L’esultanza di Morgan

di Emiliano “el Buitre” Fabbri

«È meglio ’na mezza risata vera che ’na dentiera tutta intera…certi colleghi!» M’è tornata in mente sta canzone di Alessandro Mannarino, cantastorie romano, quando ho visto l’esultanza di Morgan De Sanctis al triplice fischio finale del Signor Bergonzi di Genova nella vittoriosa trasferta di Udine della Maggica Roma (il 27 ottobre 2013 n.d.r.).

Maggica in tutti i sensi, se i sensi li fa perdere ad un uomo di 36 anni che pare invasato come un ragazzino alle prime armi. Maggica da tutti i lati perché solo una maggia, con due G, può spiegare una Roma così. Ma è proprio mentre vedevo il signor Morgan De Sanctis appiccicarsi alla rete dei tifosi come novello Uomo Ragno de noantri, che Mannarino m’è rimbombato nella testa, ed insieme alla musica m’è scappato un sorriso. Il sorriso per uno sport che fa tornare bambino un uomo che tende alla quarantina, un professionista del football che con la maglia giallorossa ha giocato appena una manciata di partite, e che se oggi esulta in questo modo lo deve perché l’ascesa al calcio che conta è partito proprio da quello stadio. Morgan De Sanctis lo stadio Friuli lo conosce bene, e gli deve molto, come ai tifosi che lo popolano. Ma proprio perché è un Uomo, scritto volutamente con la U maiuscola, non ha sfoggiato una falsa dentiera per un ipocrita rispetto verso i suoi ex tifosi, ma ha s’è fatto una risata vera condividendola con quelli con cui sta camminando ora. E allora mi ritornano negli occhi le non-esultanze di suoi ipocriti colleghi… certi colleghi, certi novelli ex di qualcuno, che dopo aver segnato un gol, magari bello, magari decisivo, devono sforzarsi di tenere le braccia bassa e non sorridere in nome di uno pseudo rispetto, in un acrobatico esercizio di cerchiobottismo che li fa ricadere tutti nella stesse rete. Quella dell’ipocrisia. E allora Viva De Sanctis. Viva i suoi salti e la sua gioia. Viva la sua sincerità. Viva il suo essere Uomo.

E chi ve lo racconta non si vuole nascondere dietro una vittoria, perché è lo stesso tifoso che ha assistito all’esultanza di Roberto Pruzzo per un suo gol. Non per uno dei suoi 106 con la maglia giallorossa, ma per l’unico che gli ha segnato contro, nello spareggio di Perugia del 30 maggio 1989 che sancì l’accesso alla Coppa Uefa della Fiorentina proprio in barba alla Roma. Alla sua Roma. In una data storicamente nera nella storia della Roma. Perché il Bomber giocava con la maglia viola, ed il suo primo ed unico gol lo mise a segno proprio in quella partita. Proprio contro la Roma. La sua Roma. La nostra Roma. Il suo ultimo gol. Ed ha esultato. Ma tutti i tifosi romanisti amano Roberto Pruzzo, e nessuno, dicasi nessuno, ha mai pensato minimamente di colpevolizzarlo, amandolo solo e sempre per i suoi 106 gol targati Roma. Perché un calciatore verrà ricordato per quello che ha dato con quella maglia, non per non aver esultato quando ci ha giocato contro. Ed i tifosi lo sanno. E sanno riconoscere un uomo quando indossa la propria maglia, ma un uomo, un uomo vero, rimane tale anche quando cambia casacca, perché la dignità e la sincerità non viene barattata al calciomercato. E questo i tifosi lo sanno. Magari i tifosi romanisti tenderanno a non ricordare quel gol colorato di viola, come i tifosi udinesi cercheranno di non ricordare le parate di De Sanctis domenica 27 ottobre 2013, bensì di ricordarlo, nel loro cuore friulano, per gli otto splendidi anni che hanno trascorso a braccetto. Per questo oggi, da tifoso e da sportivo, saluto l’esultanza del portierone giallorosso come un inno alla sincerità, ed un calcio in culo all’ipocrisia. Viva il portiere De Sanctis. Viva l’Uomo Morgan.

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