Le ali della libertà

di Emiliano Fabbri “El Buitre”

Di solito al lavoro vado a piedi. Casa mia dall’ufficio dista esattamente un chilometro. Mille metri esatti, calcolati con gli strumenti di precisione tecnologica che sono ormai annidati in ogni dove nella nostra vita. Mille metri che un maratoneta coprirebbe in più o meno tre minuti, un mezzofondista veloce in un paio di minuti circa, mentre il sottoscritto ci impiega esattamente dieci minuti. Alla strabiliante media di un minuto ogni cento metri. all-interno-del-carcere-di-busto-inserita-in-galleria-28356.610x431
Munito della mia valigetta, e col passo costante di colui che prova a destarsi per iniziare la giornata lavorativa nella maniera più dignitosa possibile. Questi dieci minuti però, potrebbero aumentare in caso di pit-stop per la prima dose giornaliera di caffeina. Sì, perché questi mille metri li compio, tra discese e salite, nel bel mezzo della città. Con pioggia, vento, sole. Sempre alla stessa ora. Sia all’andata che al ritorno. Lungo il mio percorso ormai conosco anche i tombini. Stesse facce, stesse persone. Saluti scanditi dalla quotidianità. Gente che ormai conosci senza esserne amico. Gesti quotidiani che riesci ad anticipare nella tua mente. Odori che riconosci a seconda della giornata. Insomma, potrei camminare per un chilometro a occhi chiusi, riuscendo a evitare ogni ostacolo, fino ad arrivare in ufficio sano e salvo. In alcune occasioni mi sembra di rivivere l’infinito giorno di Bill Murray. Un personalissimo giorno della marmotta.

Però. C’è un però. Lungo il mio percorso mi imbatto nella casa circondariale. Uno di quei carceri antichi, costruiti a ridosso dei palazzi, e che con essi si confondono. Il mio cammino costeggia le alte mura della patria galera della civitas, mura che, passo dopo passo, si alzano sempre più, fin quasi a divenire imponenti sulla mia testa. Le mura sono merlate da garitte, dove, a guardar bene, si notano baschi azzurri che vigilano. Perché da dentro quelle mura non deve uscire nessuno. Eppure qualcosa esce. Perché una fiamma azzurra può bloccare tutto, o quasi, ma non un’emozione. Un’emozione può avere varie forme e può essere rappresentata in molti modi. Qui non parliamo di leggi, tribunali e sentenze, men che meno di indulti ed evasioni, ma di sport. Perché lo sport, col suo linguaggio universale da bambino, riesce a tener vivo ogni pensiero in ogni luogo. Anche in carcere. Così, già al primo giorno in cui transitai lungo quelle mura, sentii quelle voci, e compresi immediatamente che lì dietro stavano giocando a calcio. I rumori universali che si odono in ogni cortile ove giochi un bambino. Gli stessi rumori di quando, io bambino, giocavo nel cortile sotto casa. Il pallone che sbatte sul muro, le urla incastrate dei giocatori, che svariano dall’immensa gioia alla disperazione più cupa. E tutto per un gol. Fatto o subito. Dalla felicità di un dribbling maradoniano, all’incazzatura per un autogol in mondovisione. Perché in fondo, ogni campo di calcio è un cortile. E ogni cortile è un campo di calcio. E quello del carcere non è un’eccezione. Per questo, e per mille altri motivi, dalla prima volta che sentii quella partita, mi riconciliai con il mondo, e l’impressione grigia di quelle mura fu sostituita da una distesa di cemento, magari non troppo più bella esteticamente, ma sicuramente più a misura di bambino. Un cortile con due porte fatte da quattro giacconi, un pallone spelacchiato dal troppo rotolare sui sassi. Pali e traverse immaginarie, ma di una precisione millimetrica, e quelle regole per cui non c’era bisogno di alcun arbitro, perché universalmente riconosciute in tutto il mondo della pallastrada. Questo vedevo attraverso un muro all’apparenza impenetrabile. E così, giorno dopo giorno. Passo dopo passo. Ogni volta che passavo vicino a quel muro, mentre gli altri si fermavano a quella barriera grigia, io la scavalcavo col pensiero, come un novello Sergej Bubka dell’anima, e condividevo con altri giocatori il sogno di futbolandia. Quante partite ho giocato con la mente in vita mia. Da bambino passavo le notti a giocare a calcio, quando la playstation non era nemmeno una bozza di programma, invece di dormire giocavo partite immaginarie in stadi di tutto il mondo. Quello più affascinante era il Maracanã, lo stadio per eccellenza, così, dalla prima notte che lo sognai, decisi che le mie partite più importanti le avrei disputate sempre lì. Poi col passare degli anni i sogni di quel bambino si sono sgonfiati come un pallone troppo usurato. Ma si sa, i palloni hanno mille vite, e non si perdono mai. Al massimo si incastrano sotto le marmitte delle 127. Così, dopo qualche lustro, ho ripreso dalla cantina della mia memoria quel vecchio pallone il cui cuoio era ormai solo un ricordo, e ho ricominciato a calciarlo, ogni santissimo giorno che costeggiavo il muro di quel carcere che, di colpo, era diventato il mio nuovo Maracanã. Non so dirvi l’espressione che ho sul volto quando incrocio qualche passante davanti a quello “stadio”, ma credo, dai loro sguardi, che sia più o meno quella di un beota. Ma niente e nessuno può intaccare i miei pochissimi minuti di partita giornaliera. Perché la circumnavigazione delle mura non dura tantissimo, diciamo in tutto un centinaio di metri che col passo da uomo in valigetta corrisponde a circa un minuto. Ma dentro quel minuto c’è tutta la mia giornata. C’è il senso del mio essere bambino. C’è la speranza per un futuro. C’è il mio cuore che batte nel cuore di ognuno. C’è un pallone che rotola ogni oltre barriera, fisica e mentale e che unisce uomini e donne, giovani e anziani, guardie e ladri. Perché io non conosco chi sta giocando a pallone al di là di quelle mura. E in fondo non mi interessa. Quando c’è un pallone che rimbalza, potrebbero calciarlo uno, nessuno e centomila giocatori. Perché quegli attimi in cui giochi la partita di calcio, voli oltre ogni barriera, superi ogni muro. Quando giochi con il pallone, semplicemente torni bambino, e voli sulle ali della libertà.

 

[Emiliano Fabbri nasce nel 1975 a Frosinone e cresce vicino lo stadio “Matusa”. Gioca nel ruolo di stopper fino a quando capisce che oltre al coraggio, l’altruismo e la fantasia servirebbero anche piedi buoni. Vive a Lodi, ha conseguito il patentino di “Allenatore Uefa B” ed è dirigente della prima squadra del Piacenza Calcio. Si fa impropriamente chiamare “El Buitre” in onore di Emilio Butragueño.
Insieme ai balenghi di em bicycleta ha partecipato a diverse antologie: Un coro per il Vecio (Curcu&Genovese), Inter Nos (Curcu&Genovese), Io sto qui e aspetto Bartali (Curcu&Genovese), L’Architetto di Eupalla (Noferini), Rivera Rivera Rivera Rivera (InContropiede). Inoltre ha scritto tre biografie: Il Falco di Utrecht. Wesley Sneijder (Limina), L’equilibrista. Vita e opere di Esteban Cambiasso, centromediano metodista quasi allenatore (Limina) ed El Shaarawy Faraone Rossonero (UltraSport).]

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