Il campionato in panchina_Piacenza-Legnago


di Emiliano “el buitre” Fabbri

Le partite infrasettimanali sono le più scomode logisticamente. Almeno per quelli che lavorano come me e sono nel mondo del calcio per hobby e per passione. Ma sempre in maniera professionale. Così nel primo pomeriggio esco dall’ufficio e imbocco la via Emilia. Direzione Piacenza. La campagna lodigiana mi accompagna fino al confine tra le due province. Che poi è il confine regionale. Che poi non è altro che il fiume Po. Il confine sulla via Emilia è posto sul ponte di Sua Maestà il Grande Fiume, quello stesso ponte crollato il 30 aprile 2009 e che solo per caso o per fortuna non fece vittime, e che dopo un anno e mezzo venne ricostruito, con l’acciaio riciclato del vecchio ponte, per riunire e rinsaldare i due territori: il lodigiano e il piacentino.
È ancora estate in questo mercoledì 29 settembre 2021, il fiume scorre placido e il Garilli è ancora vuoto. Passo in segreteria, dove Federico mi ha lasciato la nuova divisa sociale, così vado in uno degli sterminati spogliatoi nella pancia dello stadio e mi cambio. Mi sembra di tornare indietro nel tempo, quando da bambino, ma anche da ragazzo, mi cambiavo prima della partita, solo che invece di indossare maglia, pantaloncini e scarpini, oggi indosso giacca e pantaloni. Ora sono pronto per partecipare a Piacenza-Legnago, settima giornata di serie C. Una giornata in cui andiamo alla ricerca della prima vittoria in campionato, visto che ad oggi abbiamo esultato solo in Coppa Italia. Davanti abbiamo una squadra dal sapore antico, proveniente dalla provincia veronese ai margini del fiume Adige, col nome da squadra di un fusball d’altri tempi: Football Club Legnago Salus.

Anche per noi dirigenti ci sono le incombenze pre-partita. Anche noi dirigenti abbiamo i nostri riti. Così io esco dal tunnel sempre al fianco di Alessandro mentre dagli altoparlanti dello stadio la canzone popolare piacentina T’al digh in piasintëin accompagna l’entrata in campo delle squadre. E di noialtri. E dire che la scorsa stagione ho cantato quella canzone. Io, ciociaro di nascita e lodigiano d’adozione, per una scommessa tra me e Alessandro, mi sono esibito in piacentino per festeggiare la salvezza. Ora le prospettive sembrano essere più rosee, ma comunque ripartono dal Legnago. Partenza scoppiettante, come direbbero i telecronisti di un Novantesimo minuto d’antan. Ci piazziamo nella loro metà campo e al quarto d’ora scattiamo in piedi. Fallo su Giordano. Rigore per noi! Il fischio di un calcio di rigore provoca un’esplosione nell’animo. Si scatta in piedi alla disperata richiesta del fischio, che quando arriva provoca un’esultanza intensa, ma breve. Brevissima. A cui segue un moto di training autogeno finalizzato a riportare la calma in noi stessi e nelle persone a noi vicine. In questo caso allenatori, dirigenti e giocatori in panchina. Per un motivo semplicissimo: quel rigore dato deve essere realizzato. Al momento del rigore ognuno ha le sue fisime. Alcuni si girano, altri si mettono le mani sul volto, qualcuno si gira verso gli spalti. Io lo guardo. Fisso la porta in attesa che il pallone entri. E per fare questo è stato chiamato il capitano Alessandro Cesarini, all’anagrafe calcistica ribattezzato il “Mago”, e il suo soprannome abbinato alla maglia numero 10, da sempre simbolo di classe e qualità, ci rende un po’ più sereni. Ma mai tranquillissimi. Ma questa volta Alessandro decide di tener fede a tutte le aspettative e spiazza il portiere. Gol! Ora sia che possiamo esultare veramente! La partita scorre con la sensazione di poterla chiudere. Ma non la chiudiamo. Alla fine loro prendono quasi la consapevolezza che la possono riprendere. Ma non la riprendono. Finisce che vinciamo noi. Per la prima volta in questo campionato. E ci liberiamo in sorrisi e abbracci. Fin dentro lo spogliatoio quando la gioia ha sempre la sua coda festosa, e dove stanotte l’abbraccio più bello è ha un sapore incantato: è l’abbraccio col Mago!

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