Riassunti di partite importanti #3

di Gianvittorio Randaccio

Juventus-Inter 1-3
Il 29 novembre 2003 ero a Venezia e la sera si giocava Juve-Inter: nonostante l’afflato artistico e poetico da cui eravamo permeati, io e un mio amico juventino avevamo deciso comunque di vedere la partita in un pub, come in una qualunque domenica sera a Rogoredo. La Juve aveva dieci punti di vantaggio, era allenata da Lippi e ci si aspettava che facesse a fettine l’Inter di Zaccheroni, che era una squadra sgangherata e aveva appena preso cinque pappine dall’Arsenal. cruz-gol-alla-juve
Solo che, come a volte capita, quella sera la partita era andata in maniera opposta a quello che tutti si aspettavano. L’Inter aveva giocato molto bene, El Jardinero Cruz aveva segnato una doppietta e Oba Oba Martins si era occupato personalmente del 3-0. Solo negli ultimi minuti Montero aveva accorciato le distanze, fissando il risultato sul 3-1. Alla fine della partita io ero molto contento, quasi incredulo per quell’inaspettata vittoria, mentre il mio amico, pur mantenendo un certo self control, si vedeva che ci era rimasto male e che rimuginava dentro se stesso senza trovare una spiegazione plausibile a quel tracollo. E insomma, più tardi, camminando tra calli, campi e canali eravamo arrivati nella fetida sala biliardo in cui ci aspettavano gli altri amici, che forse nemmeno sapevano che noi eravamo stati a vedere una partita in un pub. Il mio amico, allora, finalmente, aveva deciso di liberarsi del peso che aveva dentro e, dopo aver salutato tutti un po’ nervosamente e aver ordinato una birra, aveva tirato qualche cristone per poi dire, nell’incredulità generale, che quella partita era stata una vergogna, l’Inter non aveva poi giocato tanto bene e che il risultato giusto era lo zero a zero. Ecco, quella frase lì, con quel tono lì, era stata così memorabile che da quella volta, tra i nostri amici, quando si deve commentare una partita che non è andata come uno si aspettava, si dice sempre così, è diventato un po’ come il ritornello di un tormentone estivo: il risultato giusto era lo zero a zero.

Milan-Inter 2-2
Il 7 gennaio 2001 per la prima volta nella mia vita, lo ricordo bene, sono stato a San Siro per vedere il derby, Milan-Inter. Ero contentissimo ed emozionato, ma c’era un piccolo problema: il mio posto era in un settore vicino alla curva del Milan, ed ero letteralmente circondato da sciarpe, cuscinetti e cappellini rossoneri. Avrei dovuto fare molta attenzione alle mie reazioni durante la partita, per non avere discussioni potenzialmente pericolose, anche se io mi consideravo (e mi considero) un interista equilibrato e composto. Già all’undicesimo ero stato messo alla prova: Seedorf aveva scodellato per Hakan Sukur, che aveva fatto secco Abbiati. 1-0 per l’Inter. Ricordo che io mi ero alzato fulmineamente urlando «Gol!», e poi, astutamente, l’avevo fatto sfumare in un «No…», chiuso da un insulto generico, per camuffare il più possibile la mia felicità irrefrenabile. Mi ero anche messo le mani fra i capelli, per essere più credibile. Nel secondo tempo avevo dovuto fare il contrario, quando il Milan aveva pareggiato con Boban: mi ero alzato per maledire tutti i santi che conoscevo, ma subito dopo mi ero trovato con le braccia al cielo, fingendo di esultare insieme ai miei amici rossoneri. In pratica, per tutta la partita avevo dimostrato doti da grandi attore, fingendo di disperarmi per le occasioni sbagliate dal Milan ed esultando per gli errori dell’Inter. Verso la fine, ero stato costretto all’interpretazione più difficile. Dopo che Di Biagio aveva riportato l’Inter in vantaggio, Bierhoff aveva pareggiato di testa, quando ormai la nebbia avvolgeva lo stadio e non si capiva tanto bene cosa stava succedendo. Mi ero alzato, indeciso sul da farsi, e avevo finto un attacco improvviso di tosse, chiedendo anche un fazzoletto al mio vicino, che intanto, una volta capito che il Milan aveva pareggiato, aveva cominciato a esultare come un forsennato. Quando ero uscito dallo stadio avevo tirato un sospiro di sollievo: ero contento di aver visto il primo derby della mia vita, ma ero molto più felice di essere sopravvissuto a novanta minuti nella tana del nemico.

 

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