L’introvabile libro del bomber

di Carlo Martinelli

Sì, Helenio Herrera gli diede la maglia numero 9, a Lisbona, quel 25 maggio 1967. Finale di Coppa dei Campioni. Il centravanti era lui, Renato Cappellini, classe 1943. cappellini
Andò come sapete. L’Inter va in vantaggio con un rigore di Mazzola: ad essere atterrato proprio lui, Cappellini. Poi gli avversari – già, dimenticavamo: il Celtic Glasgow – pareggiano e poi la vincono, quella partita. La Grande Inter chiude il suo ciclo vittorioso allo Stadio Nazionale di Jamor. Ma a noi, di Cappellini (che arriva anche in Nazionale, gioca due partite, sempre in quel 1967 e segna anche un gol al Portogallo, in una vittoriosa amichevole a Roma) importa altro.
Occorre risolvere un piccolo giallo editoriale. Ovvero: chi possiede copia de La mia vita da morto? Meglio ancora: La mia vita da morto è poi stato pubblicato per davvero? La curiosità nasce dall’inattuale frequentazione con gli archivi di carta, nettare esistenziale per chi si ostina a credere nel potere salvifico delle storie. Orbene, il 2 aprile del 1967 la «Gazzetta dello sport» propone un articolo a firma Gianni Mura (sempre sia lodato, sempre sia lodato). Lo (ri)leggiamo, a stralci, qua e là.
«Il libro uscirà tra un mese, E quelli che l’hanno letto trovano che sia accettabile. A Cappellini sarebbe piaciuto sentire anche il giudizio di Mazzola, che innegabilmente è l’intellettuale della compagnia, però finora non gli è stato possibile sottoporgli il manoscritto. Però dovrebbe piacere – dice – è un giallo un po’ per tutti. Cappellini l’ha scritto in collaborazione con un amico dei tempi della naja, tale Ennio De Cecco, che già allora si dilettava di racconti e novellette. Un ragazzo molto intelligente, dice Cappellini. Il titolo del libro: La mia vita da morto. Come titolo è interessante. Bisognerebbe chiarire, gli diciamo. Come la mia vita da morto? Metempsicosi, vampirismo, catalessi, morte presunta, presunta vita, la mia morte da vivo al contrario? L’uomo che vide il suo cadavere c’è già, la donna che visse due volte idem, oh Cappellini, mica avrà fatto un doppione? Non chiarisce, come era logico attendersi. Dice solo che è un giallo tradizionale ma originale negli sviluppi e nelle idee. Ma giallo come, insistiamo. All’americana, all’italiana, alla francese? Top secret, Cappellini monta un doppio catenaccio: “Posso dire questo: epoca attuale, azione in Francia e in Africa”. Certo che vien fatto di pensare che se Cappellini autore avrà la stessa fortuna del Cappellini calciatore, La mia vita da morto sarà un boom editoriale. Specifichiamo subito come è la ripartizione del lavoro: De Cecco scrive e Cappellini no, lui è la mente. L’hobby gli piace tanto che c’è in cantiere un secondo volume, per ora fermo a pagina dieci, col titolo da definire».

L’intervista anni Sessanta di Mura non è l’unica traccia che ci ha portato sulle possibili orme di un calciatore giallista. cappell
Massimo Izzi, nell’enciclopedico L’As Roma dalla A alla Z, Newton Compton editore, dedica una scheda anche al nostro. Che con la maglia giallorossa ha scritto altre importanti pagine. Mette nostalgica malinconia la scoperta che proprio una rete di Cappellini – contro lo Swindon Town – portò in Italia l’edizione 1969 dell’ormai dimenticata Coppa Italo Inglese. Ma la nostra irrequieta curiosità posa il suo sguardo su questo passaggio: «Cappellini rimane nella casa romana di via Attilio Frigerio, dove di tanto in tanto si dedica anche alla passione di scrittore di libri gialli, fino al 1974, poi saluta la compagnia». Torna al nord, apre un negozio di articoli sportivi. Si riparla di lui nel 1997 quando si fa il suo nome quale CT della nazionale della Padania…
Ma resta la voglia di sfogliarlo e leggerlo, quel giallo di cui sopra. Chi scrive lo ha cercato, per innata curiosità calcisticoletteraria. Niente di niente. Non ve ne è traccia alcuna. E quanto all’altro autore, Ennio De Cecco, esiste un libro del 2001 in circolazione con il suo nome, ma il sospetto che si tratti di omonimia è forte, fortissimo. Titolo: Idrocolonterapia pratica.