Il Padrone dopo Dio

di Primo Levi

La vittoria e la pace furono festeggiate anche in altro modo, che per poco, indirettamente, non mi doveva costare assai caro. A metà maggio ebbe luogo un incontro di calcio fra la squadra di Katowice ed una rappresentativa di noi italiani. latregua
Si trattava in realtà di una rivincita: una prima partita era stata disputata senza particolare solennità due o tre settimane prima, ed era stata vinta di larga misura dagli italiani contro una squadra anonima e raccogliticcia di minatori polacchi dei sobborghi.
Ma per la rivincita i polacchi sfoderarono una squadra di prim’ordine: corse voce che alcuni giocatori, e fra questi il portiere, fossero stati fatti arrivare per l’occasione niente meno che da Varsavia, mentre gli italiani, ahimè, non erano in grado di fare altrettanto.
Questo portiere era un portiere da incubo. Era uno spilungone biondo, dal viso emaciato, dal petto concavo e dalle movenze indolenti da apache. Non possedeva affatto lo scatto, la contrazione enfatica e la nevrotica trepidazione professionale: stava in porta con degnazione insolente, appoggiato a un montante come sé al gioco assistesse soltanto, con aria insieme oltraggiata e oltraggiosa. Eppure, le poche volte che la palla veniva calciata in porta dagli italiani, lui era sempre sulla traiettoria, come per caso, pur senza mai fare un movimento brusco: stendeva un lunghissimo braccio, uno solo, che sembrava gli uscisse dal corpo come le corna di una chiocciola, e possedesse la stessa qualità invertebrata e appiccicosa. Ed ecco, la palla vi aderiva solidamente, perdendo tutta la sua forza viva: gli scivolava sul petto, poi giú lungo il corpo e la gamba, fino a terra. L’altra mano non la adoperò mai: la tenne ostentatamente in tasca per tutto l’incontro.
La partita si svolgeva su di un campo di periferia piuttosto lontano da Bogucice, e i russi, per l’occasione, avevano concesso libera uscita all’intero campo. Fu accanitamente disputata non solo fra le due squadre contendenti, ma fra entrambe queste e l’arbitro: poiché arbitro, ospite d’onore, titolare del palco delle Autorità, direttore di gara e segnalinee a un tempo era il capitano della NKVD, l’inconcreto ispettore delle cucine. Ormai guarito alla perfezione della frattura, sembrava seguisse il gioco con interesse intenso, ma non di natura sportiva: con un interesse di natura misteriosa, forse estetico, forse metafisico. Il suo comportamento era irritante, anzi estenuante, se giudicato col metro dei molti competenti presenti fra il pubblico; per altro verso, esilarante, e degno di un comico di gran scuola.
Interrompeva il gioco continuamente, a casaccio, con sibili prepotenti, e con una sadica predilezione per i momenti in cui erano in corso azioni sotto porta; se i giocatori non gli davano retta (e smisero ben presto di dargli retta, perché le interruzioni erano troppo frequenti), scavalcava il parapetto del palco con le sue lunghe gambe stivalate, si cacciava nella mischia fischiando come un treno, e tanto faceva finché non riusciva a impadronirsi del pallone. Allora, a volte lo prendeva in mano, rigirandolo da tutte le parti con aria sospettosa, come se fosse stato una bomba inesplosa; altre volte, con gesti imperiosi, lo faceva mettere a terra in un determinato punto del terreno, poi si avvicinava poco soddisfatto, lo spostava di qualche centimetro, gli girava intorno a lungo meditabondo, e infine, come convinto di chissà che, faceva cenno di riprendere il gioco. Altre volte ancora, quando gli riusciva di avere il pallone fra i piedi, faceva allontanare tutti, e lo calciava in porta con tutta la forza che aveva: poi si volgeva radioso al pubblico che mugghiava di rabbia, e salutava a lungo stringendosi le mani al di sopra del capo come un pugile vittorioso. Era peraltro rigorosamente imparziale.
In queste condizioni, la partita (che fu meritatamente vinta dai polacchi) si trascinò per oltre due ore, fin verso le sei di sera; e si sarebbe protratta probabilmente fino a notte se fosse dipeso solo dal capitano, che non si preoccupava minimamente dell’orario, si comportava sul campo come il Padrone dopo Dio, e da quella sua malintesa funzione di direttore di gioco sembrava ricavare un divertimento folle e inesauribile. Ma verso il tramonto il cielo si oscurò rapidamente, e quando caddero le prime gocce di pioggia fu fischiata la fine.

[La “cronaca” di questa strana partita è narrata da Primo Levi in La Tregua, Einaudi, ed. 1989, pag. 89-91.]

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