Il campionato in panchina_Piacenza-Seregno

dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Quando vivi in Val padana sei abituato alla nebbia. Ci sono giornate in cui ti ci svegli, ci convivi e ci vai a dormire. Sempre con la nebbia. Ma quella fitta, che non vedi oltre la tua macchina, e che fendinebbia e retronebbia ti appaiono spese accessorie inutili. Sabato 18 dicembre è una di quelle giornate, e magari fosse solo sabato, perché è quasi una settimana che conviviamo con quella sensazione di nebbia perenne in cui non capisci che ore sono se non guardassi l’orologio. La mia ultima speranza è che, sotto il Po, la scighera lombarda lasci il passo a un timido sole emiliano. Ma quando scavallo il Grande Fiume, e non riesco a scorgerlo di sotto perché coperto dalla nebbia, finiscono le mie ultime flebili speranze. Lo stadio Garilli in quella nebbia ci sguazza, e i fari accesi già all’ora di pranzo non fanno altro che aumentare l’impenetrabilità della coltre grigia. L’ultima speranza è che si giochi. Che si inizi, ma che soprattutto si arrivi al traguardo del novantesimo. Per curiosità vado in campo, e da porta a porta c’è visibilità. Oddio, visibilità è una parola forte, ma almeno l’altra porta si scorge. L’arbitro è dello stesso avviso, e alle 14.30 si parte, o almeno questo è l’orario sul mio cronometro. Oggi al mio fianco in panchina ho per la prima volta Salvatore Bruno, entrato nello staff del Piacenza come allenatore degli attaccanti. Sasà ha fatto un centinaio di gol in serie B, e vederlo in panchina quasi mi dispiace, ma col Dio Tempo non si tratta, e anche lui ha varcato definitivamente la linea laterale del campo di giuoco. Quando Dubickas segna in tuffo di testa mi sembra un segno premonitore. Un gol da bomber vero al cospetto di Sasà Bruno! L’abbraccio in panchina sta a sottolinearlo. Poi la nebbia comincia a calare. Cala sempre di più. Sembra quasi non volerci far arrivare al novantesimo. Ormai non si vede più niente, nemmeno dalla panchina. Il quarto uomo alza cinque minuti di recupero. Intuiamo una lotta in mezzo al campo. L’unica cosa che riusciamo a vedere nitidamente è l’orologio. Manca poco ormai. Aspettiamo che dalla nebbia escano le squadre, einvece sbuca un nugolo di giocatori ospiti esultanti. Hanno segnato loro. Almeno così abbiamo capito. Il triplice fischio ci riporta negli spogliatoi dove ricostruiamo il fattaccio, che si traduce in un autogol beffardo. Unica consolazione: non l’abbiamo visto. Per me è l’ultima partita prima di Natale, e al netto dell’euforia che manca causa risultato, saluto tutti gli amici piacentini. Ma l’abbraccio più forte è per Alessandro. Auguri Briz, ci vediamo l’anno prossimo!

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