Le parole sono importanti – Zdenek Zeman

di Maurizio Zoja

«Le parole sono importanti!» sbraita Nanni Moretti in Palombella rossa, film girato nel 1989 che racconta lo smarrimento della sinistra italiana all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Giocatore di pallanuoto che ha perso la memoria, il protagonista della pellicola ce l’ha con la giornalista che lo sta intervistando.
A volte, ascoltando le interviste o le conferenze stampa degli allenatori di calcio, anche a noi verrebbe da ricordare al mister di turno che le parole sono importanti. Certi proclami, infatti, gli verranno probabilmente rinfacciati alla prima prova non convincente, e non solo in caso di sconfitta: basti pensare che agli allenatori che hanno vinto le ultime edizioni del campionato di Serie A non è stato rinnovato il contratto. Ma le loro parole sono importanti anche per noi innamorati di calcio, che ascoltando gli allenatori cerchiamo di farci un’idea sulla loro idea di calcio.
In questa rubrica cercheremo quindi di descrivere il modo di essere allenatore del suo protagonista attraverso frasi significative e di provata autenticità. Se infatti Vujadin Boskov ha davvero risposto «rigore è quando arbitro fischia» a un giornalista che gli domandava cosa pensasse di una decisione del direttore di gara, è altrettanto vero che non ha mai detto «se un uomo ama donna più di birra gelata davanti a tv con finale, forse vero amore ma non vero uomo». Una frase, quest’ultima, che invece gli viene spesso attribuita. Le parole sono importanti, ed è importante anche non attribuirle a chi non le ha dette.

Cominciamo allora con Zdenek Zeman, nato a Praga nel 1947 e stabilitosi in Italia a ventuno anni. Una decisione maturata nell’agosto del 1968, allorché il giovane Zdenek si trovava a Palermo assieme alla sorella Jarmila, ospite dello zio Cestmir Vycpalek, già allenatore dei rosanero. In quei giorni i carri armati sovietici entravano a Praga ponendo fine a una stagione di speranze democratiche e il futuro allenatore scelse di non fare ritorno in Cecoslovacchia. Si iscrisse all’Isef di Palermo laureandosi con una tesi in medicina dello sport sulle orme del padre Karel, primario ospedaliero. A ventotto anni, entrato nello staff delle giovanili del Palermo, acquisirà anche la cittadinanza italiana. Nella sua lunga carriera da allenatore, interrottasi almeno per il momento a Pescara nel 2017/18, si è seduto sulle panchine di Foggia, Lazio, Roma, Napoli, Lecce e altre ancora, mentre all’estero ha allenato Fenerbahce e Stella Rossa Belgrado.

Non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri.

Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente.

Non conto le sigarette che fumo ogni giorno, altrimenti mi innervosirei e fumerei di più.

Dovrei parlare di arte? Di politica? Di economia? Io sono uno che sta nel calcio, se un giornalista viene da me lo fa perchè vuole avere un’opinione competente, altrimenti fuori dal calcio io sono uno qualunque e il mio parere conta come quello di un contadino. Eppure dal contadino non va nessuno.

Modulo e sistemi di allenamento non li cambierò mai, qui a Roma come in un’altra città. Per coprire il campo non esiste un modulo migliore del 4-3-3: è il modulo più razionale.

Io alleno, ma non posso scendere in campo e giocare.

Il calcio è sempre lo stesso, sia in una piccola che in una grande città il campo ha sempre le stesse misure e la preparazione è sempre la stessa.


Pretendo che ogni giocatore dia il meglio di se stesso, nel rispetto dell’esigenza di fare spettacolo. Se non vinciamo, nessun dramma. Mi basta che i ragazzi abbiano dato il massimo.

Da piccolo a Praga mi dissero “prendi quella posizione” e mai “prendi quell’uomo”: da quel giorno non ho più cambiato idea, sarebbe stata la zona il mio modulo di gioco ideale.

Il mio calcio è prevedibile? Una stupidaggine: che cosa ne sanno i miei colleghi degli schemi di Zeman?

Il derby di Roma? Si tratta di una partita come le altre, vale tre punti proprio come le altre, e non richiede atteggiamenti tattici particolari. Sono le sensazioni a essere diverse.

Mi sento più italiano di tanti allenatori italiani.


Raramente mi capita di dire una bugia. Per questo mi sento solo. Il nostro è un mondo in cui se ne dicono tante.

Il momento più emozionante della mia vita è stato la nascita dei miei figli, quello più emozionante della mia vita sportiva invece è stato ogni volta che la mia squadra è uscita fra gli applausi dal campo di gioco.

Lasciare la Roma mi ha fatto più male che lasciare la Lazio.

A un bambino che si avvicina al calcio per la prima volta direi soprattutto di cercare di divertirsi: lo sport deve rimanere un gioco.

Se giocassi in una squadra allenata da me, mi piacerebbe giocare mediano centrale, perché è il fulcro della squadra.

Signori e Rambaudi sono i migliori esterni d’attacco che io abbia mai avuto.

Questi giocatori sono stati perfetti nei loro ruoli: Buffon, Nesta, Rivera, Van Basten. Totti era ideale sia per il centrocampo sia per l’attacco.

Nel Milan di Ancelotti, al suo meglio, sembrava che in campo fossero in 15, perché riuscivano a mantenere le distanze.

In allenamento dedico più tempo alla fase offensiva: è più difficile costruire che distruggere.

Se mi trovassi ad allenare una grande squadra in lotta per vincere il campionato e a un certo punto i giocatori mi chiedessero di cambiare modulo, non farei più l’allenatore.

Preferisco non applicare la diagonale difensiva per non allungare la squadra.

Ascolto musica in macchina. Il mio cantante preferito è Lucio Battisti, la mia canzone preferita La donna cannone di Francesco De Gregori.

Il mio film preferito è Qualcuno volò sul nido del cuculo, il mio attore preferito è Jack Nicholson e la mia attrice preferita Demi Moore.

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