Ciao_L’Italia del Novanta_9 giugno

di Antonio Gurrado

9 giugno 1990

Gioca l’Italia. Il Gran me va a trovare il Piccolo me e lo trova addormentato nella cameretta in fondo al corridoio della casa dei genitori, del tutto incurante che in quel momento – sono le ore 22.30 – in salotto Totò Schillaci stia dando inizio alla propria epopea: dopo un’ora e un quarto di vani attacchi, su passaggio filtrante di Donadoni, Vialli (annunciato eroe della spedizione domestica) mette al centro un cross scolastico quantunque che la piccola punta siciliana, marcato da due austriaci a distanza di sicurezza, incorna alle spalle di Lindenberger, il portiere male informato sulle italiche usanze visto che, con tutti gli sbuffi e i righini della divisa, s’è presentato a Roma vestito da sbandieratore. Ma il Piccolo me dorme, inconsapevole, vecchio di nove anni e mezzo, voltato contro il muro in un letto che occupa si e no per due terzi in lunghezza; e il Gran me, che ha trent’anni in più e ogni tanto passa a visitarlo, si accomoda sul letto vuoto lì di fianco, che, allestito per un fratellino futuro, resterà vuoto per sempre.

Gli dice: «Tu non lo sai ancora ma fra trent’anni, mentre tutti staranno ricordando dove hanno visto la memorabile rete che prometteva magnifiche sorti, tu dovrai svicolare per non ammettere che eri a letto perché finiva la scuola e incombeva l’esame di quinta elementare, lievemente più arduo dell’attuale maturità. Con un trucco degno di film che amerai man mano che crescerai (Underground, Goodbye Lenin, Truman show) benché tuttora incomprensibile nella sua realizzazione concreta, i tuoi genitori sono riusciti a nasconderti l’inizio vero dei Mondiali, la prima partita della nazionale, per non sottrarti ore di sonno e non causarti emozioni forti che avrebbero rischiato di trasformarti precocemente nel Marcel Proust di Gravina in Puglia, escluso il talento nella scrittura. Ma fra trent’anni, ti assicuro, degli esami di quinta elementare non ricorderai nulla, come se non li avessi fatti, mentre il fermo immagine della fronte mediterranea di Schillaci che incoccia l’Etrusco Unico, e lo insacca alle spalle dello sbandieratore suddetto, ti resterà impresso nella tua, di fronte mediterranea, come se lo avessi visto in diretta, come se ti fosse apparso in sogno mentre dormivi voltato verso il muro, ricordo indotto dall’intensità uguale a quello della delusione del mattino dopo, quando avresti scoperto che ti era stata nascosta la partita ed eri stato mandato a letto troppo presto».

Il Gran me si alza dal materasso sempre vuoto, attento a non far cigolare le molle, getta un altro sguardo al fagottino sotto il lenzuolo e se ne va, lasciando socchiusa la porta della cameretta mentre la luce blu del soggiorno lampeggia mentre Bruno Pizzul dichiara esausto, alzando finalmente la voce per sovrastare il boato collettivo: «Era ora».

Coer Schillaci

 

 

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