Il catenaccio

di Emiliano “el Buitre” Fabbri

Negli ultimi anni, quando si nomina il catenaccio, lo si fa sottovoce, quasi per evitare di essere associati a una tattica considerata obsoleta e agli antipodi di un calcio moderno fatto di possesso palla, uscita dal basso e alzamento del baricentro. Poi vai a studiare bene alcune squadre di livello internazionale e ti accorgi che alcuni allenatori “moderni” si rifanno proprio a quei principi che hanno portato il catenaccio a trionfare in Europa e nel mondo, magari rivisitati e attualizzati, ma comunque un sistema di gioco basato su difesa attendista e contropiede. Tenendo sempre a mente che non esiste solo un tipo di calcio, ma diverse interpretazioni di esso, e lungi dallo schierarsi a favore di uno o dell’altro, con questa analisi si vuole ripercorrere la genesi del catenaccio e come è arrivato ai giorni nostri. Nell’immaginario collettivo il catenaccio è una tattica di ispirazione italiana, ma non è propriamente così.

La nascita dell’idea del catenaccio, o per meglio dire in lingua francofona verrou (serratura), avviene negli anni Trenta in Svizzera. È difficile pensare che una nazione così piccola e con scarsissima tradizione calcistica possa essere la culla di una tattica calcistica, ma sono state proprio queste caratteristiche a far nascere quest’idea a Karl Rappan. Nato a Vienna, cresce e gioca con uno stile danubiano nel Rapid Vienna e nella nazionale austriaca, ma sarà quando diventa allenatore che accende la sua lampadina. Accade in Svizzera, quando prende le redini del Servette, e il suo ragionamento si basa proprio osservando il basso livello tecnico dei giocatori a sua disposizione, che a sua detta non avrebbero mai e poi mai potuto controbattere giocatori più forti: così, invece di accettare confronti singoli, pensa di giocare di squadra. Insomma, dà un’impronta di organizzazione collettiva per affrontare squadre più forti, cominciando a rinforzare la difesa. All’epoca il sistema di gioco più in voga è il WM, una sorta di 3-4-3 con un quadrilatero a centrocampo e difesa in linea. Rappan sposta uno dei due mediani sulla linea dei terzini, arretrando uno di quest’ultimi dietro la linea. Di fatto ha inventato il verouller, ovvero il libero come lo ribattezzerà anni dopo Gianni Brera, che gli anglofoni chiameranno sweeper, letteralmente tradotto: spazzatore. Un difensore senza compiti di marcatura. Dal 1931 Rappan vince sei campionati e otto coppe nazionali, col Servette prima e il Grasshoppers poi, fino ad arrivare a guidare la nazionale elvetica nei mondiali di Francia 1938, che condurrà fino ai quarti di finale, uscendo dignitosamente con la grande Ungheria, e togliendosi la soddisfazione di eliminare la Germania nazista che nel frattempo aveva assorbito con la forza la nazionale austriaca.

Per rivedere un sistema di gioco simile al verrou di Rappen bisogna andare in Unione Sovietica negli anni Quaranta, dove a cavallo della seconda guerra mondiale Alexander Kuzmich Abramov, un ex professore di ginnastica allenatore del Kryla Sovetov, adesso Samara, riprende i principi svizzeri, ma oltre ad abbassare uno dei mediani e facendo scalare dietro uno dei terzini, dispone la fase difensiva a zona. La sua squadra, presa dai bassifondi, riesce a tenere testa a squadre più blasonate, senza però arrivare mai ad alzare trofei, e per questo la sua tattica chiamata “Volzhskaya Zashchepka” ovvero “Volga Clip”, viene considerata ancora un espediente per le squadre più deboli. Nella terra dei soviet l’esperimento rimane un fuoco di paglia, che però verrà riacceso trent’anni dopo, con modalità differenti ma con gli stessi principi, da Valerij Lobanovs’kyj.

È il 1946 quando il catenaccio entra in Italia. E lo fa dal porto di Salerno. Gipo Viani allena la Salernitana in serie B, campionato che vincerà. Lo fa applicando quello che sarà chiamato “Vianema”, ovvero un sistema di gioco in cui uno dei due mediani diventa un vero e proprio stopper sul centravanti avversario, col centrale della linea difensiva che si abbassa a fare il libero. A maggior protezione difensiva, Viani abbassa il baricentro della squadra. In Italia allenatori come Mario Villini della Triestina nel 1941/42 e Ottavio Barbieri dei Vigili del Fuoco La Spezia nel 1944 avevano già usato il libero, ma Viani ha il merito di applicare questa idea di gioco con regolarità, espandendola alle squadre di fascia medio bassa che cominciavano sempre più a farne un uso sistematico.

Ma il primo grande club che utilizza il catenaccio è l’Inter di Alfredo Foni, che nell’interpretazione ci mette del suo. Infatti Foni sposta il terzino di destra dietro a fare il libero e abbassa l’ala destra che in tale modulo deve coprire tutta la fascia. In pratica inventa quella che sarà chiamata appunto “l’ala tornante”, e il primo rappresentante del ruolo è Gino Armano. L’interpretazione del ruolo di libero con Foni è di un difensore arcigno e senza fronzoli, uno che una volta recuperata la palla la calcia forte e il più lontano possibile, da qui l’appellativo di “battitore libero” che aveva in Ivano Blason il suo esempio. Con questa impostazione di gioco Foni vince due scudetti consecutivi nel 52/53 e 53/54, arrivando ad allenare la nazionale italiana, purtroppo però con minori fortune, non riuscendo a qualificarsi per i mondiali del 1958.

Dall’altra parte dell’Italia, un macellaio triestino coglie meglio di tutti questa idea di gioco, e porta la squadra della sua città al secondo posto della serie A nella stagione 1947/48. Inizia così l’epopea di Nereo Rocco: el Paròn. Dopo Trieste consolida la sua tattica a Padova, fino a quando nel 1961 viene chiamato dal Milan, il cui direttore tecnico era proprio Gipo Viani, che decise di affidarsi a Rocco per la sua idea di gioco perché utilizza il libero. L’idea fu vincente. Per la prima volta questo sistema di gioco viene portato alla ribalta internazionale e, cosa più importante, vincendo scudetti, coppe dei campioni e coppa intercontinentale. Il catenaccio è ufficialmente sdoganato e nessuno si vergogna più di utilizzarlo. Rocco in rossonero ha ovviamente dalla sua un’alta qualità dei calciatori: il suo catenaccio portava sì grande attenzione difensiva ma, una volta recuperata palla, invece di buttarla cercava di giocarla grazie alla classe del suo libero Cesare Maldini, che aveva il compito di farla arrivare tra i piedi di Gianni Rivera, che a sua volta innescava gli attaccanti. Insomma, un catenaccio sì, ma di qualità.

Ormai il catenaccio è diventato parte integrante del bagaglio tattico di ciascun allenatore italiano, ma sarà con un argentino che entrerà definitivamente nella storia. Quando Helenio Herrera arriva all’Inter nel 1960 lo chiamano già “il Mago”. Ha allenato in Francia, Portogallo e soprattutto in Spagna. È un giramondo e dovunque abbia vissuto e allenato ha accresciuto il suo bagaglio culturale che riversa in un’innovativa interpretazione del ruolo dell’allenatore, dalla preparazione fisica all’impostazione psicologica, passando ovviamente per la tattica. Quando nel 1960 Moratti lo ingaggia a suon di milioni, Herrera gioca un calcio spregiudicato e offensivo che però nelle sue prime due stagioni non gli fa vincere niente. È nel 1962 che il mago intelligentemente si adatta al calcio italiano, ma soprattutto adatta il suo sistema di gioco ai suoi eccellenti giocatori. Herrera decide di applicare il catenaccio alla sua Inter, e la fa diventare Grande. Tra il 1962 e il 1966 vince tre scudetti, due coppe dei campioni e due coppe intercontinentali, entrando nella storia del calcio appunto come la “Grande Inter”. La tattica è semplice, recuperata la palla bisogna arrivare al tiro in tre passaggi. Così da una linea difensiva composta, oltre che dal portiere Sarti, dal libero Picchi e due marcatori fissi sull’uomo – Burgnich e Guarneri – la palla deve arrivare subito tra i piedi del regista Luisito Suarez che con i suoi lanci lunghi e precisi la deve recapitare tra i piedi degli attaccanti Mazzola e Peiró o allargarla sulle fasce per lo scattante Jair a destra o sul piede mancino di Mariolino Corso. Il tutto con il centromediano Bedin davanti alla difesa a coprire le spalle di Suarez e il terzino fluidificante più forte della storia: Giacinto Facchetti. Furbescamente il Mago racconta in giro che il catenaccio lo ha inventato lui e che sia stato il primo a giocare col libero in una gara del 1945 con lo Stade Français, ma sappiamo che la storia dice ben altro. Sicuramente Herrera ha il merito di aver portato il catenaccio al picco massimo della sua espressione, sia in fatto di gioco che di vittorie. Da quel momento il catenaccio diventerà un marchio di fabbrica del calcio italiano, tanto che sarà sinonimo proprio di “calcio all’italiana”, e verrà utilizzato prevalentemente fino agli anni Ottanta, quando sul panorama del calcio mondiale arriverà un certo Arrigo Sacchi, che spariglierà le carte tattiche del calcio all’italiana  e le rimescolerà sotto la sua visione di zona, pressing e squadra alta. Ma questa è un’altra storia.

[Questo è il primo pezzo di Mister volante, una nuova rubrica di Portiere volante, in collaborazione con Trovamister, il sito di riferimento per i mister in cerca di panchina, e per tutto ciò che ha a che fare con l’allenatore e gli allenamenti. Ogni due giovedì gli autori di Portiere volante scriveranno un pezzo che verrà pubblicato su entrambi i siti.]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...