La fabbrica della nebbia


di Gino Cervi

Ma “la madre di tutte la partite del Milan sospese per nebbia” è quella contro la Stella Rossa, il 9 novembre 1988, quarto di finale di ritorno della Coppa dei Campioni. È da un paio d’anni il nuovo scintillante Milan di Berlusconi. Nella stagione precedente, dopo quasi un decennio di mestizie, retrocessioni e quasi fallimenti societari, i rossoneri hanno vinto il campionato. Sono i primi frutti dell’ambizioso progetto del magnate brianzolo delle televisioni: «Farò del Milan la squadra più forte del mondo!». In virtù della conquista dello scudetto, l’11° della storia rossonera, il Milan torna a giocare la Coppa dei Campioni, che non vince dal 1969.

Agli ottavi di finale, all’andata, a San Siro, i rossoneri vengono fermati sull’1-1 dalla talentuosa compagine allora jugoslava. Il ritorno si prevede assai complicato: i rossoneri devono espugnare, nella consueta bolgia di tifo assordante, il famoso, e famigerato, Marakanà di Belgrado. Nella curva degli ultras della Stella Rossa – anzi della Crvena Zvezda – sta facendo il suo apprendistato di violenze organizzate la formazione paramilitare nazionalista serba delle Tigri di Arkan, guidate dal criminale, prima comune e poi di guerra, Zeliko Raznatovic, che di lì a pochi anni, nel conflitto balcanico che dilanierà la Jugoslavia, diverrà tristemente noto proprio con il soprannome di “Comandante Arkan”. Il Milan di Arrigo Sacchi deve fare a meno, per infortunio, di uno dei suoi giocatori simbolo: Ruud Gullit. La partita si mette male: per tutto il primo tempo il risultato rimane bloccato sullo o-o, che significherebbe qualificazione degli slavi. All’inizio della ripresa scende su Belgrado un nebbione mai visto. Non solo non si vede nulla da casa, perché le riprese televisive pescano invano immagini di gioco dentro il muro grigio di foschia, ma niente si vede, o quasi, né dagli spalti né dalla panchina. Ma dopo 5’ della ripresa si sente un boato: ha segnato Dejan Savicevic, il numero 10 della Stella Rossa, che verrà qualche anno dopo a deliziare noi tifosi milanisti. Il gol lo può immaginare appena, sia alla tv sia in campo. Non passano però molti minuti che l’arbitro, il tedesco Pauly, è costretto a fermare il gioco per verificare se ci sono le condizioni per continuare partita: la nebbia è sempre più fitta e, tra le proteste degli jugoslavi, il direttore di gara decide di sospenderla. La UEFA viene in soccorso della sorte milanista: il regolamento infatti prevede che una partita sospesa per maltempo debba essere recuperata il prima possibile, magari già il giomo dopo. E debba ricominciare “da capo”, annullando il punteggio acquisito sul campo. Forse sarà stato San Siro, inteso come santo, a intercedere, ma quella è una vera “grazia ricevuta” per il Milan che può azzerare una partita che stava azzerando i sogni di gloria europea, suoi e del suo presidente rampante.

Il giorno dopo, per scongiurare un nuovo ritorno della nebbia nel tardo pomeriggio, si scende in campo a mezzogiorno. Non sarà nemmeno quella una passeggiata di salute, i rossoneri devono rinunciare ad AnceIotti, ammonito il giorno prima e quindi squalificato per la ripetizione, e a Pietro Paolo Virdis, che, il giorno prima, era staro espulso nella nebbia, senza che nessuno se ne fosse accortio, neanche Sacchi dalla panchina. Lo stadio strabocca di 90.000 tifosi tutti slavi – molti dei milanisti In trasferta sono dovuti rientrare – che fanno un tifo infernale. Tutti loro, e anche quelli incollati al televisore, assistono, senza nebbia, a una partita per cuori forti. Dapprima l’arbitro, che forse si sente in colpa per aver annullato la partita del giorno prima, non convalida un gol al Milan: un maldestro rinvio di un difensore slavo infila la palla oltre la linea della propria porta per almeno un metro. Segna Van Basten, ma come già a San Siro, pareggia Stojkovic. Poi un drammatico incidente mette KO Roberto Donadoni: colpito alla testa, rimane a terra privo di sensi, con i compagni di squadra che vedendolo, cianotico, non respirare, si mettono le mani nei capelli per la paura. Verrà salvato dall’intervento del dottor Monti, il medico sociale del Milan, che gli evita il soffocamento rompendogli la mandibola e liberandolo dalla lingua che si era rovesciata in gola. Sacchi è costretto a fare entrare un Gullit zoppo, che però sa mettere in soggezione gli avversari solo con la sua nerocrinita presenza. La partita termina in parità al 90’, e poi ancora alla fine dei supplementari. Si decide ai rigori e vince il Milan grazie al tiro decisivo di Rijkaard.

[Il pezzo qui sopra è tratto dal delizioso La fabbrica della nebbia, di Gino Cervi, Ediciclo editore, uscito ieri.]

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