Italia-Resto del mondo, la fantacronaca

di Silvano Calzini

Partita tributo per l’addio al calcio giocato di Dante Alighieri, seduto in tribuna d’onore attorniato da Shakespeare, Goethe, Cervantes e Tolstoj, il gotha del calcio di ieri, di oggi e di sempre. Siamo a Londra perché così ha voluto il festeggiato, che per l’occasione ha anche preteso che venisse ricostruito il vecchio Imperial Stadium di Wembley, quello originale con le due inconfondibili torri gemelle. Passano gli anni, ma il caratteraccio del sommo Dante è sempre quello. Serata fresca, campo appesantito dagli scrosci di pioggia del pomeriggio, ventilazione più che apprezzabile. Praticamente tira un vento della madonna. Arbitra il vecchio Omero, che non vede un granché, ma se non ci fosse stato lui il calcio non esisterebbe. campo-da-calcio_pasqua

Pronti via e l’Italia è già sotto. Dopo neanche due minuti Proust mette una palla nell’area di rigore azzurra dove i due centrali sono in catalessi: Bassani sta ancora pensando alla sua Micòl e Gadda, come sempre indeciso a tutto, combina un pasticciaccio. In agguato c’è Hemingway, che non se lo fa dire due volte, si avventa sul pallone e insacca con tiro violentissimo sotto la traversa. Uno a zero e palla al centro.
Il Resto del Mondo fa quello che vuole. Il centrocampo italiano non regge. Pascoli fa il piangina, Calvino il ragionierino e Leopardi è inconsistente fisicamente. Balzac da solo corre più di tutti e tre gli azzurri insieme. Intanto sulla destra la Austen si muove sulle punte leggera come una farfalla e con il suo gioco di gambe mette in difficoltà il compassato Manzoni. Per fortuna che in difesa l’Italia ha un vero duro come Alfieri che picchia come un fabbro e poi Salgari sembra caricato a molla, si tuffa a destra e a sinistra e in più di un’occasione esce alla Sandokan gettandosi indomito tra i piedi degli avversari. Poi all’improvviso un’apertura geniale di Leopardi per Foscolo che con i suoi basettoni alla Joe Cocker prima maniera parte in contropiede, lascia sul posto il legnoso Beckett che resta lì ad aspettare Godot e l’elegante sensualuona Saffo, dribbla anche Nabokov in uscita, ma poi, come gli capita spesso, davanti alla porta vuota si perde e mette fuori. Il solito sciupafemmine e sciupagol.
Alla mezz’ora per l’ennesima volta la Austen salta Manzoni, va sul fondo e crossa basso al centro. Hemingway fa una finta a seguire per Kafka che di piatto incrocia prendendo in controtempo Salgari e mette nell’angolino. Poi esulta, si fa per dire, alla sua maniera aprendo appena la bocca per concedersi uno dei suoi enigmatici sorrisi.
A questo punto Proust si mette alla ricerca del tempo perduto e addormenta la partita mettendoci un quarto d’ora solo per stoppare un pallone e girarsi. Si va al riposo sul due a zero.

Nella ripresa finalmente l’Italia alza il baricentro e al 61’ Scerbanenco al termine di una delle sue sgroppate fa un traversone che sembra innocuo e Nabokov, fortissimo tra i pali ma con il tallone d’Achille nelle uscite, va per farfalle. Boccaccio si trova il pallone tra i piedi e insacca. La partita è riaperta. Adesso è cambiata l’inerzia. Manzoni si ricorda di essere un terzino, ops un esterno, d’attacco e comincia a spingere sulla sinistra. Dall’altra parte sbrindellone Scerbanenco porta su un sacco di palloni. Ne mette uno al centro dove Boccaccio spizza di testa per Foscolo liberissimo che da due passi mette in rete. Dovrebbe marcarlo Cioran, che però tanto per cambiare ha la luna storta e se ne sta in disparte, disinteressato e immusonito.
Il Resto del Mondo non ci sta e la partita si incattivisce. L’incorreggibile Céline fa un’entrataccia delle sue. Omero lo richiama. Lui si avvicina e incomincia a insultarlo, dopo di che gli tira anche la barba. Dante_Alighieri_2Espulso. Con l’uomo in più l’Italia ha il match in mano. Al 79’ Manzoni avanza a grandi falcate, scambia con Leopardi che gli restituisce una palla al bacio e Don Lisander spara una cannonata imparabile. Ormai sembra fatta per gli azzurri. Al novantesimo l’ultimo disperato assalto del Resto del Mondo. Batti e ribatti nell’area di rigore italiana. Bassani, elegante come un lord inglese, vuole uscire in bello stile, ma il pallone ha uno strano rimbalzo, schizza sulla destra verso Dostoevskij che con una girata al volo mette la palla in rete. Poi comincia a correre per il campo con l’aria da invasato e gli occhi sbarrati come Totò Schillaci a Italia ’90. Tre a tre.
Si va ai supplementari, che sono uno strazio perché le squadre sono sfinite. Non succede niente fino al 112’ quando Omero fischia una punizione al limite per l’Italia. La batte Leopardi con il suo piedino magico. Più che un tiro ne viene fuori un autentico idillio che volando tra interminati spazi e sovrumani silenzi va a infilarsi proprio sotto l’incrocio dei pali. È il gol della vittoria.
L’intero stadio ammutolisce incredulo, forse consapevole che, a volte, il calcio riesce a sembrare per davvero “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

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