Ciao_L’Italia del Mondiale_8 luglio

di Antonio Gurrado

8 luglio 1990

Luciano Pavarotti, Giulio Andreotti ma soprattutto Edvige Fenech sono fra gli eccellenti spettatori accorsi all’Olimpico ad assistere alla vittoria mondiale dell’Italia. Edwige-Fenech-2-1280x720Per un errore di calcolo, tuttavia, la finale vede di fronte Germania Ovest e Argentina, che per l’occasione si sono invertite le maglie rispetto a quella identica di Mexico ’86. Nella calura pomeridiana dell’Azteca, infatti, la Germania Ovest aveva accettato la divisa verde di riserva per consentire agli argentini di conservare le tradizionali strisce biancocelesti; stavolta, sotto i riflettori romani, l’Argentina si presenta in abito da sera, con una tenuta blu semplice ma elegante che consente ai tedeschi di indossare la maglia bianca: la quale, rispetto alle precedenti edizioni, è impreziosita da una banda che trascina i tre colori della bandiera da una manica all’altra, descrivendo sul petto l’equivalente grafico di un encefalogramma di discreta solidità.

Denotando grande rispetto per la sofferenza del popolo italiano, le due nazionali si accordano per non disputare la finale, intrattenendosi in campo senza particolare motivo per tutta la durata del primo tempo. È l’occasione per discutere – ne parleranno sicuramente sugli spalti anche Luciano Pavarotti, Giulio Andreotti e soprattutto Edvige Fenech – su cosa abbia detto di preciso Diego Armando Maradona durante l’esecuzione dell’inno argentino, raffinatamente fischiato dai 73.693 spettatori (incasso, otto miliardi, cinquecentosettantotto milioni, trecentoventisei mila lire, per una spesa media di poco superiore alle centosedici mila lire). 9944AE3C5Ha detto zios de Ruta, avanzando un sottile riferimento alle voci di nepotismo che circolano sulla radiotelevisione italiana? Ha detto pios de muta, in omaggio alla devozione che gli Italiani riservano all’afasica santa Zoe, prima testimone di un miracolo operato da san Sebastiano martire e per questo appesa per i capelli a un albero dai pagani e ivi arrostita? Ha detto rios de Futa, in riferimento al Santerno e al Sieve che fanno da cornice all’omonimo Passo montano? Ha detto mios de juta, oscura allusione a miniere che custodiscono il ruvido materiale per fabbricare sacchi?

Chissà. La partita ricomincia e il pubblico si riaddormenta, in attesa che qualcosa, un guizzo del migliore in campo, ravvivi l’evento. Ecco che accade. È un colpo di genio dell’arbitro messicano Codesal, il quale ha l’intuizione chiave per scardinare i contrapposti ostruzionismi di argentini e tedeschi: al 65’ espelle Monzon, ritenendo che il suo intervento falloso sia aggravato dall’omonimia col celebre pugile, e così crea un primo squilibrio che instrada la partita. O almeno dovrebbe; poiché la situazione non si sblocca, all’84’, chiaramente terrorizzato dalla prospettiva di dover far assistere Luciano Pavarotti, Giulio Andreotti e soprattutto Edvige Fenech a trenta minuti supplementari di strazio tecnico-tattico, Codesal fischia per un intervento sulla palla della superstar stempiata dell’Udinese, Nestor Sensini, appiccicato all’accorrente Völler. Rigore, che Brehme trasforma di destro ossia col piede debole, quasi a esorcismo delle parate decisive dell’ex riserva Goycoechea sui tiri dal dischetto di Jugoslavia e Italia. I compagni che gli franano addosso mentre si sdraia esultante dopo la trasformazione sembrano un quadro di Balla, l’unico momento esteticamente apprezzabile dell’intera partita.

Finisce. Si alzano e se ne vanno Luciano Pavarotti, Giulio Andreotti e soprattutto Edvige Fenech mentre il cielo s’è fatto del tutto scuro e una luna rotonda, giallissima, campeggia sui postumi dei festeggiamenti tedeschi e di fianco al tabellone che recita: “Ciao Italia. Hello Usa ’94”, a riprova che il mondo, seppure a fatica, riuscirà ad andare avanti. Il prato dello Stadio Olimpico viene divelto e le trecentoseimila zolle vengono vendute, una per una, agli acquirenti che le avevano prenotate all’inizio dei Mondiali. Trent’anni dopo, le rivenderanno su eBay.

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