Loco a Marsiglia

Marcelo “El loco” Bielsa non è solo un allenatore di calcio: ricorda più un guru, un maestro spirituale che guida le proprie squadre alla bellezza e alla realizzazione di un’ideale, piuttosto che al conseguimento di un risultato. Un “perdente di successo, dice qualcuno: un personaggio di spessore, diciamo noi, che il mondo del calcio, sempre più sottile, invece, dovrebbe tenersi ben stretto.

Loco a Marsiglia è un libro scritto da Fabio Fava e da poco uscito per Edizioni Incontropiede (che ringraziamo): quello che segue è un estratto che racconta Marcelo Bielsa meglio di qualunque presentazione. [G.R.]

Dal Cile all’Athletic Club (più noto come Athletic Bilbao, ma in quanto a correttezza quella senza riferimento alla città è la versione preferibile), nell’estate del 2011 Bielsa opta per il ritorno in Europa, tredici anni dopo la più che fugace esperienza alla guida dell’Espanyol. Di nuovo la Spagna, di nuovo la Liga. In mezzo, molta più consapevolezza, oltre alla solita, caratteristica, curiosità. La scelta cade su uno dei club più affascinanti, ricchi di storia e tradizione (otto titoli nazionali) anche se parecchio disabituato a vincere (gli ultimi due ad inizio anni ’80).
La prima stagione alla guida dei Leones (Lehoiak, alla basca) è quella dell’orgoglio, una cavalcata capace di restituire fascino oltre che di generare nuovamente paura e rispetto nei confronti di uno dei luoghi simbolo del calcio mondiale, lo stadio di San Mamés, per tutti La Catedral. In quell’annata, chiusa con un decimo posto in campionato, l’Athletic scriverà le pagine più belle attraverso un’indimenticabile cavalcata in Europa League, un cammino praticamente netto in cui verranno eliminate squadre come il Paris Saint-Germain – in una sorta di ritorno… al futuro – Manchester United, Schalke 04 e Sporting Lisbona, prima di arrendersi in finale, scherzi del destino, all’Atlético Madrid, guidato in panchina da quel Diego Pablo Simeone che di Bielsa è discepolo e che con lui ha condiviso l’esperienza in nazionale, comprese le lacrime nello spogliatoio del Miyagi Stadium dopo l’eliminazione nel Mondiale 2002. Senza storia la finale dell’Arena Nationala di Bucarest, troppo superiore l’Atlético a livello di individualità (doppietta di uno straripante Tigre Radamel Falcao e firma della meteora juventina Diego), troppo scariche le batterie di un Athletic portato ad un passo dalla gloria europea dopo una stagione per certi versi irripetibile, in cui ogni singolo aveva trovato una dimensione collettiva che ne sublimava il rendimento. È il caso di Muniain, Llorente, Javi Martínez, Ander Herrera e Susaeta.
Un’altra avventura, nella stessa stagione ma in Copa del Rey, venne interrotta solo all’ultimo atto, anche in questo caso da un volto conosciuto, quello di Pep Guardiola e del suo Barcellona, quello dell’asado a Maximo Paz. Lo stesso che Bielsa avrà modo di citare più volte durante la sua esperienza basca.

“Non dobbiamo perdere di vista che la squadra con il maggior possesso palla negli ultimi quattro anni è stato il Barcellona, una squadra ammirata in tutto il mondo, anche se tendiamo a dimenticarcene troppo spesso. Le squadre finiscono di essere ammirate appena vince una squadra diversa da quella che ha vinto fino a quel momento. Il possesso, però, è collegato con la bellezza, è la parte più accattivante per il pubblico”.

Il risultato non è mai il fine, il viaggio conta più della meta, la rieducazione culturale e sportiva si poggia su una visione differente.

“Se non si premia un processo che ha ottenuto meno di quello che merita, non c’è nessun problema. Se, però, si premia un percorso che ha ottenuto quello che ha in maniera immeritata, allora sì, nascono molti problemi. Il messaggio, in un mondo come quello del calcio, così esposto dal punto di vista mediatico, dovrebbe essere: premiamo ciò che si ottiene meritatamente oltre che in maniera lecita. Difendere, sia chiaro, non è illecito, così come speculare non lo è. Se io non attacco mai, la squadra avversaria tiene il pallone per tutta la partita e magari sbaglia dieci gol, vince il più pragmatico? No, certo che no. Con questo atteggiamento avrà vinto questa partita, ma non può essere una logica applicabile sul lungo periodo. Lasciare che il tuo avversario ti domini, controlli la partita, tiri venti volte in porta senza che tu controbatta, non porta da nessuna parte. Ci sono squadre che vincono aspettando, approfittando dell’errore avversario, ma una cosa è attendere, un’altra è provocare quell’errore. Non si è più vicini alla vittoria, si è più lontani, ci sono probabilità più basse che questo avvenga. Non preoccupatevi se non viene premiato un percorso che ha ottenuto meno di ciò che meritava, l’ingiustizia è qualcosa di molto comune. Però, quando viene premiato come bravo chi non lo è, quando i meriti sono frutto del caso, questo sì è dannoso e lo è, alla lunga, per tutti. Lo è perché insegna, a chi guarda, che un attacco può portare alla vittoria, cosa che normalmente non si verifica. Ai miei giocatori faccio spesso l’esempio del percorso a novanta gradi, lo faceva spesso Menotti: chi attraversa il giardino evitando l’angolo a novanta gradi calpesta i fiori e arriva più velocemente, chi invece passa per quell’angolo impiega più tempo ma non danneggia i fiori. Può sembrare filosofia spicciola, specie se detto da un argentino, ma io credo in questo genere di cose. Io credo che si debba dare valore a ciò che è meritato e che ci sia bisogno di ignorare o almeno non incensare ciò che si è ottenuto immeritatamente”.

Due anni a Bilbao, la seconda stagione si chiude con un dodicesimo posto molto al di sotto delle aspettative, a fine biennio arriva la separazione. Dal Golfo di Biscaglia è tempo di scegliere un altro mare, un altro sole. C’è l’assolata Provenza, il Mediterraneo e una città fatta di contrasti e passione. È Marsiglia il porto in cui attracca.

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