Poesia Football Club #1 – Ezio Vendrame

C’è davvero un che di poetico nel poter iniziare questo viaggio in compagnia di una compagine calcistica che è da decenni nel cuore di migliaia di tifosi, senza che loro, i tifosi, lo sappiano. Ed è meraviglioso farlo all’indomani di un avvenimento a suo modo calcistico – l’estrazione del turno degli ottavi delle coppe europee per club – che ha rappresentato il trionfo, inaspettato e per questo gradito, della poesia.
Perché se la poesia è attimo, respiro, imprevedibilità, stato d’animo, eros e thanatos, ribellione e rassegnazione, invettiva e cuore, odio e divinità (non importa quale), materia e nebbia, allora viva il poetico errore nel vorticare delle palline sbagliate.
La nostra squadra, il Poesia Football Club (o la Poesia Football Club, ciascheduno e ciascheduna scelga quale preferire, tanto per essere calcisticamente corretti) saluta il salutare errore nel sorteggio come fausto segno propiziatorio per il dispiegarsi di questa rubrica.

Che si inizi, dunque.

Con un poeta calciatore. Ezio Vendrame. Del calciatore si è detto tutto, forse troppo. Ci ha lasciato il 4 aprile del 2020, il calciatore. Ci ha lasciato un bel po’ di libri, il poeta. Qui non diremo dei suoi memoir cartavetrati, per i quali parlano già i titoli: Se mi mandi in tribuna, godo, Vietato alla gente perbene, Una vita fuorigioco.
Di Inamovibilità di un marchio (1997, Biblioteca dell’Immagine) diremo che è già avvicinamento alla poesia, florilegio di riflessioni e pensieri in libertà qual è.

La vita?
Un vuoto a perdere.
Ho fatto tardi,
ma tra il niente
e il niente
può ancora succedere
di tutto.

È invece del 1994 Senza alcun anticorpo (Campanotto editore, introduzione di Gianni Mura). Ci sono già i temi cari al Vendrame che non voleva essere figurina di calciatore e basta. La gente il dolore il sesso la solitudine.

Regalando cravatte
induciamo ad impiccarsi.

Oppure:

Ci sono tanti modi
di amare una persona.
Io li ho imparati tutti
tranne quello vero.

L’ultimo suo regalo di parole e non di giocate funamboliche – anche se serberemo sempre ricordo caro quando si mise in piedi, sul pallone, con la mano sulla fronte a scrutare l’orizzonte per vedere a chi lanciarlo, il pallone medesimo – è del 2013.
Capolavoro dell’inutile (Devanzis editore, stampato in trecentocopie numerate in numeri arabi e trenta in numeri romani contenti una fotografia originale di Umberto Sartorello) è una sorta di commiato laico, amaro. Sono brevi prose, ma l’anteprima vogliamo leggerla come poesia.

Sono autodidatta in tutto, specialmente negli sbagli. Ma quando la partenza è zoppa ti trascini invalido tutta la vita. Le tracce di sangue restano sempre. E non potendo tradire il sentire, avendo vissuto da sempre con il caos dentro, ho fatto di me stesso fiamma ed inferno. Forse per questo, quello che non ho è tutto quello che mi resta.

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