Il calcio patologico

di Alessandro Trasciatti

Il calcio è una malattia. Ma non incurabile. Io sono stato affetto da questo morbo fino intorno ai quindici anni. I dirigenti della mia squadra mi facevano giocare con quelli più piccoli, per rafforzarne i ranghi, e si presero una multa di centomila lire, che per l’epoca era abbastanza significativa. Da allora ho smesso di giocare a pallone ed ho tentato con altri sport, soprattutto la pallavolo, che è sempre roba di palle da colpire, ma ben diverso, con le mani – si sa. Direi che la pallavolo sia l’erezione a regola di ciò che nel calcio è grave violazione della norma. Ma non è certo il solo sport a fondarsi su una tale inversione. E comunque una tendenza a smanacciare la palla invece che colpirla con i piedi io ce l’ho sempre avuta. Così, alla fine si decisero a farmi giocare in porta, almeno non facevo danni. Però da portiere riuscivo lo stesso a commettere fallo, per esempio sgambettando gli attaccanti quando riuscivano a superarmi e puntavano dritti a rete. Una volta entrai sulle gambe di un avversario tanto duramente da farmi male più io che lui. Rigore ovviamente. Ma io rimasi a terra cinque minuti buoni, con uno stinco che mi faceva impazzire. Perfino l’attaccante si impietosì. Non so se fu per questo che lui stesso poi sbagliò il rigore, forse lo fece di proposito, o forse fui bravo e fortunato io a intuire la parte giusta in cui tuffarmi. Insomma, fu un piccolo trionfo personale.

Ho detto che dal calcio si guarisce. Ma non è poi tanto vero. Perché anche adesso – a trentasette anni – che di campionati e processi di Biscardi non me ne frega davvero più niente, soffro di una strana coazione. Sono sempre stato juventino, prima per convinzione, poi per inerzia; ebbene, se so che il mercoledì la Juve gioca in coppa, io non posso fare a meno di restare in casa piazzato davanti al televisore per paura che la partita vada male. Sì, ho la certezza matematica che se manco io come spettatore la Juventus perde. Così annullo impegni, disdico uscite con gli amici, ceno in fretta e mi sprofondo nel divano come se fossi in tribuna. Credo che le sconfitte in cui la Vecchia Signora è incappata negli ultimi vent’anni in campo internazionale siano tutte imputabili ad una mia assenza di fronte al teleschermo. Quando lo dico in giro mi rispondono: «Che eri egocentrico lo sapevamo, ma fino a questo punto…» Lo so, lo so, è una piccineria, ma… piccineria un corno, io ho un amico che si occupa di statistica ed ha cominciato a compiere dei rilievi per vedere che relazione c’è tra le sconfitte della Juve in coppa e le mie assenze dal televisore. Mi ha detto che i dati sono sorprendenti e presto pubblicherà un articolo su un’importante rivista di calcio scientifico per convincere gli increduli.

A pensarci bene, dal calcio non si guarisce proprio. Bisogna che uno sia vaccinato da piccino, altrimenti una qualche tara se la porta dietro per tutta la vita. Se avessi avuto dei figli li avrei già portati dal medico, con questa roba non si scherza mica. Faccio un esempio. Io adesso lavoro come postino. I miei colleghi postini sono fissati col calcio, ma siccome sono tutti sopra la quarantina hanno ripiegato sul calcetto perché in un campo grande morirebbero tutti d’infarto dopo dieci minuti e la partita sarebbe persa a tavolino, con grande onta dell’azienda tutta. Comunque, anche in un campo da calcetto riescono a procurarsi strappi e distorsioni a iosa, il che tutto sommato è una buona scusa per prendere qualche giorno di malattia. Ma insomma, il fatto è che mi sono lasciato incastrare ed ora gioco in porta anche con loro. E una porta piccola come quella da calcetto la difendo bene, faccio un figurone. O meglio, a volte faccio un figurone, altre delle figurette, perché ho il talento e le sgrammaticature dell’autodidatta. Così capita che sciorini delle grandi parate che lasciano di stucco compagni ed avversari, e poi compia delle papere incredibili, che non farebbe neanche un bimbetto di cinque anni. L’ultima volta che ho giocato ho salvato la mia squadra almeno una decina di volte. Così ho preso confidenza, mi sono esaltato, mi sono messo a fare il portiere volante come certi portieri matti che ogni tanto si vedono arrivare fino a centrocampo. Il risultato di queste mi incontinenze da genio incompiuto, più che incompreso, è che alla fine di gol ne ho presi tanti quanti ne avevo evitati. I compagni mi hanno dato un ultimatum: «O la smetti, o cambiamo portiere». Ma io non mi lascio intimidire da così poco.

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