a gambizzarli pur di mettere fine all’azione sono in grado di creare l’inaspettato. Una finta, i difensori vanno dalla parte sbagliata, io cado dal divano, il campo si apre davanti a loro e la folla esprime il mio stesso stupore.
Penso a Baggio, Ronaldo (il fenomeno originale), Maradona, Messi…
Sono giocatori che hanno fatto la storia del calcio e non voglio fare paragoni calcistici perché sarebbero impietosi. Però emotivi sì, perché sono puramente soggettivi. In quelle sue poche apparizioni Alvise Zago mi stupì allo stesso modo. Ero un bambino all’epoca e forse anche questo ha avuto il suo peso ma in fondo, se ancora oggi me lo ricordo, un motivo ci sarà.
La stagione era quella del 1988-89 e nel gironde d’andata il diciannovenne Alvise conquistò la maglia numero 10 granata (in quegli anni aveva un peso diverso da adesso perché era quella del titolare).
Durante la prima metà di quel campionato Alvise iniziò a far capire di quanto talento fosse dotato. Io da tifoso juventino rosicavo non poco, il ragazzo era uno spettacolo. La squadra non andava benissimo ma lui migliorava partita dopo partita. Durante l’estate i più importanti club italiani se lo sarebbero conteso a suon di miliardi.
Magari sarebbe finito all’Inter dei record a duettare con Matthaus, oppure sarebbe andato alla Samp per creare un meraviglioso tridente con Vialli e Mancini o magari se lo sarebbe assicurato il Milan in cerca di riscatto dopo lo scudetto dei cugini, Van Basten avrebbe fatto quaranta gol a campionato con lui a fianco.
Certo, il mio sogno era di vederlo alla Juve ma, all’epoca, un cambio di maglia stracittadino era quasi impossibile.
Alvise giocava nell’Under 21 ma era solo questione di tempo, poi sarebbe approdato alla nazionale maggiore. Sarebbe stato titolare nell’Italia delle notti magiche e con lui, Baggio e Schillaci non avremmo lasciato scampo a nessun avversario. Nemmeno ci sarebbe stato bisogno di arrivare agli sciagurati calci di rigore contro l’Argentina.
Ma prima di tutto questo si doveva giocare Sampdoria-Torino. Era il 19 febbraio del 1989. Dopo quindici minuti di gioco Alvise confermò il suo splendido momento di forma e portò avanti i granata. L’ennesima dimostrazione della sua costante crescita.
Dopo tre minuti dal gol la sua carriera si incrociò, anzi, si scontrò, con quella di Victor Munoz, centrocampista spagnolo, arrivato proprio quell’estate dal Barcellona. Dopo un terribile contrasto entrambi i giocatori uscirono dal terreno di gioco ma Zago non vi rimise piede prima di un anno e mezzo.
E non fu più come prima, mai più.
La partita si concluse 5-1 per la Samp, il Torino al termine di quella stagione finì in serie B e un anno e mezzo dopo la Germania si laureò campione del mondo a Roma. Forse con Alvise in campo sarebbe finita diversamente, o forse no.
A me, però, piace credere allo stupore che Alvise riuscì a regalarmi e, ancora oggi, preferisco i pub alle discoteche.

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