Piccola guida insolita agli stadi di Euro2021 #5

Ogni tanto i sogni si avverano [Roma – Stadio olimpico]

di Emiliano “el buitre” Fabbri

Gli occhi di Mauro si illuminano già nel vedere in lontananza le luci dello stadio Olimpico. Mauro ha otto anni e non è mai andato allo stadio. È tutto il giorno col pallone tra i piedi in giro per la borgata di San Basilio, gioca con gli amici, magari sul sagrato della chiesa o se è fortunato al campo “Stefanino”. Ma stavolta il papà ha deciso di fargli una sorpresa, e qualche ora prima lo ha chiamato dalla finestra del loro appartamento al primo piano del palazzo popolare di via Ussita. In un primo momento Mauro era imbronciato, la scuola era appena finita e poteva restare per strada ancora un po’ per giocare a pallone, per la disperazione della mamma, che pensava a quante scarpe aveva già rovinato. E poi fa caldo questo sabato 8 giugno. Così Mauro torna a casa, e sul tavolo della cucina, vicino al suo solito bicchiere di latte fresco, trova due biglietti. Mauro si blocca. Rimane a bocca aperta. Stasera lui e papà andranno a vedere la finale dei campionati europei di calcio! Da quel momento l’emozione sale minuto dopo minuto. Ha paura di toccare quei biglietti per non sgualcirli, così li affida alle mani del padre, sempre sicure in ogni momento, anche i più importanti. E questo è il momento più importante della sua vita.

Quando il tram si arresta alla fermata del Foro Italico, Mauro vorrebbe scattare per arrivare il prima possibile allo “Stadio Olimpico”. Che poi si chiama così proprio dalle Olimpiadi del 1960, l’anno di nascita di Mauro. Dal 1953, anno della sua inaugurazione nella nuova struttura si chiamava “Stadio dei Centomila” vista la sua enorme capienza, e prima ancora, quando erano iniziati i lavori di costruzione nel 1927 “Stadio dei Cipressi”. L’Olimpico si erge maestoso tra la collina di Monte Mario e il fiume Tevere, luoghi da cui le rispettive tribune prendono il nome. Quella sera si deciderà la vincente della terza edizione dei campionati europei, e la Coppa Henri Delaunay se la contenderanno l’Italia e la Jugoslavia. L’emozione della prima volta allo stadio aumentata all’ennesima potenza dal fatto che questa è una finalissima, quindi stanotte Mauro non sa con quale stato d’animo tornerà a casa. Lui non ha dubbi, l’Italia vincerà di sicuro, anche se il padre cerca di prepararlo anche al malaugurato caso contrario. Insomma, comunque vada stasera qualcuno a Roma o Belgrado festeggerà. O almeno è questo che pensano papà e figlio.

Le scale che portano alla tribuna Tevere sono come un tunnel che conduce a una porta nel settimo cielo del piccolo Mauro. La luce abbagliante dei riflettori per un attimo lo acceca, e quando si desta i suoi occhi sono pieni del verde del prato. Quando gli azzurri scendono in campo il cuore di Mauro batte a mille. Con gli occhi cerca Picchio De Sisti, l’unico romano – del quartiere Quadraro – convocato da Ferruccio Valcareggi, che però per questa finale lo ha lasciato in panchina. Il fischio iniziale dello svizzero Dienst sembra svegliare Mauro, che osserva attentamente i ventidue in campo, immaginandosi lui stesso in mezzo a quei campioni. Lo sveglia però Džajić che al trentanovesimo segna per i “Plavi”. Lo stesso calciatore che aveva affossato l’Inghilterra nella semifinale di Firenze. Il primo tempo si chiude così. Mauro sgranocchia nervosamente i bruscolini nella spasmodica attesa del rientro in campo. Non vede l’ora che arrivi quel gol che ancora l’Italia non aveva segnato in quell’Europeo, visto che la semifinale con l’Unione Sovietica era stata vinta grazie a una moneta dopo nessuna rete in centoventi minuti. Il secondo tempo riprende ma gli Azzurri non sembrano capaci di sfondare il muro bianco. Mancano dieci minuti alla tragedia sportiva quando Angelo Domenghini quel muro lo abbatte. Con una punizione dritta per dritta buca la barriera e fa urlare di gioia i settantamila dello stadio Olimpico. Compreso Mauro, che con un balzo salta in braccia a papà e urla. Urla di gioia. A questo punto non resta che vincere. Non basta arrivare al novantesimo. E non basta nemmeno arrivare al centoventesimo. L’arbitro svizzero manda azzurri e bianchi negli spogliatoi dell’Olimpico. I tifosi sugli spalti sono spaesati. Non tutti sanno che questa sera non ci sarà la monetina. Tra questi c’è Mauro, che in un turbinio di emozioni ora si ritrova nel limbo dell’incertezza. Quando sente la mano del padre accompagnarlo verso l’uscita, comprende che la partita è veramente finita. E che non ci saranno vincitori. Né vinti. Tutte le emozioni di quella giornata così non avranno uno sfogo. Che sia esso esultanza o pianto. Strana questa sensazione. La partita si rigiocherà lunedì. Davanti a meno della metà degli spettatori, e quella coppa l’alzerà l’Italia. Ma lui non ci sarà. Lui è stato per la prima volta allo stadio in una finalissima che non ha visto alzare la coppa a nessuno. Per questo promette a se stesso, e a suo papà, che un giorno giocherà in quello stadio, e lui di coppe ne alzerà moltissime. Il primo sogno si avvera appena dieci anni dopo. Il secondo negli anni seguenti. Perché ogni tanto i sogni si avverano. E questi sono i sogni di un bambino di otto anni. I sogni di Mauro Tassotti.

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