L’ho visto, Bruno Conti

di Maurizio Zoja

«Oggi è tanto se non ce ne fanno quattro.»
Le certezze della signora Rita, storica amica di mia nonna, mi riportano bruscamente alla realtà mentre percorro a passo svelto la stradina a curve che taglia questa parte del paese della Brianza in cui tutti gli anni passo le mie vacanze.Maradona_e_Gentile-555x384
«Vado a vedere la partita» le ho appena detto. Non tanto per cercare un’improbabile complicità tra appassionati di calcio, quanto per comunicarle in maniera inequivocabile che devo andare subito a casa della mamma di mia mamma e che non ho tempo da perdere.
«La partita» è Italia-Argentina, quarti di finale dei mondiali di calcio del 1982, inizia tra un quarto d’ora e abbiamo poche speranze, come mi è stato appena ricordato. Eppure un minuto fa, mentre già giocavo dentro di me le prime azioni, ero animato da un certo entusiasmo. Siamo scarsi, mi dicevo, ma siamo qua, vediamo almeno che succede.
La verità è che noi, dopo un pallido esordio contro la Polonia, non abbiamo fatto molto meglio contro Perù e Camerun. Tre pareggi e qualificazione ottenuta ai danni di quest’ultimo grazie al maggior numero di gol segnati (due noi, uno loro). Oggi abbiamo davanti i campioni del mondo, che non saranno più quelli di quattro anni fa, ma in compenso possono mettere in campo il giocatore più atteso di questi mondiali, quello che tutti ritengono il più forte, anche se finora non ha certo brillato: Diego Armando Maradona. Il Barcellona l’ha appena comprato per dodici miliardi di lire, e considerando che non ha ancora ventidue anni lo vedremo ancora in campo per parecchio tempo.
I giornali che leggo avidamente hanno scritto che la sua marcatura sarà affidata a Tardelli, mentre il resto degli azzurri verrà disposto più o meno come nelle precedenti partite, nella speranza che Antognoni tiri fuori qualche numero d’alta classe e che Rossi si decida finalmente a buttarla dentro, cosa quest’ultima assai improbabile, non solo secondo la stampa italiana ma anche nell’opinione dei semplici tifosi come me.
Ogni mattina, a casa di mia nonna, prendo «Il Corriere della Sera» e «Il Giornale», li stendo sul divano e vado direttamente alle pagine sportive. Nel pomeriggio invece leggo «La Gazzetta dello Sport» al Bar Ginestra, mentre aspetto che gli altri ragazzini facciano fuori le loro monete da duecento lire per poter giocare anch’io a Frogger, un videogioco che consiste nel tentare di mettere in salvo una rana che deve attraversare prima un’autostrada a svariate corsie e poi un fiume pieno di pericoli. Ecco, oggi l’Italia rischia di fare la stessa fine della rana, spiaccicata sotto la ruota di un camion o dritta in bocca a un coccodrillo.
I due quotidiani arrivano a casa a un orario imprecisato, mentre io sto ancora dormendo, e mia nonna li tiene sottobraccio rientrando dal suo primo giro in paese. È nata qui e si è trasferita a Milano giovanissima, appena sposata. Ha avuto la sfortuna di perdere suo marito pochi anni dopo la nascita di mia mamma, e di mio nonno non parla quasi mai, anche se ha una sua bella foto in salotto in cui lui è in giacca e cravatta, in piedi davanti a quello che sembra un lago. Ha sempre lavorato come maestra e sta per andare in pensione. Lo dice ogni anno ma finora non è accaduto, e poi francamente non ce la vedo a stare a casa a far niente. L’estate la passa qui, nella casa che è stata dei suoi genitori, approfittandone per vedere le sue vecchie amiche, giocare a carte e fare qualche camminata in campagna. Quando glielo chiedo mi aiuta anche con i compiti. Non che io mi ci dedichi spesso, ma quando ricomincerà la scuola non voglio avere problemi. Quindi, anche se manca un bel po’ di tempo, ogni tanto mi tocca tirare fuori i libri che mi sono portato e darmi un po’ da fare. Proprio l’altro giorno mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere, anche se finora non sono giunto a nessuna conclusione.
«Nonna» le avevo domandato mentre stavo ripassando gli eventi salienti della storia d’Italia, compressi in due pagine densissime di date, «come mai l’Italia ha avuto l’Impero Romano, persone come Leonardo da Vinci e ora non è uno stato così importante?»
«Perché siamo un popolo mal governato e maleducato» mi ha risposto. Che fossimo mal governati lo avevo intuito dai titoli della prima pagina del «Corriere» e soprattutto del «Giornale», che sbircio prima di buttarmi sul calcio, ma che fossimo anche maleducati non mi era mai venuto in mente.
Maleducato per me è chi dice troppe parolacce (un po’ le dico anch’io ma non mi ritengo un maleducato), chi butta per terra la carta delle caramelle, chi sputa per la strada. A volte è capitato che mia mamma mi dicesse che sono un maleducato, ma non ho mai collegato i suoi rimproveri alla decadenza dell’Italia del 1982 rispetto a quella del Rinascimento.
Mia mamma non è qui con noi perché è a Milano a lavorare. Prima di accompagnarmi dalla nonna, oltre a sincerarsi che io avessi magliette e pantaloncini in quantità sufficiente per vestirmi con decoro, mi ha portato a fare una visita medica di cui francamente ricordo solo l’interminabile attesa prima che il dottore dicesse che toccava a noi, resa meno pesante solo dalla presenza nel salottino di un vecchio numero del «Guerin Sportivo». Zico, Maradona, Rummenigge, tre stelle per un Mundial, recitava inequivocabile la copertina. All’interno si diceva che Brasile, Argentina e Germania erano le tre favorite, e che noi ci dovevamo accontentare. Quel giorno, a parte la noia in sé e l’inutilità della visita, ero parecchio scocciato perché il Mundial era effettivamente iniziato e, mentre mi trovavo in sala d’attesa, si stava giocando Perù-Camerun, partita magari non entusiasmante ma pur sempre nel girone dell’Italia. E poi ero curioso di vedere questo Camerun, una nazione della quale, fino al giorno del sorteggio, ignoravo del tutto l’esistenza.
Andando in macchina allo studio medico, con i finestrini abbassati a causa del caldo milanese di giugno, mi ero più volte lamentato per la data scelta per la visita: «Ma proprio oggi che c’è la partita?».
«A parte il fatto che da quando sono iniziati i mondiali c’è almeno una partita al giorno» mi aveva fatto notare mia mamma, «la data della visita non l’ho scelta io: me l’ha proposta il dottore e gli ho detto che andava bene perché poi tu devi partire.»
«Partire» significava andare al paese di mia nonna, a meno di un’ora di strada da Milano, ma in quel momento non mi è venuto in mente nulla di efficace da risponderle, anche perché il mio pensiero era ai gol che forse mi stavo perdendo.
«Scusi, quanto stanno facendo?» aveva chiesto mia mamma all’improvviso a un tassista che, fermo al semaforo accanto a noi, anche lui con i finestrini aperti, stava ascoltando la partita dalla sua autoradio.
«Africa!» è stata l’immediata risposta del tassista, accompagnata da un gesto del braccio come a dire: nulla di importante.
Africa? E quindi? Ma lo sapeva, quel signore, che era una partita del girone dell’Italia e il risultato era importante anche per noi? Perché allora aveva la radio accesa? Fatto sta che mi è toccato sapere il punteggio finale solo una volta tornato a casa. Meno male che è finita 0-0 e quindi probabilmente è stata una partita noiosissima.

A casa di mia nonna non c’è nessuno. Per fortuna la porta è aperta, qui si fa così. La nonna sarà fuori con le amiche, la mamma è a Milano a lavorare e il papà pure. Venerdì sera arriveranno e staremo tutti insieme fino a domenica. O almeno spero, perché venerdì scorso la mamma è venuta da sola, e mi ha detto che il papà era dovuto rimanere a Milano a lavorare. A me la cosa è dispiaciuta molto, soprattutto perché non era mai successo che non stessimo tutti insieme il sabato e la domenica. La mamma invece sembrava contenta come al solito, anche se la domenica, prima di ripartire per Milano, l’ho sentita che litigava con la nonna in modo strano. Era come se urlassero, ma tenevano la voce bassa, come quando non ci si vuole far sentire. In casa c’ero solo io, quindi era chiaro che era da me che non volevano farsi sentire. «Io se fossi in te gli metterei le cose ben in chiaro» ho sentito che diceva la nonna. «Così non va bene e non potete andare avanti.» La mamma deve avere risposto qualcosa ma a voce troppo bassa perché io la potessi sentire. Però quel «non potete andare avanti» mi ha messo un bel po’ in agitazione. Già quest’anno mi è toccato rinunciare a giocare con mio fratello Stefano, che da quando ha compiuto sedici anni è molto cambiato. Non credo sia per l’età, ma ha proprio cambiato interessi. Prima passavamo i pomeriggi insieme davanti alla tele a guardare Il mio amico Arnold e gli altri telefilm con le risate in sottofondo, intervallati da un po’ di compiti e dalla merenda che la mamma ci lasciava. Quest’ultimo anno invece lui non c’era quasi mai, a volte non tornava proprio da scuola e lo vedevamo solo all’ora di cena. «Adesso che ha trovato la ragazza» mi ha spiegato la mamma, «è normale che stia di più in giro e che gli piacciano anche altre cose, però ti vuole bene esattamente come prima e tra voi non cambia niente.» Sarà, ma io preferivo quando era sempre a casa e ogni tanto mettevamo sulla moquette il panno verde del Subbuteo, per una bella partita tipo Milan-Inter o Brasile-Inghilterra. Tra Natale e compleanno mi sono fatto regalare un po’ di squadre per sostituire quelle blu e rossa che erano contenute nella scatola con il campo e le porte. Il Milan purtroppo è appena andato in serie B ma almeno nel Subbuteo si poteva fargli segnare qualche gol, cosa che quest’anno è successa molto raramente. La ragazza di mio fratello si chiama Monica, e credo che l’abbia conosciuta a scuola ma non sono tanto sicuro. Nessuno di noi in realtà l’ha mai vista, perché a casa nostra non viene mai.
Un paio di settimane fa la scuola era finita, io mi ero alzato con calma e già pregustavo un paio d’ore di televisione, anche se al mattino non c’è mai nulla di pensato per i ragazzi e bisogna accontentarsi di cose tipo Bis, il gioco a premi di Mike Bongiorno. «Se ti do mille lire, oggi esci per tutto il pomeriggio?» mi aveva domandato Stefano senza il minimo imbarazzo per una richiesta così lontana dalle nostre abitudini. Se avessi avuto qualcosa da fare sarei anche uscito volentieri, ma né io né i miei amici avevamo programmi particolari, e francamente con mille lire avrei potuto al massimo prendermi un gelato e fare un paio di partite ai videogiochi, che comunque nei bar di Milano non sono così facili da trovare. L’idea di passare un intero pomeriggio in giro non mi piaceva per niente. «Perché, scusa?» era stata la mia timida risposta, «cosa te ne frega se resto qui?» Ma Stefano non aveva fatto nulla per spiegarmi i motivi della sua richiesta, limitandosi a mostrarsi molto scocciato. Alla fine però, dopo che avevamo pranzato con una focaccia ripiena di prosciutto e formaggio che la mamma ci aveva lasciato, avevo acconsentito, a patto di ricevere 1.500 lire e di poter tornare a casa a partire dalle sei.bis
«Oggi è stata qui Monica?» aveva poi domandato la mamma durante la cena, provocando nell’ordine il silenzio risentito di Stefano, un sorrisino tra l’imbarazzato e il compiaciuto di papà e la mia consapevolezza riguardo ai motivi per i quali avevo passato quasi quattro ore in giro per Milano salendo e scendendo da tram e autobus (per fortuna l’abbonamento studenti era valido, essendo ancora il mese di giugno). In ogni caso, ora che io sono qui dalla nonna e lui ha avuto il permesso di rimanere a Milano per studiare e andare a ripetizione (è stato rimandato in matematica) per un bel po’ non avrà bisogno di pagarmi per stare da solo a casa con la sua ragazza.
La partita sta per cominciare, e il televisorino a colori che mia nonna tiene in cucina mi mostra finalmente i volti dei nostri avversari, in campo l’uno accanto all’altro per gli inni nazionali. Li detesto già, anche perché loro un mondiale l’hanno vinto, mentre noi siamo destinati all’eliminazione, dato che fra pochi giorni giochiamo con il Brasile che è ancora più forte dell’Argentina. L’unico che mi è simpatico è Alberto Tarantini, perché si chiama proprio come me, nome e cognome. Quattro anni fa il papà mi ha detto che quel calciatore argentino era probabilmente figlio o nipote di italiani che si erano trasferiti là per lavorare, e che in Argentina c’erano parecchie persone di origine italiana. Anche lui prima di conoscere la mamma si è trasferito a Milano per lavorare, ma mi ha spiegato che l’ha fatto per avere opportunità che rimanendo a Bari non avrebbe avuto, mentre gli italiani che erano andati in Argentina l’avevano fatto perché erano poveri, e forse i Tarantini da cui veniva il terzino argentino erano nostri parenti molto alla lontana, ma chissà. Di certo nessuno mi ha mai chiesto se sono parente del calciatore, forse perché non è così famoso, anche se ha vinto un mondiale. A scuola invece c’è una mia compagna di classe che si chiama Alessia Costanzo e l’anno scorso, quando abbiamo iniziato la prima media, il professor Laonigro di matematica le ha chiesto se era parente di Maurizio Costanzo. Lei ha risposto di no, e tutti noi, lei compresa, ci siamo guardati perché non sapevamo assolutamente chi fosse questo Maurizio Costanzo. Ho poi scoperto che è un giornalista che lavora in quel giornale che si chiama «L’Occhio», che faceva un sacco di pubblicità in televisione ma mi pare che adesso abbia chiuso.
Anche i giocatori dell’Italia sono in campo per gli inni nazionali. Li guardo in faccia mentre la telecamera li inquadra in primo piano e mi stupisco nel vedere dei volti magari un po’ tesi ma non terrorizzati come mi sarei aspettato. Forse sono un po’ troppo condizionato da quello che ho letto sui giornali, anche prima che partissero per la Spagna. Al ct Enzo Bearzot ne hanno dette di tutti i colori, addirittura una ragazza lo ha insultato e lui ha reagito dandole uno schiaffo. Poi lei si è scusata e hanno fatto pace e magari oggi sarà davanti alla tele come me. Io non l’avrei insultato ma non è che mi fidi molto delle sue scelte: poteva almeno convocare Pruzzo, che è stato il capocannoniere del campionato. Due cose mi colpiscono in particolare guardando gli azzurri: Gentile si è fatto crescere i baffi, chissà perché, e Cabrini, che tutti dicono che piace alle ragazze, a me non sembra poi così bello. E poi deve giocare a calcio, non ho mai capito tutti questi discorsi su chi è bello e chi no. Comunque adesso mi interessa solo una cosa: la partita è iniziata e io sono qui con una Fanta e una Kinder Brioss, la finestra aperta e le cicale fuori che quasi coprono la voce di Nando Martellini, seduto nella sua postazione allo stadio Sarrià di Barcellona.
Nonostante l’avversario più forte, l’Italia regge: se il mondiale fosse iniziato oggi direi che ce la possiamo giocare. Certo non la buttiamo dentro mai, magari finirà 0-0, un altro pareggio.
Io lo so com’è giocare contro un avversario più forte. Lo vedo al campo da basket dell’oratorio, dove vado tutti i pomeriggi e anche certe mattine, soprattutto quando la nonna è fuori e mi annoio a rimanere da solo in casa. Di ragazzini come me ce ne sono pochi, quando siamo in cinque o sei riusciamo a fare due tiri a calcio, altrimenti io e Mattia ci accontentiamo del basket dedicandoci a lunghissime sfide uno contro uno, oppure a ventuno, dove conta solo fare canestro e nessuno deve correre e difendere. A Milano gioco in una squadra, il calcio mi piacerebbe di più ma vivendo vicino al centro i campi sono davvero pochi e allora anche lì mi sono dovuto accontentare del basket. Mattia è più bravo di me, anche se non gioca in una squadra. «Gioco qui all’oratorio» mi ha risposto l’anno scorso quando l’ho conosciuto e gli ho chiesto dove avesse imparato. Io non sono tanto bravo ma me la cavo. Quest’anno abbiamo fatto un campionato e siamo arrivati quinti su otto squadre. Abbiamo giocato anche contro i ragazzi del Billy al Palalido, le abbiamo buscate di brutto, però è stato bello giocare contro di loro in quel campo, contro le loro maglie rosse uguali identiche a quelle della squadra “vera”, e alla fine mi è venuto spontaneo fargli i complimenti. «Siete troppo forti» gli ho detto mentre rientravamo negli spogliatoi, che però non erano niente di speciale, almeno quelli che hanno dato a noi.
Il campo dell’oratorio è in cemento, con sopra un bel po’ di aghi di pino. Mentre giochiamo, di solito, intorno c’è gente che fuma di nascosto dai genitori e viene all’oratorio solo per sedersi sulle panchine, non per giocare a calcio o basket, ma nemmeno a ping-pong. Giovanni, per esempio, ha sedici anni e da un paio di estati lo vedo sempre con la sigaretta in bocca. «È rimasto piccolo, a furia di fumare» mi ha detto Mattia. A me sembra più che altro che si sia allargato. In ogni caso, quando gli chiediamo se vuole giocare con noi risponde sempre di no con un sorriso un po’ beffardo, che sembra quasi volerci dire che noi ci dedichiamo a cose da bambini, mentre lui deve pensare a cose da grandi.
Oggi, mentre giocavo contro Mattia in uno contro uno, eravamo 8-7 per me. Sentivo la sua maglietta zuppa di sudore sulla schiena mentre palleggiava all’indietro cercando un modo per superare la mia marcatura e intanto pensavo che se fossi riuscito a batterlo (avevamo deciso di arrivare ai 10) allora anche l’Italia avrebbe potuto battere l’Argentina. Mentre tentavo di collegare gli avvenimenti di un campetto da basket di un oratorio della Brianza a quelli dello stadio di un mondiale di calcio, Mattia si è girato sul piede perno e ha tirato contro il tabellone. Sbam. Canestro e 9-8 per lui, più palla in mano e io costretto a difendere per non perdere la partita.
Perdo io e perde l’Italia, ho pensato mentre tentavo di incollarmi di nuovo a lui per rendergli più arduo il canestro vincente. A quel punto Mattia ha cercato un terzo tempo che era un misto di potenza e velocità ma un po’ le mie braccia alzate e un po’ la sua tecnica non certo perfetta hanno fatto sì che il tiro da sotto prendesse il ferro e rimbalzasse via. Mi sono avventato sul pallone e con due palleggi ero già ben fuori dall’area, pronto a tentare di portarmi sul 10-9. La stanchezza, il caldo e la mia pigrizia mi hanno fatto decidere per un tiro da fuori, scoccato mentre Mattia si precipitava verso di me con le braccia alzate. Ho tirato di puro istinto, senza ricordarmi né tantomeno mettere in pratica i consigli di Lorenzo, il mio allenatore di Milano. Quindi niente gomito alto, niente polso spezzato, niente dita che idealmente accompagnano il pallone nel canestro. Ma chi è che quando tira pensa agli insegnamenti del suo allenatore? La palla è finita sul ferro e a quel punto per Mattia non è stato difficile impadronirsene e uscire dall’area per poi girarsi di scatto e chiudere la partita con un terzo tempo dei più facili. 11-8, sfida finita e il mio avversario che mi guardava un po’ così, come se avesse voluto dirmi che contro di me non ci vuole poi molto, e che forse si divertirebbe di più con uno un po’ più forte.
Per fortuna non è stato difficile scacciare questi pensieri con grandi sorsate dell’acqua della fontana accanto al campetto, che non sarà buona come l’Estathè che si può comprare al piccolo bar dell’oratorio, ma accaldato come sono va comunque bene.
«Oh, tra poco c’è la partita!» ho esclamato, un po’ per gettarmi definitivamente alle spalle la sconfitta e un po’ perché effettivamente l’orologio sul campanile segnava ormai le cinque ed era ora di muovermi se non volevo perdermi il calcio d’inizio, cosa che non ero disposto a prendere neanche lontanamente in considerazione. Me ne sono quindi andato di buon passo e, attraversando la piazza della chiesa, ho salutato frettolosamente un gruppo di ragazzi più grandi di cui non so bene nemmeno il nome, seduti in semicerchio attorno a un enorme radione con cassetta dal quale uscivano le parole di una delle canzoni che quest’estate si ascoltano di più. «Bravi ragazzi siamo, amici miei, tutti poeti noi del ’56». Non ho mai capito perché quelli del ’56 dovrebbero essere dei poeti, ma quella musica mi ha messo allegria. Miguel Bosè, il cantante, è un altro che piace alle ragazze, anche più di Cabrini, secondo me. Anche noi a Milano abbiamo in sala una bella radio con cassetta, che uso la domenica per sentire le partite (il prossimo anno che il Milan è in serie B mi dovrò accontentare di qualche aggiornamento ogni tanto) e gli altri giorni per spostarmi da un canale all’altro girando la manovella, alla ricerca di canzoni da registrare prontamente. Poco prima di partire sono riuscito a registrare Der Kommissar di Falco, una delle mie preferite, e Un’estate al mare di Giuni Russo, quest’ultima però interrotta dal disc jockey che a un certo punto si mette a parlare. Ultimamente, quando ascolto la radio, spesso arriva mio fratello e mi fa domande tipo «Cos’è questa merda?»
In realtà, fino a poco tempo fa anche a lui piacevano più o meno le mie stesse canzoni. Quest’anno abbiamo anche guardato insieme il Festival di Sanremo e nei giorni successivi lo sentivo spesso cantare quella che aveva vinto, Storie di tutti i giorni di Riccardo Fogli, che a me non aveva convinto più di tanto, più che altro perché il cantante era vestito addirittura con una cravatta a farfalla che secondo me non c’entra niente con la musica per i giovani.
Da qualche mese però Stefano sembra avere cambiato i suoi gusti anche in questo campo, tanto che quando si impadronisce lui della radio mette delle cassette con musica che non ho mai sentito prima e che devono avergli registrato i suoi amici. Ce n’è una che piace abbastanza anche a me, che Stefano ha comprato uno degli ultimi giorni di scuola alle Messaggerie Musicali in centro: è Combat Rock, l’ultimo album dei Clash. «Sono un gruppo punk» mi ha spiegato. A me però sembra musica rock normale, e poi nella foto di copertina i membri del gruppo non mi sembrano punk. Nessuno di loro ha la cresta, al massimo ce ne sono un paio con i capelli un po’ sparati in alto. Uno ha una camicia di jeans e delle bretelle rosse, e poi sono in campagna, ai bordi di una ferrovia. Io i punk li ho visti, sono diversi da così, e mi hanno fatto anche un po’ paura. Erano fuori dal bar Magenta, nel punto dove a Sant’Ambrogio comincia la fiera degli Oh Bej! Oh bej!. Erano tutti vestiti di nero e alcuni avevano le creste. Sarà stato l’anno scorso, sono passato con la mamma e Stefano e mi ricordo che non vedevo l’ora di tornare a casa e non vederli più. Quando eravamo ormai lontani ho detto alla mamma che mi avevano fatto paura, e mentre lei mi rassicurava dicendo che erano solo un po’ stravaganti ma non facevano del male a nessuno, Stefano mi ha fatto la sua lezioncina da fratello maggiore: «Non capisci niente, quelli erano dei dark». Sarà, ma le creste allora? Fatto sta che davanti al Bar Magenta non sono più passato.

Intanto il primo tempo è finito e siamo ancora 0-0. Su Maradona è andato Gentile, forse i baffi erano per avere la faccia più cattiva, in ogni caso gli argentini non sono mai stati veramente pericolosi, ma nemmeno noi, anche se abbiamo giocato meglio che nelle precedenti partite. Certamente non sembra che ne possiamo prendere quattro, come avevamo previsto la signora Rita e a dire il vero anch’io.
«Alberto, sei in casa?»
E dove dovrei essere, nonna?
«Sì, c’è la partita. Ma tu non la guardi?»
Gli adulti che non seguono il calcio, nemmeno la Nazionale, devono avere senz’altro qualcosa di molto speciale da fare. La nonna però mi sembra appena rientrata dai suoi soliti giri. «Ti ho preso i funghi, stasera te li faccio.» Mi meraviglio persino che l’ortolano fosse aperto, nemmeno lui guarda la partita? Dev’esserci un mondo fatto da persone che non guardano i mondiali, che va avanti mentre io e tanti altri come me organizziamo tutte le nostre giornate sugli orari delle partite. Certo si può essere felici anche dopo avere perso, come capita a me quando perdo a basket con Mattia, perché sono in vacanza e ci sono tante cose divertenti da fare, e si può essere tristi anche se si è vinto lo scudetto, come è capitato a Piero, un mio compagno di classe juventino che il giorno dopo la vittoria mi ha raccontato che durante il fine settimana i suoi genitori gli avevano detto che l’anno prossimo dovranno trasferirsi a Firenze per motivi di lavoro e lui non sarà più in classe con noi.
Mentre rimugino su queste cose la partita ricomincia, e anche nella cucina della nonna mi sembra di sentire il caldo di Barcellona, come i giocatori in campo e il pubblico stipato sulle gradinate dello stadio, tra cui vedo anche molte maglie giallo oro di tifosi brasiliani.
Dopo meno di un quarto d’ora, Tardelli riceve una gran palla da Antognoni al termine di un’azione in velocità e segna con un diagonale imprendibile per Fillol, il portiere argentino che gioca con il numero 7. Non riesco a crederci: l’Italia è in vantaggio.
Dieci minuti dopo, Rossi ha un’occasione d’oro ma stavolta Fillol esce bene e non riusciamo a segnare. L’azione però continua e la palla arriva a Conti, che la serve a Cabrini per il gran tiro del 2-0. Urlo da solo, la nonna chissà dov’è, chissà se mi sente. Forse vinciamo. Vinciamo?!? Forse. A dieci minuti dalla fine Rossi esce, sostituito da Altobelli. Pallido, un po’ ingobbito, non è stata la sua partita ma ha giocato meglio del solito e ha la faccia contenta, o almeno così mi pare. Passarella infila la punizione del 2-1, dobbiamo resistere ancora sette minuti. Ce la facciamo perché sembriamo un’altra squadra, forse lo siamo. Conti fa un numero pazzesco sulla fascia, sfruttando i pochi centimetri di spazio che i due argentini che lo pressano gli hanno lasciato. L’arbitro fischia la fine e io non credo a quello che ho appena visto. È un miracolo. conti_espana
Due minuti dopo, la nonna mi chiama: «C’è tuo papà al telefono».
«Alberto, hai visto?!?»
«Non ci credo, abbiamo vinto! Hai visto la partita?»
«Ho visto il secondo tempo.»
«Come hai fatto, a quell’ora non lavori?»
«Sì, ma sono uscito dall’ufficio e sono sceso in strada, c’è un negozio di elettrodomestici che tiene cinque o sei televisori in vetrina, li avevano messi tutti sulla partita. Hai visto Bruno Conti alla fine? Sembrava lui il sudamericano! Ora vado, saluta la nonna.»
L’ho visto, Bruno Conti, altroché. Ma avrei voluto chiederti se anche noi ci vedremo, venerdì sera. Però ho avuto paura che mi rispondessi di no, e allora ho preferito conservare questo momento, e poi l’Italia ha battuto l’Argentina, perché tu venerdì non dovresti arrivare? Con il Brasile perderemo di sicuro ma io oggi, in questa cucina, mentre la nonna inizia a scartare i funghi, non potrei essere più felice.

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