Piccola guida insolita agli stadi di Euro2021 #6


Se qualche cane c’è, non è a quattro zampe. [Londra – Wembley Stadium]

di Carlo Martinelli

Arrivare per la prima volta in una città straniera, in un altro Paese, necessita sempre di una verifica sul posto, a contatto con quella che è: vita vera. Dunque, c’è una regola, immutata ed immutabile da anni e anni. Quando sei all’estero devi visitare: una libreria, un supermercato, un centro commerciale, uno stadio, una chiesa (non di quelle frequentate dai turisti, non di quelle che compaiono sulle guide), un bar/pub/birreria che sia, un negozio di dischi (fin che se ne trovano…), un giardino pubblico. Punto. Tutto il resto, musei e monumenti compresi, può esserci come non esserci. Ci si lascia andare così, con echi di derive situazioniste, se vi va. 

E dunque, poiché nel 1978 il mio scalcagnato e risparmioso viaggio estivo ha come meta Londra, poteva mancare un salto allo stadio? Certo che no. Così eccomi a Wembley, gloria delle glorie. Il vecchio Wembley. Quello dove appena dodici anni prima il mio primo Mondiale calcistico, indimenticabile 1966, aveva regalato, via tivù, agli occhi di un bambino o poco più, uno 0 a 0, era la partita inaugurale, tra i padroni di casa e gli uruguagi di Ladislao Mazurkiewicz, portiere dalla  grandezza infinita. Poi la battaglia tra l’Argentina e i padroni di casa, ancora una volta. Con il “trentino” – figlio di emigrati – Antonio “El Rata” Rattin espulso. Ci vogliono minuti perché abbandoni il campo e quando lo fa, convinto com’è di avere subito una ingiustizia, si siede nella tribunetta riservata ai Reali. Apriti cielo, gli arriva di tutto addosso. Dalle bottiglie di birra alle barrette di coccolato. Che lui afferra, scarta e sgranocchia, irridente. Vince l’Inghilterra, comunque. Come farà nella celebre finale con la Germania dell’Ovest. 30 luglio. 4 a 2 dopo i supplementari, il gol fantasma di Peters e tutto quel che ne consegue. 
È con queste fresche memorie che raggiungo Wembley. A memoria recito la litania che tuttora non ho scordato: Bankscohenwilsonstilesjackiecharltonmooreballhurtsbobbycharltonhuntpeters. Quella tedesca si ferma prima: Tilkowskihottgesschnellingerbeckanbauer… e comunque in attacco c’è Seeler. 

Cosa proporrà mai il calendario di Wembley, in un giorno feriale della torrida estate del 1978? Corse dei cani. Ho perso il programma di quel giorno, a lungo conservato. Otto corse, mi pare di ricordare. Gli allibratori con i guanti colorati, chi verde chi giallo chi rosso chi bianco, a distinguerli. Sugli spalti, duecento, trecento persone, non di  più. I cani, levrieri di eleganza non dubitabile, vengono fatti sfilare prima della gara accompagnati dalle hostess. Al via inseguono un coniglio posticcio che un aggeggio meccanico fa correre davanti a loro. Dopo tre corse sono già stufo ed annoiato. Lancio sguardi al campo, verde, lontano, intangibile. Non ci sono nemmeno le due porte. Pali e traverse sono in magazzino, evidentemente. 
Immagino Gordon Banks, il più grande portiere di sempre (o quasi). Rivedo Bobby Moore con la Coppa Rimet in mano. Vedo che il cane che ha vinto la corsa appena conclusa si chiama Conquistador. Che è anche una canzone dei Procol Harum, amatissimi. 
Basta così. L’underground ci riporta in centro. Wembley sarà, qualche anno dopo, il palcoscenico del Live Aid e dei concerti oceanici dei Queen. Poi lo faranno tutto nuovo. Io l’ho visto in un pomeriggio di un giorno da cani. Prima di acquistare la musicassetta dei Sex Pistols – il punk era vangelo, in quei giorni – e, soprattutto, l’agognato e fin lì introvabile, libro dei racconti e delle poesie di Peter Hammill, il cantante dei Van der Graaf Generator. Si intitola Killers Angeles, Refugees. Lo trovo in una libreria di Shaftesbury Avenue, Music Boutique. 

Tornassi oggi a Londra, di tutto questo troverei solo Wembley. L’altro Wembley, quello nuovo, scintillante. Non quello delle panche di legno sulle quali ho visto i cani sfrecciare al posto di George Best l’imprendibile e di Nobby Stiles, il sorriso più bello e romantico della storia del calcio. E comunque, nessun dubbio: oggi, a Wembley, se qualche cane c’è, non è a quattro zampe. 

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