Piccola guida insolita agli stadi di Euro2021 #7

Freddie Mercury, Gabor Kiraly e un pistacchio da sessantottomila posti [Budapest – Puskas Arena]

di Gianni Agostinelli

Ripensavo a una scultura che c’è in New Mexico: un pistacchio gigante piantato in mezzo alla strada che sta lì per dire a chi arriva che in quella zona coltivano pistacchi, e forse anche per dire grazie ai pistacchi. Io non ci sono mai stato, non ci voglio neanche andare, se è per questo, ma l’ho visto da qualche parte, forse in un film di Paolo Sorrentino. Mi è tornato in mente guardando lo stadio di Budapest. Non sono stato mai nemmeno lì, in Ungheria, allo stadio intitolato a Ferenc Puskas. Hanno abbattuto il vecchio stadio e sul cratere ne hanno costruito uno nuovo, inaugurato nel 2019, chiamato inevitabilmente alla stessa maniera e dove adesso, nel 2021, giocano gli Europei del 2020. Sono andato su Google Maps e con street view ho guardato lo stadio da fuori e mi è tornato in mente il pistacchio gigante che c’è in New Mexico. È enorme, da sessantottomila posti, sicuramente funzionale e comodo all’interno, ma è come mettere un’incudine sul tavolo dove i bambini giocano coi Lego.

Guardandolo con Google street view, tra le bici che sfilano per le strade di Budapest è impossibile da togliere dall’orizzonte. È simile a molti altri sorti recentemente e sparsi per il mondo, che un giorno bisognerebbe aprire la mappa e collegarli tutti come i puntini della «Settimana Enigmistica», e magari veder uscire fuori qualche messaggio di senso compiuto. Lo stadio è in attesa che dentro ci scrivano qualche pagina di storia succosa ma era altrettanto enorme anche quello che c’era prima.

All’inizio si chiamava Nepstadion, in grado di contenere oltre centomila spettatori e per un attimo ho creduto che a costruirlo fosse stato l’architetto Alfred Hajos. Famoso non solo come architetto di impianti sportivi ma anche perché dell’Ungheria di calcio fu il primo allenatore (insieme al giornalista Gillemont) e prima ancora, nel 1896 per la sua nazione fu doppia medaglia d’oro di nuoto alle prime Olimpiadi di Atene 1896. Hajos nel ’47 diede il calcio d’inizio della partita tra la sua nazionale e l’Austria che è ricordata non per il risultato ma per la caduta di una tribuna, e con la conseguenza di centinaia di feriti. Nemmeno un morto, si dice, un mezzo miracolo. Da lì venne deciso di costruire il nuovo stadio, Nepstadion (Stadio del popolo) ma, visto che il cerchio non sempre si chiude come vorremmo, a disegnarlo non fu Hajos. Lo stadio fu ribattezzato Ferenc Puskas nel 2002 prima di venir abbattuto per risorgere oggi con la forma di un gigante pistacchio orizzontale. E dentro il vecchio stadio ha giocato anche Gabor Kiraly, portiere iconico della nazionale e subito riconoscibile per i pantaloni della tuta con cui giocava. 107 volte in nazionale coi pantaloni ma soprattutto con la maglia ungherese e che ha lasciato il calcio proprio al termine dell’ultimo Europeo.
A proposito di tute, il Nepstadion ne ha da raccontare un’altra, sicuramente più pop, quella di Freddie Mercury, nell’anno 1986. I Queen furono la prima band a riuscire a suonare oltre la cortina di ferro, in uno dei paesi del blocco comunista. Un evento sociale che è diventato anche un film e di cui su Youtube si può trovare qualche minuto. Un breve video in cui Freddie Mercury beve qualcosa di strong per brindare al suo arrivo, e che poi sale sul palco del Nepstadion in tuta gialla e si scalda i muscoli e riscalda soprattutto le corde vocali prima del clamoroso concerto, rivolto alle gradinate ancora vuote dello stadio. Un evento planetario in quell’Ungheria e che farebbe scalpore pure ai giorni nostri, visto che Orban e il suo governo hanno vietato anche la sola trasmissione in tv degli Eurovision perché troppo vicini al mondo gay. Figuriamoci.

L’estetica del vecchio Ferenc Puskas ricorda proprio il Novecento, come quella del nuovo Ferenc Puskas ricorda la modernità del nuovo secolo, mentre l’unico stadio ungherese dedicato a Ferenc Puskas capace di ricordare semplicemente una bellezza architettonica senza tempo evitando di evocare un monolite (o un pistacchio) è quello che sorge a cinquanta chilometri da Budapest. Si chiama Pancho Arena (come il soprannome di Puskas al Real Madrid), ci gioca il Puskas Akademia ed è minuscolo. Può contenere tremilaottocento spettatori al massimo, ma non è un problema perché il paese dove sorge è abitato da meno di duemila persone. La sua è una bellezza naturale e sorprendente, grazie alle volte di legno che si lanciano verso l’alto e coprono le gradinate dell’impianto.

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