Tom Finney, l’idraulico di Preston che ha fatto splash

di Gianni Sacco

Partiamo da lontano.
George Best, in quel fradicio sabato dell’inverno del 2005 in cui si svolsero i suoi funerali, fu accompagnato verso l’ultimo domicilio (cimitero di Roselawn, Belfast), da una folla di sconsolati e sconsolate, alle prese con la morte anche delle proprie irripetibili fantasie calcistiche.
Non sappiamo chi (tra i cinquecentomila stimati) espose una bandiera dell’Ulster con il più famoso “necrologio” a proposito del ragazzo di Burren Way: Maradona Good, Pelé Better, George Best._41085088_bestflag416
Punti di vista manovrati dal tifo, dall’affetto, dal rimpianto. Gerarchie forse condivisibili, forse no. Ma almeno per un paio di anni Best è stato veramente il migliore. Sicuramente per il 1968, a voler stare stretti. Ma non vogliamo scrivere specificamente di colui che per primo inventò un modo di indossare la 7 del Manchester United con modalità fino ad allora sconosciute e mai più replicabili.
Non è questo il punto. Interessano i parametri.
I britannici guidano contromano, mangiano male (ma proprio male) e alle cinque bevono acqua sporca. Non solo. Tentano pure di schivare le unità di misura internazionali e col “sistema imperiale” vanno via di iarde, galloni e libbre. Ma datosi che sul football bisogna lasciarli stare, se fanno delle graduatorie di magnitudine (calcistica), almeno un po’ di credito glielo dobbiamo. Anche a costo di qualche stupore.
Sir Bobby Charlton (che coltivava una certa antipatia per Best, ricambiato, peraltro, senza pudori diplomatici) dichiarò: «Chi è il più grande giocatore di sempre? Il migliore con cui ho giocato? O contro cui ho giocato? La risposta è la stessa: Duncan Edwards. E ricordate che ho giocato con Moore, Best e Law. E contro Pelè».
La grandezza di Edwards è purtroppo parzialmente misurabile. Morì, infatti, neanche a 23 anni, nella tragedia aerea di Monaco di Baviera che falcidiò quella meravigliosa squadra, i “Busby boys”.
Nel sistema di misura inglese, quindi, un “duncan” potrebbe essere superiore a un “georgebest”, che a sua volta è maggiore di un “diegoarmando” e persino di un “edsonarantes”. C’è qualcosa di più alto nell’ordine di grandezza? Certamente sì, a detta di altri personaggi di grande spicco nel panorama del football d’oltremanica.
Usiamo ancora Best come pietra di paragone.
Emlyn Hughes, racconta degli spogliatoi dopo una pesante sconfitta del suo Liverpool contro lo United ad Anfield («George ci ha levato la pelle», commento tecnico). Il difensore ricorda il rumore dei passi di Bill Shankly (il mitico allenatore dei Reds) in un silenzio avvilito. Tutta la squadra era con la testa china per la stanchezza e la delusione ma soprattutto per la paura del cazziatone in arrivo. Da quella posizione ascoltarono il più conciso verdetto post-partita mai pronunciato da Shankly. Poche parole: «Ragazzi, avete appena visto un genio all’opera». Shankly lasciò di stucco i propri giocatori. Nessuno lo aveva mai sentito definire un giocatore (che non fosse del Liverpool) un genio. Con un’unica eccezione: Tom Finney, a cui si riferiva sempre «come se pronunciasse una preghiera di fronte a una divinità».
Stanley Matthews: «Per dettare il ritmo di una partita e indirizzarne il corso, un giocatore deve essere benedetto da qualità fantastiche. Coloro che hanno avuto queste caratteristiche possono essere contati sulle dita di una mano: Pelé, Maradona, Best, Di Stefano e Tom Finney».
In cima al mazzo dei grandissimi, quindi, c’è anche The Preston Plumber. Un’ala di 173 centimetri che l’idraulico lo fece per davvero, anche quando già giocava in nazionale, aiutando l’impresa di famiglia. Che debuttò nel 1946, a 24 anni, visto che fece la guerra in prima linea, come carrista nel Royal Armoured Corps. Che poi indossò fino al 1960 solo la maglia del Preston North End Football Club (210 gol in 473 apparizioni, ma vanno aggiunte 30 reti in nazionale), riuscendo comunque a vincere per ben due volte il titolo di giocatore dell’anno (1953-54 e 1956-57).tom-finney
L’immortalità calcistica non può che essere (in Inghilterra soprattutto) consacrata da una statua fuori da uno stadio. Quella di Tom Finney (all’ingresso del Deepdale stadium) è iconica al quadrato. Perché a sua volta riproduce una delle fotografie più belle e famose della storia del calcio, intitolata The splash. Uno scatto (pluripremiato) che raffigura il nostro idraulico che (dimostrando, ovviamente, una certa dimestichezza con l’acqua) supera due difensori del Chelsea (che appena si intravedono) su di un campo “leggermente pesante”.
Ah, mi stavo dimenticando.
Tutto ciò vale anche per il confronto con i virgulti di oggi.
Tommy Docherty (allenatore per cinque anni del Chelsea e per altrettanti del Manchester United), intervistato nel 2012 in occasione del novantesimo compleanno di Tom Finney, imbastì un paragone più attuale: «To me Messi is Finney reborn».
E il complimento non era per Finney.
Era per Messi.

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