Neuro2020 – Girone E – Svezia-Polonia

di Gino Cervi

Solna, 5 giugno 2004

SVEZIA-POLONIA

Alle ore 18.30 del 5 giugno 2004, al Råsundastadion di Solna, le nazionali di Svezia e di Polonia erano schierate l’una di fronte all’altra. Era la venticinquesima volta. Una bazzecola al cospetto dell’assai bellicosa storia delle due nazioni. Tra il 1598 e 1721 svedesi e polacchi se le erano suonate di santissima ragione e senza risparmio di colpi. C’è da far confusione quando ci sono di mezzo le guerre tra quei due rissosi dirimpettai baltici.

sigismondoI primi a venire alle mani furono il principe Sigismondo Vasa, figlio del re Giovanni III Vasa e della polacca Caterina Jagellona – e per questo salito sul trono di Polonia – , e lo zio di lui, il duca Carlo. Allo zio non andava giù non tanto il fatto che alla morte di Giovanni, Sigismondo ambisse a unificare i due regni sotto una sola corona, ma che quella corona fosse cattolica. Il duca Carlo e gli svedesi tutti erano fieramente luterani e così nel 1598 gliela fece pagare con una guerra che va sotto l’inequivocabile nome di “guerra contro Sigismondo” – e che fu scandita da fasi interne dalle buffe denominazioni: la guerra dei bastoni, la campagna delle salsicce… Tra bastoni e salsicce, ebbe la meglio il duca Carlo, che diventò re di Svezia col nome di Carlo IX.

Ma non finì mica qui: zio e nipote continuarono a prendersi a bastonate – o a salsicciate? – per la Livonia e per l’Estonia – forse anche «per l’Amazzonia e per la pecunia» come canterebbe «il mio illustre cugino De Andrade» – fino al 1611, quando morì Carlo. Ma a Sigismondo era rimasto sul gozzo di non essere diventato re di Svezia così da poter pescar in pace merluzzi su entrambe le sponde del Baltico: e ricominciò a tramare contro il cugino successore, Gustavo Adolfo. Ma Gustavo Adolfo era un osso duro. Le guerre continuarono con esiti alterni fino al 1632, quando i due contendenti morirono e i pesci veloci del Baltico continuarono a finire, alternativamente, nelle pentole polacche o svedesi, così a caso.

Le cose si complicarono nel 1654, quando abdicò la regina Cristina I di Svezia e, puntuale, il re di Polonia, Giovanni II Casimiro, tornò a dire che il trono di Svezia toccava a lui. Non era d’accordo Carlo Gustavo, della dinastia dei Wittelsbach, conte palatino di Zweibrücken-Kleeburg e cugino di Cristina: costui era determinato a diventare lui re di Svezia e, con l’aiuto dei tedeschi di Brandeburgo – che, come tutti in Europa cominciavano a capire in quel giro di anni, sarebbe stato sempre meglio averli come alleati –, marciò su Varsavia e nel 1655 la conquistò. La riperse tuttavia l’anno dopo. In un tutto quel gran bordello di battaglie e ammazzamenti la cosa più importante che ne uscì fu che, staccatosi dalla Polonia, si formò il primo nucleo del ducato di Prussia. Di lì a qualche secolo saranno cazzi per tutti. Soprattutto per i polacchi che, non a caso, presi di mira da nord dagli svedesi, da ovest dai “tedeschi” e da est dai russi, chiamarono questa Seconda guerra del Nord con lo scorante appellativo di “Diluvio” (in polacco Potop).

Mezzo secolo dopo, a uscire fradicio dal palcoscenico della grande storia europea per mettersi a sedere tra gli spettatori sarà invece il regno di Svezia, ridotto a brandelli da russi, prussiani e danesi nella cosiddetta Grande guerra del Nord (1700-21).

Benché al Råsundastadion di Solna, municipalità dell’area urbana di Stoccolma, quel sabato 5 giugno 2004 – trascurabile inciso: era anche il giorno del mio quarantesimo compleanno – si giocasse solo un’amichevole, a tutte queste storie pensava probabilmente Henrik Larsson quando al 42’ del primo tempo ricevette un cross dall’out sinistro e insaccò in rete, scacciando via tutte quelle date e quelle battaglie. Nessuno si chiese come mai quell’uomo color caffelatte, che ormai da qualche anno aveva smesso una bionda capigliatura rasta e giocava col cranio rasato, vestisse la maglia numero 11 gialloblu della Svezia, e portasse il cognome della madre Eva, e non quello del padre, Ricardo Rocha, emigrato in Svezia da Capo Verde. Se l’erano invece chiesto proprio i genitori, quando a Helsingborg agli inizi degli anni Settanta pensarono che un ragazzino color caffelatte potesse avere un po’ meno problemi a chiamarsi Larsson e non Rocha. E sempre a Solna, quel tardo pomeriggio, nessuno si chiese neppure il perché quel marcantonio con la maglia numero 10, alto due spanne di più, che andava ad abbracciare Larsson dopo il gol, non avesse neppure lui esattamente una fisionomia scandinava, da Carlo Gustavo Vasa, per intenderci: ma piuttosto un balcanico «gran nasone, un volto da caprone» che di lì a poco sarebbe diventato «sua Maestà» Zlatan. Figlio di un bosniaco musulmano e di una croata cattolica, cresciuto nei sobborghi di Malmoe e di dieci anni più giovane di Henrik Larsson, Zlatan non aveva avuto nessun dubbio a tenersi il proprio cognome: Ibrahimović. Da Lars a Ibrahim, la Svezia era cambiata.

Quello che accadde dopo – raddoppio svedese di Andreas Jakobsson, girandola di sostituzioni nel secondo tempo come si addice a un test-match, terza rete di Marcus Allbäck e gol polacco della bandiera di Damian Gorawski a un minuto dalla fine – ha in fondo assai poca importanza.

larsson

Svezia-Polonia  3-1
Larsson 42’, Jakobsson 54’, Allbäck 72’, Gorawski 89’

Svezia: Isaksson, Mellberg, Jakobsson, Edman, Ljungberg; Wilhelmsson, Nilson, Linderoth, Källstrom; Larsson, Ibrahimović

Polonia: Dudek, Rząsa, Kłos, Bosacki, Zewłakow; Radowski, Mila, Lewandowski, Krzynowek, Rasiak, Zurawski.

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