Noantri

di Sandro Bonvissuto

Noantri era nient’altro che la crasi popolare di noi e altri, e stava a significare «noi che siamo altro da voi».9602726_4419826
Visivamente noantri si presentava come un insieme di persone, qualcosa che aveva una dimensione fisica, eppure non si trattava di un insieme di corpi, ma di anime, alle quali i corpi obbedivano. La ragione non consentiva di comprendere cosa fossimo noantri, era la passione a rivelarlo. E non c’era disprezzo nei confronti di tutte le altre persone, perché noi eravamo noi proprio perché loro erano loro. Se tutti quelli che non erano noantri non fossero esistiti, avremmo dovuto inventarli. Ed era pure chiaro che non c’erano cose che gli altri avrebbero potuto acquisire per diventare come noi, perché non si trattava di avere ma di essere. Anzi, eravamo una cosa bella che stava a metà fra l’essere e l’avere e che racchiudevamo in un saluto: «Semo nostri».
Visivamente – dicevo – noantri si presentava come una mandria di gente, anche e soprattutto per il modo che avevamo di camminare: qualcuno davanti, qualcuno a chiudere, e la parte più numerosa in mezzo, a centrocampo. I più esperti stavano dietro, in difesa. E i più forti davanti, in attacco. Io mi schierai inizialmente in mezzo, e penso sia stata la scelta giusta.
Non c’era posto per l’intelligenza, anzi ne avevamo paura. Non volevamo nessun cambiamento, era inutile ragionare con noi.
Tra noantri non vigeva la consuetudine secondo cui i bambini dovevano stare con i bambini, gli adulti con gli adulti e i vecchi coi vecchi, si obbediva a un’unica legge: i romanisti dovevano stare con i romanisti. Di qualunque età. E di qualunque estrazione sociale, anche se noi avevamo tutti la stessa. Eravamo un insieme come quelli che si formano per strada all’impronta, fatti da «chi c’è, c’è», come quando si ferma una macchina e si mettono in tanti a spingerla; persone che, indipendentemente da chi sono, fanno tutte la stessa cosa.
Educarsi a vivere con i propri simili, questo facevamo, come fossimo i protagonisti di una favola di Esopo. Eravamo noantri, la favola. Non volevamo niente, avevamo tutto. Fra noi c’erano nonni, genitori, zii e cugini, chiamati anche nipoti. Rientravamo tutti in queste categorie, anche se anagraficamente abusivi. Tutto il sistema educativo destinato a quelli come me faceva leva sulle storie di quelli come noi, un mondo intero raccontato ad aneddoti in un autentico ciclo epico, destinato a convincere i più giovani di come non esistesse nessun modo più bello del nostro di campare, e cioè vivere facendo sì che non tramontasse mai il sole di nessun giorno senza che avessimo consacrato il nostro cuore alla Roma.
Le altre vite, di coloro che amavano quello che amavo io, erano il mio patrimonio, e i modi in cui lo amavano le varietà nelle quali era possibile farlo. Finché erano vivi sarebbe stato sufficiente vivere con loro per imparare. Quando fossero morti si sarebbe reso necessario ricordarli per riportare in vita quelle testimonianze d’amore. Sentivamo semplicemente l’urgenza di non buttare ciò che si è tanto amato, di consegnarlo a qualcuno più giovane e con più vita davanti. Un movimento circolare, una storia di qualcosa nella storia del mondo. L’amore ci permetterà di vivere oltre la morte? Sì, di sicuro.

[Con insospettabili doti da veggente, Carlo Martinelli, prima di chiunque altro, aveva consigliato a scatola chiusa questo libro ai lettori di Portiere volante. Adesso La gioia fa parecchio rumore è uscito e tutti possono rendersi conto con i propri occhi di quanto Carlo avesse ragione. Quello sopra è un piccolo estratto di questo bellissimo libro sul quale Portiere volante tornerà molto presto.] 

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