Il campionato in panchina_Piacenza-Giana


dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Erminio Giana era un sottotenente degli Alpini, eroe della prima guerra mondiale. Un ragazzo neanche ventenne sacrificato su uno dei monti della Grande Guerra in nome di non si sa quali ideali. Nella sua città però di ideali ce n’erano già nel secolo scorso, così decisero di dedicargli la locale squadra di calcio. La città è quella di Gorgonzola e la sua squadra è la Giana Erminio. Unico caso di squadra che porta nome e cognome di una persona, oltretutto neanche collegata al calcio o allo sport in generale, ma più simbolicamente al territorio che la rappresenta. La Giana, perché oggi così è conosciuta, ha viaggiato per anni all’interno della Lombardia, in campionati dilettantistici, fino a quando ha deciso di fare un salto triplo dalla promozione alla serie C e, cosa più importante, di rimanerci. Nel nome dell’alpino Erminio, i fautori di questa scalata sono due: il presidentissimo Oreste Bamonte e Cesare Albè: il Ferguson della Martesana. I due sono imprescindibili uno dall’altro, perché il presidente ha fatto la fortuna del mister. E viceversa. Albè è stato allenatore per oltre vent’anni, e neanche le retrocessioni lo hanno schiodato dalla panchina, e oggi è diventato vicepresidente. Con lo spirito degli alpini la Giana combatte ogni anno per la salvezza. Riuscendoci. Oggi viene al Garilli. Tra loro tante persone che ho conosciuto nella mia prima vita calcistica nei dilettanti lombardi da direttore del Fanfulla, e ritrovarsi tra i professionisti è sempre un grande piacere. Poi l’amicizia va bene, ma c’è una partita da vincere, cosa che vogliamo entrambi.


Questa è la classica partita che inizia col tepore di una domenica soleggiata di ottobre e finisce al bordo del tramonto, quando bisogna coprirsi dal fresco e dall’umidità che avvisano che l’inverno è alle porte. E la nostra partita rispecchia tale giornata, perché sotto il sole del primo tempo siamo più attivi e riusciamo ad andare in vantaggio con Rabbi, ma quando inizia il freddo non riusciamo a coprirci, e su un rimpallo nella nostra area piccola subiamo il pareggio. Al Garilli si aspettavano qualcosa di più, e dalle tribune non lo nascondono. L’uscita dal campo è sotto i fischi che rimbombano fin dentro gli spogliatoi. Esco dallo stadio quando ormai è buio, non prima di salutare Fabio il custode e Piero il magazziniere, uomini preziosi del Garilli. Me ne torno a Lodi. In auto la mia testa però rimane dentro gli spogliatoi, in testa mi rimbombano quei fischi. Stasera sarà dura andare a dormire…

Il campionato in panchina_Piacenza-Pro sesto


dal nostro inviato Emiliano “el buitre” fabbri

Quindici giorni senza partite sono illegali. Due settimane senza calcio sono lunghissime da passare. Sì, vabbè, Serie A, Nazionali, coppe varie, ma vuoi mettere la Serie C? Domenica scorsa partita rinviata proprio a causa delle nazionali, visto che sia noi che la Juventus Under 23 avevamo almeno tre giocatori convocati nelle nazionali, e da quel limite può scattare il rinvio della gara, cosa regolarmente avvenuta. Ma intanto io, e tanti altri, siamo rimasti in attesa di tornare allo stadio. Dal vivo. E il ritorno coincide con l’arrivo a Piacenza di una delle tre squadre del nostro girone che insieme al Vercelli e alla Patria ha nella denominazione la Pro. Ovvero la Pro Sesto. From Sesto San Giovanni: la Stalingrado d’Italia.

Ho così tanta voglia di tornare in panchina che arrivo così presto che quasi apro lo stadio. Aspetto gli arbitri, gli controllo il green pass, arrivano le squadre. L’avvicinamento a una partita ha qualcosa di sacrale. La tensione sale con l’avvicinarsi del fischio d’inizio. Oggi è una di quelle partite che inizia col sole e finirà col buio, con l’impianto d’illuminazione che sarà attivato all’intervallo. Allora ce lo godiamo questo sole, in attesa del fischio d’inizio. Perché quando l’arbitro fischia, i duri cominciano a giocare. Noi purtroppo di duro oggi abbiamo poco, e dal primo fischio al triplice riusciamo ad arrotolarci su noi stessi. Così dalla panchina assisto inerme al fatto che ci facciamo un gol da soli con un retropassaggio di testa a pallonetto, con l’unico problema che il portiere era uscito e nessuno dei due se ne era accorto, e si sa, tra i due litiganti il terzo gode, e quello che gode ha la maglia della Pro Sesto. Vabbè, abbiamo tempo per recuperare, basta avere pazienza e stare attenti a non prendere il secondo. Cosa che regolarmente avviene con un colpo di testa dal limite dell’area con squadra schierata con modulo “subbuteo”. Vabbè, manca ancora un tempo e mezzo, basta avere pazienza. Allo scadere del secondo minuto di recupero Codromaz si riscatta, e dopo aver fatto il retropassaggio killer al nostro portiere, decide di infilarsi in un rimpallo, questa volta nell’area giusta, e riapre la partita, regalando una soddisfazione al popolo piacentino. Peccato che sia l’unica e ultima della partita. L’intervallo vive sull’onda dell’entusiasmo della rivitalizzazione e con la speranza di alzare i ritmi nella ripresa per riprenderla. Ci proviamo. Affondiamo. Ci buttiamo in avanti, ma l’unica cosa che riusciamo a segnare sul tabellino dell’arbitro è l’espulsione del nostro capitano. L’ultimo quarto d’ora è un misto di speranza e sofferenza, ma al triplice fischio, quando ormai a Piacenza è sera, sul Garilli cala definitivamente il buio. Perdiamo uno a due. Le due settimane d’attesa per tornare in campo finiscono con l’amaro di questa sconfitta che brucia. E allora penso che forse come al solito aveva ragione il Barone Liedholm quando diceva che: «L’allenatore di calcio è il più bel mestiere del mondo, peccato che ci siano le partite».

La fabbrica della nebbia


di Gino Cervi

Ma “la madre di tutte la partite del Milan sospese per nebbia” è quella contro la Stella Rossa, il 9 novembre 1988, quarto di finale di ritorno della Coppa dei Campioni. È da un paio d’anni il nuovo scintillante Milan di Berlusconi. Nella stagione precedente, dopo quasi un decennio di mestizie, retrocessioni e quasi fallimenti societari, i rossoneri hanno vinto il campionato. Sono i primi frutti dell’ambizioso progetto del magnate brianzolo delle televisioni: «Farò del Milan la squadra più forte del mondo!». In virtù della conquista dello scudetto, l’11° della storia rossonera, il Milan torna a giocare la Coppa dei Campioni, che non vince dal 1969.

Agli ottavi di finale, all’andata, a San Siro, i rossoneri vengono fermati sull’1-1 dalla talentuosa compagine allora jugoslava. Il ritorno si prevede assai complicato: i rossoneri devono espugnare, nella consueta bolgia di tifo assordante, il famoso, e famigerato, Marakanà di Belgrado. Nella curva degli ultras della Stella Rossa – anzi della Crvena Zvezda – sta facendo il suo apprendistato di violenze organizzate la formazione paramilitare nazionalista serba delle Tigri di Arkan, guidate dal criminale, prima comune e poi di guerra, Zeliko Raznatovic, che di lì a pochi anni, nel conflitto balcanico che dilanierà la Jugoslavia, diverrà tristemente noto proprio con il soprannome di “Comandante Arkan”. Il Milan di Arrigo Sacchi deve fare a meno, per infortunio, di uno dei suoi giocatori simbolo: Ruud Gullit. La partita si mette male: per tutto il primo tempo il risultato rimane bloccato sullo o-o, che significherebbe qualificazione degli slavi. All’inizio della ripresa scende su Belgrado un nebbione mai visto. Non solo non si vede nulla da casa, perché le riprese televisive pescano invano immagini di gioco dentro il muro grigio di foschia, ma niente si vede, o quasi, né dagli spalti né dalla panchina. Ma dopo 5’ della ripresa si sente un boato: ha segnato Dejan Savicevic, il numero 10 della Stella Rossa, che verrà qualche anno dopo a deliziare noi tifosi milanisti. Il gol lo può immaginare appena, sia alla tv sia in campo. Non passano però molti minuti che l’arbitro, il tedesco Pauly, è costretto a fermare il gioco per verificare se ci sono le condizioni per continuare partita: la nebbia è sempre più fitta e, tra le proteste degli jugoslavi, il direttore di gara decide di sospenderla. La UEFA viene in soccorso della sorte milanista: il regolamento infatti prevede che una partita sospesa per maltempo debba essere recuperata il prima possibile, magari già il giomo dopo. E debba ricominciare “da capo”, annullando il punteggio acquisito sul campo. Forse sarà stato San Siro, inteso come santo, a intercedere, ma quella è una vera “grazia ricevuta” per il Milan che può azzerare una partita che stava azzerando i sogni di gloria europea, suoi e del suo presidente rampante.

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Il campionato in panchina_Pergolettese-Piacenza


di Emiliano “el buitre” Fabbri

Lo stadio Voltini di Crema è uno di quegli stadi antichi, nel senso bello del termine, incastonato nel tessuto urbano, in cui da dentro vedi le palazzine costruitegli addosso durante i suoi centouno anni di storia. Uno di quegli stadi in cui il traffico intorno viene stravolto anche per una partita di serie C con un migliaio di spettatori. Uno di quelli sono io. Crema dista quindici chilometri da Lodi, ed è la trasferta più vicina. A dire il vero è più vicina anche delle partite in casa, visto che Piacenza dista il doppio.

Dicevamo del Voltini, uno di quegli stadi in cui devi trovare parcheggio in qualche zona limitrofa, e comunque in un parcheggio che non sia proprio dello stadio ma di qualche altra cosa. Io decido di posteggiare nel parcheggio di un centro commerciale. Sempre limitrofo. In questo stadio ci giocano le due squadre di Crema, che, a dispetto dei suoi trentacinquemila abitanti ha una squadra in serie D: il Crema; e una in C: la Pergolettese. Ovviamente oggi noi giochiamo con quest’ultima. L’amicizia tra società e il gemellaggio tra i rispettivi tifosi, accomunati dalla poca simpatia per gli omologhi cremonesi, la rende una partita tranquilla. Frequento questo stadio da anni, da quando ero al Fanfulla, e così entrarci porta a rivedere facce amiche. Al bar dello stadio, tra un panino al salame e un caffè aspetto l’inizio della partita chiacchierando di football. Il caffè però me lo bevo insieme ad Alessandro, vicini ma divisi dalla recinzione: lui in campo, io in tribuna. La serie C è anche questa. Poi c’è la partita. Nella prima vera giornata autunnale del 2021, in questa uggiosa domenica 3 ottobre, partiamo a razzo. Andiamo in vantaggio con Andrea Corbari con un tap-in di suola, quasi un colpo da foot-volley, e raddoppiamo con Edgaras Dubickas. In entrambi i gol c’è il piede magico di Alessandro Cesarini, che solo per caso, e per bravura di Galeotti, portiere “cannibale”, non si iscrive sul tabellino dei marcatori. Sono seduto da solo in tribuna. Oltre le due curve ei distinti, ci sono due tribune. Quella centrale che centrale non è. E quella laterale che è effettivamente tale. Mi spiego meglio: la tribuna centrale, meglio chiamarla principale, è posta su una metà campo, quella di destra guardando il campo, mentre quella effettivamente laterale è posta sul lato sinistro. La differenza sostanziale che quella centralechecentralenonè è più alta. Tra le due tribune, all’altezza della linea mediana ed anche ad altezza uomo c’è il bar. Terminata la disgressione architettonica inizia il secondo tempo, in cui il Pergo prima ci prova, e a metà tempo segna su rigore con l’italo-ecuadoregno Jonathan Kevin Varas Marcillo. Poi ci crede. E alla fine ci riesce, pareggiando in pieno recupero ancora su rigore con la ex promessa romanista Filippo Maria Scardina. Finisce con le proteste dei nostri giocatori per il secondo rigore subito, ma si sa, come diceva lo Zio Vujadin: “Rigore è quando arbitro fischia”, e oggi il sig. Domenico Mirabella della sezione di Napoli ha fischiato due volte. Esco da solo e mi avvio verso il parcheggio del centro commerciale per prendere la macchina e tornare a Lodi, deluso per una vittoria sfumata. Rimugino sulla partita e mi torna in mente che Scardina, colui che ha pareggiato, è il figlio di Fiorenza Marchegiani, la protagonista del primo film di Massimo Troisi Ricomincio da Tre. E allora cerco di consolarmi ripensando a quando Marta rivolgendosi a Gaetano gli dice: “Quando c’è l’amore c’è tutto”. Ma poi ripendo alla risposta di Gaetano: “No, chell’ è ‘a salute!”.

Il campionato dalla sala da pranzo_Sassuolo-Inter


dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Con il trasferimento di Messi al Psg, Francesco Magnanelli è passato al secondo posto nella classifica europea dei giocatori fedeli a una maglia, dietro solo a Mark Noble del West Ham. Magnanelli ha trentasei anni, gioca a Sassuolo dal 2005, è una bandiera, il capitano della squadra, anche se ormai lo si vede poco in campo (settanta i minuti giocati finora dall’inizio della stagione). Insomma, un giocatore al termine della carriera, che passa molto del suo tempo in panchina, a sostenere e consigliare i giovani compagni, dando comunque il suo contributo quando viene chiamato in causa.

Con tutto il tempo libero che ha a disposizione, negli ultimi tempi Magnanelli si è appassionato ai libri di un suo quasi omonimo, Giorgio Manganelli, uno scrittore colto e originale, dalla prosa raffinata e divagante. Ha cominciato da Hilarotragoedia, uno speciale viaggio negli inferi (che Francesco ha letto tre volte, perché è ben difficile capirlo), per poi passare a tutti gli altri, metodicamente. Sabato sera ha cominciato Lunario dell’orfano sannita, un cosiddetto testo minore, una raccolta di articoli di costume e società pubblicati in precedenza su quotidiani e settimanali. Dalla panchina, mentre l’arbitro Pairetto fischiava l’inizio di Sassuolo-Inter, con grande stupore Magnanelli si è reso conto che nel primo articolo del Lunario Manganelli si dà al calcio, descrivendo regole e rituali di uno sport che sembra conoscere solo per sentito dire. Magnanelli sorride, in panchina, mentre legge, appena distratto dalla partita che si svolge davanti a lui: il suo quasi omonimo parla di «ventidue giovanotti in uniforme sommariamente araldica», oppure di «ventidue ragazzotti incolti e milionari», per poi passare agli spettatori, che «sempre meno ricorrono alle parole, noiosamente dilatorie, e si esprimono per berci corali, digrigni, esplosioni di bave», assistendo indiavolati alla partita.

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Il campionato in panchina_Piacenza-Legnago


di Emiliano “el buitre” Fabbri

Le partite infrasettimanali sono le più scomode logisticamente. Almeno per quelli che lavorano come me e sono nel mondo del calcio per hobby e per passione. Ma sempre in maniera professionale. Così nel primo pomeriggio esco dall’ufficio e imbocco la via Emilia. Direzione Piacenza. La campagna lodigiana mi accompagna fino al confine tra le due province. Che poi è il confine regionale. Che poi non è altro che il fiume Po. Il confine sulla via Emilia è posto sul ponte di Sua Maestà il Grande Fiume, quello stesso ponte crollato il 30 aprile 2009 e che solo per caso o per fortuna non fece vittime, e che dopo un anno e mezzo venne ricostruito, con l’acciaio riciclato del vecchio ponte, per riunire e rinsaldare i due territori: il lodigiano e il piacentino.
È ancora estate in questo mercoledì 29 settembre 2021, il fiume scorre placido e il Garilli è ancora vuoto. Passo in segreteria, dove Federico mi ha lasciato la nuova divisa sociale, così vado in uno degli sterminati spogliatoi nella pancia dello stadio e mi cambio. Mi sembra di tornare indietro nel tempo, quando da bambino, ma anche da ragazzo, mi cambiavo prima della partita, solo che invece di indossare maglia, pantaloncini e scarpini, oggi indosso giacca e pantaloni. Ora sono pronto per partecipare a Piacenza-Legnago, settima giornata di serie C. Una giornata in cui andiamo alla ricerca della prima vittoria in campionato, visto che ad oggi abbiamo esultato solo in Coppa Italia. Davanti abbiamo una squadra dal sapore antico, proveniente dalla provincia veronese ai margini del fiume Adige, col nome da squadra di un fusball d’altri tempi: Football Club Legnago Salus.

Anche per noi dirigenti ci sono le incombenze pre-partita. Anche noi dirigenti abbiamo i nostri riti. Così io esco dal tunnel sempre al fianco di Alessandro mentre dagli altoparlanti dello stadio la canzone popolare piacentina T’al digh in piasintëin accompagna l’entrata in campo delle squadre. E di noialtri. E dire che la scorsa stagione ho cantato quella canzone. Io, ciociaro di nascita e lodigiano d’adozione, per una scommessa tra me e Alessandro, mi sono esibito in piacentino per festeggiare la salvezza. Ora le prospettive sembrano essere più rosee, ma comunque ripartono dal Legnago. Partenza scoppiettante, come direbbero i telecronisti di un Novantesimo minuto d’antan. Ci piazziamo nella loro metà campo e al quarto d’ora scattiamo in piedi. Fallo su Giordano. Rigore per noi! Il fischio di un calcio di rigore provoca un’esplosione nell’animo. Si scatta in piedi alla disperata richiesta del fischio, che quando arriva provoca un’esultanza intensa, ma breve. Brevissima. A cui segue un moto di training autogeno finalizzato a riportare la calma in noi stessi e nelle persone a noi vicine. In questo caso allenatori, dirigenti e giocatori in panchina. Per un motivo semplicissimo: quel rigore dato deve essere realizzato. Al momento del rigore ognuno ha le sue fisime. Alcuni si girano, altri si mettono le mani sul volto, qualcuno si gira verso gli spalti. Io lo guardo. Fisso la porta in attesa che il pallone entri. E per fare questo è stato chiamato il capitano Alessandro Cesarini, all’anagrafe calcistica ribattezzato il “Mago”, e il suo soprannome abbinato alla maglia numero 10, da sempre simbolo di classe e qualità, ci rende un po’ più sereni. Ma mai tranquillissimi. Ma questa volta Alessandro decide di tener fede a tutte le aspettative e spiazza il portiere. Gol! Ora sia che possiamo esultare veramente! La partita scorre con la sensazione di poterla chiudere. Ma non la chiudiamo. Alla fine loro prendono quasi la consapevolezza che la possono riprendere. Ma non la riprendono. Finisce che vinciamo noi. Per la prima volta in questo campionato. E ci liberiamo in sorrisi e abbracci. Fin dentro lo spogliatoio quando la gioia ha sempre la sua coda festosa, e dove stanotte l’abbraccio più bello è ha un sapore incantato: è l’abbraccio col Mago!

Il campionato sotto le coperte_Mantova-Piacenza


dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Questa volta il meteo ci ha azzeccato. A Mantova c’è il nubifragio. E anche a Lodi. Così in questo antipasto autunnale mi metto in tuta e mi imbusto sotto le coperte. Perché sono rimasto a casa e mi risparmio l’acqua di Mantova. E anche quella di Lodi.
Alle cinque e mezzo del pomeriggio Mantova e Piacenza entrano sul prato del Martelli già in stile piscina, mentre il mio unico sforzo è mettere col telecomando Sky. Sì, perché da quest’anno la Serie C va anche su Sky, e per questa domenica una delle partite del palinsesto è proprio la nostra. Dopo nemmeno venti giorni dalla Coppa Italia ritroviamo il Mantova. Loro bianchi candidi con banda trasversale rossa. Noi verdi. La pioggia che scende non lascia speranze ad aperture e così si mettono tutti l’anima in pace. Chi può si ripara sotto ombrelli o panchine. I mister invece prendono rigorosamente l’acqua. E la prendono tutta. Si capisce subito dalle pozzanghere che la partita sarà viziata da questo fattore, infatti ogni entrata difensiva sembra non finire mai e fa alzare schizzi in ogni dove. Nonostante questo alla metà esatta del primo tempo noi battiamo una punizione così precisa che sembrava di giocare sul sintetico. Schema millimetrico e la testa di Corbari fa schizzare l’acqua nella rete virgiliana.

Pausa di riflessione: Andrea Corbari ha 27 anni, l’anno scorso alla sua prima stagione di C ha segnato nove gol. Da centrocampista. È stato uomo mercato e alla fine è rimasto a quel Piacenza che l’ha preso dai dilettanti dove aveva giocato fino ad allora. Riflessione sulla pausa: Andrea Corbari è l’esempio di come lo scouting delle società professionistiche sia spesso approssimativo, perché nei dilettanti ce ne sono ancora tanti di Corbari da andare a pescare.
Intanto il Mantova si riprende e in cinque minuti prima pareggia, sempre di testa, con Guccione, e poi va in superiorità numerica perché Parisi prende un rosso per una gomitata. Almeno così ha deciso Adalberto Fiero da Pistoia. Qui si fa difficile, e sotto l’acqua si rischia l’imbarcata. Scazzola lo sa. È bagnato dalla testa ai piedi nonostante il kway d’ordinanza. Ma reggiamo l’onda mantovana. La reggiamo anche bene. Arriviamo addirittura in parità numerica perché Paudice decide che sotto l’acqua non ci vuole giocare e dopo un minuto uno dalla sua entrata in campo si fa cacciare. Sempre da Fiero. Passano appena cinque minuti che i nostri sogni di gloria sono bagnati dalla seconda espulsione. Marchi prende il secondo giallo. Ancora da Fiero. E va fuori. Resistiamo. Bagnati. Fracidi. Infreddoliti. Ma resistiamo. Piove così tanto che sul campo non fa in tempo a formarsi il fango. C’è solo acqua, tanto che le maglie bianche del Mantova sembrano lavate di fresco. E proprio una di quelle maglie, la numero 11 di Caio De Cenco, in pieno recupero, fa naufragare definitivamente i nostro sogni di gloria. La prima sconfitta stagionale non fa smettere di cantare gli oltre cento tifosi che hanno preso più acqua di mister Scazzola. Anche se così fa male. Spengo Sky. Chiudo tutto. Fuori piove…

Il campionato a Venezia_Inter-Atalanta


dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Io ogni volta che vado a Venezia mi rileggo Venezia è un pesce di Tiziano Scarpa, un po’ perché è un libretto bellissimo, un po’ perché lo leggi tranquillamente nel tragitto in treno e un po’ perché ogni volta mi sembra di essermelo dimenticato e invece poi scopro di ricordarmelo benissimo.

Per un fine settimana a Venezia con le proprie figlie Venezia è un pesce è perfetto, perché ti permette di raccontare loro delle cose belle, interessanti e divertenti senza essere pesante, pedante o misterioso. E quindi ecco che spieghi perché Venezia è un pesce, apri la cartina e fai vedere che «il ponte che la collega alla terraferma assomiglia a una lenza: sembra che Venezia abbia abboccato all’amo», oppure rifletti con loro sull’idea che «stai camminando sopra una sterminata foresta capovolta, stai passeggiando sopra un incredibile bosco alla rovescia», per il fatto che Venezia è inchiodata al fondale con migliaia di «alberi capofitti a testa in giù», circondati da un’immensa distesa d’acqua. E così via, per mille canali, calli, campi, fondamente, ponti e sestieri.
E quasi non fa niente che sabato 25 settembre, mentre tu giri per Venezia, è prevista la partita di cartello Inter-Atalanta. Lo sapevi, prima di programmare il viaggio, ma hai fatto finta di niente, pensando che, insomma, il calcio e l’Inter non possono essere delle cose così importanti, ogni tanto si possono mettere anche in secondo piano. Certo, hai provato a buttare lì di andare a vedere lo stadio Penzo, proprio in fondo alla pinna del pesce, ma lo hai fatto scherzando e infatti nessuno ti ha preso sul serio.

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Il campionato in salotto_Fiorentina-Inter


dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Per la prima volta dall’inizio del campionato non potrò seguire tutta una partita dell’Inter. Prima o poi doveva capitare, certo, ma mi spiace che succeda stasera che l’Inter gioca contro una Fiorentina che sembra veleggiare con il vento in poppa, sicuramente il test più difficile tra quelli affrontati finora. D’altronde, anch’io sarei un calciatore, anche se incompleto, e stasera, dopo una lunga pausa posso tornare in campo per una partita che si sovrapporrà al secondo tempo di Fiorentina-Inter: potrò seguire dal divano solo il primo tempo, in pratica, e poi incrociare le dita per tutto il tempo che dovrò giocare io.

Prima della partita allo stadio Franchi di Firenze c’è un’atmosfera frizzante, una certa aria polemica si sta insinuando tra i tifosi, che mormorano chiedendosi se è vero quello che da qualche settimana si va dicendo in giro. Recentemente, infatti, il tifoso viola Remo Trapanesi ha trovato su una bancarella un libro intitolato Le confessioni di un italiano e, sfogliatolo attentamente, non ha potuto credere ai suoi occhi: ma come, Italiano, l’allenatore della Fiorentina, che perde la testa per una Pisana? Le parole, purtroppo, non lasciano adito a dubbi: «O primo ed unico amore della mia vita, o mia Pisana, tu pensi ancora, tu palpiti, tu respiri in me e intorno a me!» scrive questo Italiano, descrivendo chiarissimamente la sua passione per questa Pisana, che sembra quasi un nome d’arte, come si chiamerà veramente? E prosegue, poi: «Per te, per te sola, o divina, il cuore dimentica ogni suo affanno, e una dolce malinconia, suscitata dalla speranza, lo occupa soavemente», buttando altra benzina sul fuoco. Cosa fare?, si chiedono i tifosi fiorentini? Chiedere spiegazioni a Italiano o fare finta di niente, visto che la Fiorentina sta giocando bene e sembra tornata finalmente una squadra competitiva?

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Il campionato in panchina_Piacenza-Pro Patria

dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Domenica 19 settembre a Piacenza è prevista pioggia. Ma che dico pioggia, temporali. Ma che dico temporali, nubifragio. Ma che dico nubifragio, diluvio! Almeno così predice la mia applicazione, una di quelle con la dicitura “meteo” e l’articolo attaccato prima. È prevista così tanta pioggia che sullo schermo dello smartphone mi appare Noè con la sua arca. Così nello zaino d’ordinanza targato Piacenza Calcio metto ombrello, maglione e k-way, e mi avvio verso lo stadio Garilli. Dove ad aspettarmi c’è una giornata di sole pieno, la cui unica variante è il vento. Caldo e umido. Il risultato è che rischio di prendermi un accidente per quanto sto sudando. Mi siedo sulla panchina del Piacenza nel nostro schieramento standard, al fianco di Nicola Barasso, l’allenatore dei portieri in pantaloncini corti, e il direttore Marco Scianò con gli occhiali da sole.

Vabbè, pensiamo all’Aurora Pro patria che è meglio. Prima però seguo come da prassi la quaterna arbitrale, composta come al solito da ragazzi giovani, con l’arbitro al suo primo anno in serie C e il quarto uomo che ancora è in organico alla Can D. Magari un giorno li vedremo in serie A, come molti che sono passati al Garilli, ma ora sono concentrati su Piacenza-Pro Patria, quarta giornata di campionato di serie C girone A. La partita è bella, tirata e combattuta. Il primo tempo però scivola via senza gol. È nei secondi quarantacinque minuti che arrivano le emozioni, che vissute a bordo campo vengono decuplicate. Dopo una manciata di minuti Tafa, entrato all’intervallo, prende un’ammonizione dal peso specifico elevatissimo; in primis perché sulla relativa punizione prendiamo gol da Parker, e poi perché ne prenderà un’altra un quarto d’ora più tardi che lo farà ritornare negli spogliatoi appena una mezz’ora dopo esserne uscito. Sotto di un gol e di un uomo, con un quarto d’ora per recuperare. Come non si sa. Mister Scazzola prova a fare il gioco delle tre carte muovendo e rimestando le sue figure in campo, e alla fine esce il jolly. È Gonzi a pareggiare a sei minuti dalla fine. Sembra strano, e il calcio in fondo lo è, ma alla fine quelli che potevano vincerla eravamo proprio noi. Nel restante periodo intercorso tra il piede destro di Gonzi e il fischietto di Di Francesco ci sono una traversa colpita e un’azione in cui la domanda nasce spontanea: come ha fatto la palla a non entrare in rete? Quella classica azione in cui scatti in piedi dalla panchina con le braccia al cielo pronto ad esultare e in una frazione di secondo te le ritrovi tra i capelli, cercando una risposta. Che non c’è. Finisce così 1 a 1, con un gol della Pro Patria segnato da Sean Parker, italo-inglese nato nella Tuscia, e il pareggio di Juri Gonzi, italo-russo dall’accento toscano.

Piacenza – Pro Patria 1-1
Parker 55′, Gonzi 84′