Pascutti era una foto

di Gino Cervi

4 dicembre 1966, stadio Comunale di Bologna. A giocare contro i padroni di casa arriva l’Inter di Helenio Herrera, campione d’Italia e campione del mondo, dal momento che un anno prima ha vinto la sua seconda Coppa Intercontinentale.s-l500
Ma giocare all’ombra della Garisenda in quegli anni non è facile per nessuno. Il Bologna che scende in campo quel pomeriggio è per otto undicesimi lo stesso che, “giocando come in paradiso”, aveva vinto il settimo e, ahimè, ultimo scudetto della sua illustre storia. La prima linea, in particolare, è rimasta la stessa: Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller e… Pascutti.

Ezio Pascutti è friulano. È nato il 1° giugno 1937 nella Bassa udinese a Mortegliano, il paese che ha il campanile più alto d’Italia: 113,2 m. Quando nel 1959 l’architetto Pietro Zanini lo costruisce, tutto in cemento armato di fianco al Duomo neogotico, Ezio Pascutti ha ventidue anni ed è al suo quinto campionato in serie A in maglia rossoblù: il migliore, 17 gol in 31 partite. A Bologna ce l’ha portato Gipo Viani, uno che ci vedeva lungo. Pascutti anche se non è alto come il campanile del suo paese di testa ci sa fare. E come quel campanile è però fatto di cemento armato: in area di rigore prende botte terribili, e le ritorna, in un calcio che non faceva complimenti.

Bologna lo ama e lo detesta. Lo ama perché 296 partite e 130 gol, senza neanche aver battuto un rigore, non si dimenticano; come non si dimenticano le dieci domeniche consecutive della stagione 1962-63 in cui segna dodici gol. Lo detesta perché, viziata dal bello stile di Bulgarelli e Haller, e poi cresciuta nel mito delle milonghe Andreolo, Sansone e Fedullo, campioni uruguagi del Bologna anni Trenta che “tremare il mondo faceva”, mal sopporta la stoffa grezza di quel calcio tutto stinchi e gomiti. E anche perché Pascutti è capace di sbagliare gol facilissimi e fare così impazzire tribune e curve. Pascutti poi, oltre a essere brutto e un po’ spelacchiato, passa pure per essere cattivo e litigioso. È una fama ingiustificata.

Il marchio gli rimane attaccato addosso dopo l’espulsione del 13 ottobre 1963, in una partita degli ottavi di finale dei Campionati europei. Si gioca a Mosca, contro l’Unione Sovietica, ed è la prima volta che le due nazionali, Italia e URSS, si incontrano su un campo di calcio. L’appuntamento si colora perciò, in quegli anni di timide prove di centrosinistra, di significati extrasportivi: alla partita assiste infatti una delegazione di parlamentari del PCI. Pascutti, dopo 23 minuti, reagisce a un fallaccio di Dubinskij e gli si fa sotto mostrandogli il pugno sotto il naso. Basta quello. L’arbitro lo espelle, l’Italia resta in dieci, perde 2-0 e compromette la qualificazione: al ritorno, a Roma un mese dopo e senza Pascutti, non andrà oltre un 1-1. Apriti cielo! Tutta colpa del compagno Pascutti: boxeur senza aver tirato un pugno, viene messo alla gogna in tutti gli stadi italiani, colpevole di avere provocato, oltre all’eliminazione, quasi un caso diplomatico. La rossa Bologna fedele alla linea non sa da che parte guardare.
Del resto prima e dopo quell’episodio, Pascutti avrà poca fortuna del resto in maglia azzurra, con cui giocherà due partite ai Mondiali di Cile 1962 e di Inghilterra 1966, senza peraltro scendere in campo contro la fatal Corea.

Ezio Pascutti però, come si diceva, è soprattutto una foto. Quella di Bologna-Inter del 4 dicembre 1966. È il 23’ del primo tempo. L’Inter avvia un’azione di rimessa, ma Bulgarelli contrasta Corso a metà campo e gli ruba palla, che finisce a Fogli. Fogli la ritorna a destra ancora a Bulgarelli. Giacomino alza la testa, guarda in area, fa un gesto con le mani e poi calcia un traversone che scavalca la difesa e scende all’altezza del limite dell’area piccola.foto_pascutti
Lì ci sono due calciatori: Pascutti Ezio, maglia rossoblù, pantaloncini bianchi, calzettoni blu con risvolti rossi; e Burgnich Tarcisio, maglia nerazzurra, pantaloncini neri, calzettoni neri con risvolti azzurri. Ma non sono in piedi. Sono due calciatori che decidono di rinnegare la loro natura pedatoria e verticale. Si dimenticano dei piedi e volano orizzontali. Davvero.
Volano.
Volano radenti come due gabbiani a pelo d’acqua, due cocai sulla laguna di Marano, pochi chilometri a sud di Mortegliano. E pochi chilometri a sud di Ruda, sempre Friuli, sempre Bassa udinese, il paese dove è nato Tarcisio Burgnich, il terzino-gabbiano dell’Inter che ha visto partire in volo Pascutti e lo segue.
Da dietro la porta, in uno di quei momenti irripetibili si trova un fotografo dell’ANSA. Si chiama Maurizio Parenti e scatta.
In primo piano, sfocati, i fili della maglia della rete.
Sullo sfondo la curva sud, quella di San Luca, gremita in ogni ordine di posti, come si diceva allora – e non era un modo di dire – e con le sue belle pubblicità della Perugina e della Stock.
A sinistra, il pallone, a esagoni e pentagoni bianchi e neri.
E al centro loro due.
Pascutti e Burgnich. Ezio e Tarcisio.
Che sembrano avere due sole gambe, quelle di Tarcisio, e due tronchi ramificati.
La chierica di Pascutti che ha appena incocciato il pallone.
La faccia di Burgnich che sembra dire cazzo è arrivato prima lui e che guarda implorante verso la palla, quasi a volerla spingere fuori dalla porta.
Invano.
La palla è un gol.
1-0. Il Bologna ne fa altri due nel secondo tempo: Bulgarelli e Perani. L’Inter rimonta solo in parte nel finale: Corso e Mazzola. Finisce 3 a 2. Ma non ha molta importanza.

L’importante è che Ezio Pascutti, “la turbo-ala che temon tutti”, è quella foto lì.
E resterà quella foto lì.

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