Il vulcano del gelido nord

di Matteo Di Giulio

Il vento che spazza Hamburg è unico al mondo. Una corrente secca, continua, capace di mettere i brividi anche sotto il giaccone più pesante e di frustare i passanti. Non sono poche le persone che dalla città del fiume Elbe si sono trasferite altrove a causa proprio del vento gelido.stpauli
La prima volta che ho messo piede in città una raffica mi ha fatto sventolare come una bandiera. Era estate, eppure dal nord spirava la solita brezza implacabile.
La seconda volta ero attrezzato meglio, con una giacca da neve, d’altronde era inverno e pioveva. L’acqua spinta dal vento si trasforma in spilli che pungono sottopelle e lasciano come delle invisibili ferite.
Le volte successive il vento era passato in secondo piano. Avevo afferrato che non dovevo combatterlo: ma accettarlo.
Per capire Hamburg, bisogna prima comprenderne il clima. Per imparare a convivere con quel tempo maledetto, occorre imparare a riscaldarsi.
La prima soluzione, quella facile, è avere sempre con sé, nello zaino o allacciata in vita, una giacca da indossare in caso di necessità.
La seconda sono le bevande roventi, dal caffè al thè, passando per le invenzioni più fantasiose a base di cioccolata calda, rhum, crema di whisky oppure, sotto le feste, il vino infuocato, il Glühwein.
Con il tempo, si arriva a capire come entrambi siano però soltanto dei palliativi.

Giro per il quartiere popolare di St. Pauli e vedo la gente intorno a me in maniche corte, che beve birra fredda senza battere ciglio. È metà settembre e ci sono dodici gradi. Il vento che s’insinua negli eleganti palazzi del Kontorviertel e della Speicherstadt, le zone portuali di Hamburg elette dall’Unesco a patrimonio dell’umanità, si spinge fino a questa periferia e la spazza senza pietà. I tedeschi sembrano non percepirlo nemmeno.
Il calore, comprendo mentre cammino per le vie sporche e per i vicoli dove i bar offrono emozioni a basso prezzo e svaghi illegali d’ogni genere, viene emanato dal cemento stesso delle strade.
St. Pauli è un ecosistema a parte e soltanto quando ci si immerge si può apprezzarne l’intimità, la profonda umanità che come sudore rancido evapora e ti si appiccica addosso: prendere o lasciare.stapaulibis
Entro in un bar malfamato, attorniato dai nuovi grattacieli che vogliono abbellire il quartiere dei portuali. Oggi si parla di gentrificazione, una parola sconosciuta ai marinai che scatenavano leggendarie risse degli anni Settanta e al serial killer delle puttane Fritz Honka, a cui il regista turco Fatih Akin ha dedicato un film morboso tratto da un romanzo altrettanto sudicio di Heinz Strunk. Su St. Pauli si scrivono storie struggenti e violente, poemi la cui epica sprofonda nel fango.
Nel bar l’atmosfera è tesa.
È tempo di derby e qui si tifa per un’unica squadra, una squadra che, come il vento di Hamburg, è irripetibile.

Il F.C. St. Pauli, fondato ufficialmente con questo nome il 15 maggio del 1910, indossa una maglia dai colori molto poco chic: marrone e bianco. Lo stadio, il famoso Millerntor, si trova nella strada più grande del quartiere, la famigerata Reeperbahn. Un lungo corridoio di strip-club, bordelli, pub dove ancora oggi si può fumare, coffee shop, negozi etnici e negozi di materiale erotico.
I Kiezkicker, i calciatori del quartiere a luci rosse, non hanno mai ottenuto grandi successi, ma la loro filosofia è tale da conquistare quasi tutti. Simpatie comuniste; ideali libertari; inni all’antirazzismo e all’uguaglianza, tanto che oggi la divisa ufficiale sfoggia sul colletto i colori dell’arcobaleno lbgt; e giocatori dal passato discutibile che subito diventano icone popolari.
Questo è l’universo del St. Pauli, il cui logo è il teschio dei pirati, sopra due femori incrociati.
Tra magre vittorie e lunghi periodi di miseria, compresa un’azione popolare per salvare la squadra nel 2003 dal fallimento, arriva una semifinale a sorpresa nel 2006 nella coppa di lega, persa contro il Bayern München, ma dopo aver eliminato squadre di blasone come Bochum, Hertha Berlin e Werder Bremen. L’anno dopo la squadra viene promossa dalla lega regionale dei semi-professionisti alla seconda Bundesliga, tre anni dopo riuscirà a giocarsela con quelli della prima classe. Finiscono ultimi, retrocessi, ma sempre ammantati da un alone di gloria.
Sono tanti i giocatori che hanno lasciato una traccia da queste parti.
Guy Acolatse, del Togo, fu nel 1963/64 uno dei primi giocatori di colore del calcio professionistico tedesco. Walter Frosch, difensore scorbutico, detiene ancor oggi il record di giocatore più ammonito in una singola stagione. Franz Gerber, attaccante di razza, è il più prolifico goleador della storia del club. Volker Ippig, portiere anarchico, viveva come un punk tra gli anni ’70 e ’80 nelle case occupate di fronte al porto.
Giocare nel St. Pauli significa vivere il St. Pauli.
Non si può essere neonazi da queste parti, né maschilisti o omofobi. Lo sanno bene i tifosi dell’Hansa Rostock, squadra la cui tifoseria ha evidenti tendenze destrorse, forse il club più odiato al Millerntor. Pugni, calci e lotta di classe non mancano mai durante gli scontri diretti.

Ordino un’Astra alla spina, la birra più famosa e più amata di Hamburg, che per anni è stata anche lo sponsor del St. Pauli, e mi accomodo su uno sgabello al bancone.
In casa dell’odiato rivale cittadino, l’HSV, Hamburger Sport Verein, o più semplicemente Amburgo, le speranze sono poche. Eppure il St. Pauli gioca con coraggio e sputa sangue. La faccia barbuta di Marvin Knoll, il capitano che sembra un hipster ma che parla come un gangster, testimonia lo sforzo colossale. L’HSV era fino a due anni prima l’unica squadra mai retrocessa della Bundesliga, poi è avvenuto a sorpresa il peggio e da due anni sono relegati nella seconda serie. Devono tornare in Bundesliga, non possono fallire per la seconda volta di fila il loro obbiettivo. L’anno prima il derby è finito male. 0-4 per l’HSV in casa dei rivali. Quest’anno però il dio del calcio sorride ai ribelli.
Il primo a segnare è il centravanti greco Diamantakos, il secondo nome sul tabellino è quello dell’olandese van Drongelen, che le mette nella propria porta. Fischio finale e trionfo.
Due-a-zero.
L’ultima vittoria casalinga in un derby risaliva al 13 febbraio 1960, un sonoro 4-1. Sono trascorsi 59 anni. L’entusiasmo è alle stelle, con tanto di fuochi artificiali improvvisati e prostitute in strada, svestite più che mai, per festeggiare gli eroi di una notte.
St. Pauli è così.
Il freddo, qui, si combatte con il sudore delle emozioni.

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