Paolo Canè o il talento dell’incoscienza

di Gianluca De Salve

L’Italia del tennis torna a farsi sentire, o meglio, tornerà a farlo appena finita la pandemia.
Questo per quanto riguarda il settore maschile perché a livello femminile, dopo annate clamorosamente vincenti grazie alle varie Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, siamo tornati nell’oblio.
Abbiamo tennisti stabilmente in classifica nelle prime dieci, venti posizioni e c’è un ragazzino che gioca talmente bene da farci sognare di poter schierare in Coppa Davis anche il futuro numero uno del mondo, facciamo uno dei primi cinque per essere sicuri.
Negli anni Ottanta e Novanta non era così. Era già tanto se un tennista italiano arrivava nei primi cinquanta classificati al mondo, magari qualcuno riusciva a vincere un paio di partite agli Internazionali d’Italia spinto da un tifo calcistico sull’arena del Pietrangeli ai limiti della sportività ma nulla più, di vincere un qualsiasi torneo di un certo livello in giro per il mondo non se ne parlava proprio.
Però c’era un tennista capace di infiammare i cuori degli appassionati italiani così come una delle sue racchette a fine partita. Paolo Canè, anzi Paolino Canè o quando ne combinava di tutti i colori in campo Paolino Neuro-Canè (copyright by Gianni Clerici).
Sapeva alternare punti spettacolari a roboanti imprecazioni in diretta nazionale. Capace di battere l’ex numero uno al mondo Mats Wilander dopo un’interminabile battaglia in Coppa Davis, di portare al quinto set a Wimbledon uno dei più grandi di sempre come Ivan Lendl, di battere altri big del circuito tra cui Connors, Edberg e Cash, così come di perdere da un qualsiasi sconosciuto dopo averne tirate giù talmente tante che doveva passare il prete a benedire il campo al termine della sua partita.

Però era un tennista dal talento cristallino, rispettato e temuto da tutti i suoi colleghi perché se in giornata poteva battere chiunque. Personalmente lo adoravo perché era esaltante e deprimente allo stesso tempo, si distingueva in tutto. A cominciare dal look, capelli lunghi e orecchino, Agassi ha sicuramente preso spunto da lui, ma, soprattutto, si distingueva per la sua tecnica e il suo modo di stare in campo.
Aveva un movimento al servizio talmente rapido e ingarbugliato che rischiava di lanciare la spalla in tribuna a ogni turno di battuta, faceva partire fiondate sia col dritto che con il suo fulminante turbo-rovescio e anche a rete disegnava tennis perché la “manina” non gli è mai mancata (manina = capacità di mettere la pallina dove si vuole come se la si sentisse anziché colpirla, tanta roba).
Genio, sregolatezza e un viso continuamente spiritato. Non ti faceva mai annoiare. Tanti esperti hanno ripetuto che se non fosse stato una testa calda avrebbe potuto raggiungere grandi risultati. Tipo che poteva essere tranquillamente un top 10, col talento che si ritrovava, e vincere tornei importanti oltre ai tre che è riuscito a conquistare e al best ranking raggiunto di numero 26 al mondo. Io l’ho sempre pensata come loro, fino a quando non ho sentito l’intervista di un’altra cosiddetta testa calda.200409 Paolo Cane in maglia azzurra
Fabio Fognini ha ottenuto risultati molto più importanti in carriera di quelli conseguiti da Paolo Canè. Ha vinto tornei prestigiosi, tra cui Montecarlo, ed è arrivato tra i primi 10 al mondo, eppure sempre lì a sentirsi dire che se in campo fosse stato più calmo e riflessivo avrebbe ottenuto ancora più successi. Anch’io ero tra quelli che continuava a ripeterglielo ma i miei rimproveri non penso li abbia mai sentiti.
La sua risposta è stata che forse, senza quella sua pazzia, non sarebbe arrivato a dove è arrivato. Magari non avrebbe regalato perle di ordinaria follia facilmente rintracciabili su YouTube ma non sarebbe riuscito nemmeno a battere più di una volta un mostro tennistico come Nadal, tra gli altri.
Come se anche l’incoscienza fosse un talento, come se quella follia che ti porta a fare scelte che rifiutano la razionalità sia una dote. In effetti non ho mai sentito chiedere a un tennista pallettaro se la sua carriera sarebbe potuta essere più vincente lasciandosi guidare in qualche partita da un istinto omicida anziché da una sana e rispettabile impostazione professionale.
Il beneficio del dubbio è giusto che sia da entrambe le parti della barricata. Il talento, invece, era dalla parte di Paolino Canè.

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