Io sono El Diego

«Ho cercato di essere il più onesto possibile in tutto. Ho raccontato cose, sicuramente ne ho dimenticate molte altre, però il messaggio è uno solo: voglio continuare a dire la verità fino all’ultimo. Non voglio cedere, perché non mi piace, non mi piace l’ingiustizia.
[…]
So di non essere nessuno per cambiare il mondo, ma non voglio che nessuno entri nel mio per condizionarlo. A manovrare… la partita, che è come dire condizionare la mia vita. Nessuno riuscirà a farmi credere che i miei errori con droga o con gli affari abbiano cambiato i miei sentimenti. Nessuno. Sono lo stesso, quello di sempre.
Io sono El Diego.»

[da Diego Armando Maradona, Io sono El Diego, Fandango Libri, pag. 287]

La Disparition – Il Fantacalcio senza la “e” #4

di Gianvittorio Randaccio

«Voi il pugno sul tavolo non lo battete. Se no lo batto anch’io.» Rialzava il braccio e continuava: «E io non lo batto sul tavolo! Ma sulla vostra testa e su quella del direttore».

Nel 1959 Ottiero Lucioli Ottieri della Ciaja, più brevemente (e magnificamente) Ottiero Ottieri, scrive Donnarumma all’assalto, nel quale racconta la sua esperienza di selezionatore all’ufficio personale di una ditta aperta nel Sud Italia. Donnarumma è un disoccupato che esige il posto di lavoro come per diritto naturale e, per ottenerlo, minaccia quasi fisicamente il selezionatore che, invece, con un atteggiamento scientifico e filosofico, cerca attraverso la “psicotecnica” di scegliere il personale più preparato e indicato possibile per le mansioni da svolgere. Ma i posti sono pochi e le domande sono tante: Donnarumma va all’assalto, quindi, ma perde.


Per noi della Disparition l’obiettivo è diverso, è l’esatto contrario: siamo noi che dobbiamo assaltare Donnarumma (Gigio, perché Antonio, l’esatto omonimo del personaggio del romanzo, siede in panchina, anche lui disoccupato, in un certo senso), siamo noi che dobbiamo metterlo all’angolo, in modo che non possa caricare i suoi Lukitos Locos per portarli alla vittoria. Sulla carta la sfida è complicata: i Lukitos hanno una rosa importante che però non è ancora riuscita a esprimersi al massimo, visto che la squadra è il fanalino di coda del campionato, ancora a zero punti.

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Il Pallonario (23-29 novembre)


23 novembre. Maryan Wisnieski, centravanti (turista) della Sampdoria, aveva promesso di tagliarsi i baffi dopo la prima bella partita disputata in maglia blucerchiata. Siccome ha sempre giocato male, il franco-polacco è sinora riuscito a salvare i baffetti. Ma non la faccia. I compagni di squadra dicono che – se non si mette in carreggiata – altro che tagliarsi i baffi: dovrà farsi crescere anche la barba. Per evitare di essere riconosciuto quando circola per la strada. (1963)

24 novembre. Rischia l’arresto il pappagallo di Roman Abramovich. Il pennuto, un loquacissimo cenerino africano, fa parte dell’equipaggio de Le Grand Bleu, uno dei quattro yacht del padrone del Chelsea. La nave è a Tonga, diretta verso la Nuova Zelanda. Ma le autorità neozelandesi hanno avvertito che il pappagallo dovrà restare confinato a bordo, come misura preventiva antivirus aviaria. (2005)

25 novembre. A “Lucca 12”, tradizionale appuntamento col “Salone internazionale dei Comics e del Cinema d’Animazione” che si svolge ogni anno nella cittadina toscana, il capo della delegazione brasiliana, Alvaro de Moya, ha presentato ai congressisti un nuovo personaggio dei fumetti, “Pelè”, che verrà “fumettato”  dal più noto disegnatore brasiliano, Mauricio de Sousa.  Non è neanche il caso di dire che anche Pelè, come tanti altri bambini del mondo, è cresciuto leggendo i fumetti. (1976)

26 novembre. A Lugano, prima dell’incontro Svizzera-Italia e durante l’intervallo, i boy-scouts hanno raccolto cospicue offerte pro-alluvionati, tra gli spettatori. (1951)

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Le parole sono importanti – Osvaldo Bagnoli

di Maurizio Zoja

Milanese doc, inizia a giocare a calcio nell’Ausonia, società dalla quale viene prelevato dal Milan assieme a Pippo Marchioro, anch’egli futuro allenatore. Un giorno lo aggregano alla prima squadra, ma lui ha il lavoro in fabbrica che s’incastra con gli orari della Primavera: per allenarsi con la prima squadra dovrebbe cambiare tutto. In fabbrica prende ventottomila lire al mese, gliene offrono trentacinquemila per licenziarsi e diventare calciatore a tempo pieno. In seguito gioca, tra le altre squadre, nel Verona, nel Catanzaro e nella Spal. Dopo il ritiro allena Verbania, Solbiatese, Como, Rimini, Fano, Cesena e Verona, con cui vince lo scudetto al termine della stagione 1984-85. Con il Genoa arriva in semifinale di Coppa Uefa. Conclude la sua carriera sulla panchina dell’Inter.

Il Verona giocava un calcio tradizionale, che facevamo pressing lo leggevo sui giornali. Io in campo non l’ho mai notato.

Dello scudetto con il Verona mi resta l’affetto della gente, in città, e dei miei giocatori. E ogni volta che vedo tutta questa gente contenta mi dico che abbiamo fatto qualcosa di bello.

Lo scudetto lo abbiamo vinto tutti insieme, voglio sia chiaro. I giocatori, il ds Mascetti, il presidente Guidotti, il patron Chiampan, la città che non ci ha messo pressione. Abbiamo avuto anche un po’ di fortuna: avevo una rosa di diciassette giocatori per campionato, Coppa Italia e Coppa Uefa. Si infortunavano uno alla volta, potevo metterci una pezza.

Per la campagna acquisti sfogliavo l’almanacco Panini e cercavo centrocampisti da tre-quattro gol a stagione.

Anche alla Bovisa giocavamo a pallone scalzi, non succede mica solo in Brasile. Così gli scarpini, che costavano cari, duravano di più.

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Charles Alcock e l’ebbrezza del fuorigioco

di El Pampa

Di fuorigioco si può vivere o morire, secondo l’abilità nel praticarne la tattica o nella fortuna (sfortuna) di vedersi convalidare o annullare una rete per una posizione sul limite dei centimetri.
Cambiata la regola e l’interpretazione negli ultimi anni in maniera frequente, la storia della nascita della norma risale alla notte dei tempi del calcio e sicuramente Charles W. Alcock può essere ritenuto un precursore.

Charles William Alcock nacque il 2 dicembre 1842 a Sunderland, in Inghilterra. Frequentò la prestigiosa università di Harrow, dove cominciò anche a praticare lo sport del pallone. La passione era tale che, assieme al fratello John e ad altri giovani studenti, decise di fondare il Forest FC, che fu il primo nome di quello che poi diventerà il Wanderers FC. Alcock in campo giocava nel ruolo di punta centrale.
Ma gli sforzi non si erano ancora conclusi: Alcock diede infatti l’impulso necessario per spingere il calcio a livello internazionale e fu tra coloro che approvarono con decisione gli incontri fra compagini nazionali.


Nel 1870, Charles W. Alcock volle a tutti i costi che le nazionali di Inghilterra e Scozia scendessero in campo per affrontarsi. Grazie alla sua iniziativa, fra il 19 novembre 1870 e il 24 febbraio 1872 si giocarono a Londra ben cinque partite fra le due rappresentative e Alcock fu uno dei quattro calciatori che prese parte a tutti gli incontri. La FIFA comunque, non riconoscerà a livello ufficiale tali partite, perchè Alcock fu in grado di reclutare soltanto atleti che militavano in club inglesi.
La sua insistenza non si placò: il 30 novembre 1872 si disputò a Glasgow la prima partita internazionale della storia, Scozia e Inghilterra curiosamente impattarono sullo 0-0. Sfortuna volle che Alcock non potè scendere in campo, a causa di un infortunio capitatogli un paio di settimane prima con gli Old Harrovians, la compagine composta dai compagni di scuola della sua università.

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Il Pallonario (16-22 novembre)

16 novembre. Prima partita ufficiale della nazionale USSR, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. A Mosca, allo Stadio Vorovskogo, la formazione con la scritta CCCP sul petto batte la Turchia 3 a 0 in un incontro amichevole.  Segnano Butusov (2) e Shpakovskiy. La formazione sovietica: Sokolov, Rushchinsiy, Ezhov, Filippov, Selin, Privalov, Grigoryev, Butusov (c), Isakov, Shpakovskiy, Shaposhnikov. (1924)

17 novembre. Con una grande festa – nella quale il numero principale era una partita fra veterani  e vecchie glorie del calcio brasiliano – il Botafogo di Rio de Janeiro ha inaugurato il suo nuovo stadio, nel rione Marechal Hermes, alla periferia della città. Tra le vecchie glorie scese in campo per l’occasione Garrincha, Nilton Santos, Zagalo, Gerson, Amauri, Roberto e altri. Il più applaudito di tutti è stato Garrincha, con la sua tradizionale maglia  numero 7 e che ha fatto sfoggio dei suoi famosi dribbling. È stato anche portato in trionfo. Emozionato, Garrincha ha affermato: «Nonostante aver giocato in altri club e nella nazionale, la maglia numero 7 del Botafogo è stata la maggior allegria della mia vita…» (1978) 

18 novembre. Il film sull’ultima edizione della Coppa del mondo di calcio è stato presentato oggi a Zurigo ai componenti della Fifa e dell’Uefa. La durata di proiezione del film, la cui pellicola misura ottantamila metri, è di centocinque minuti. Nessun nuovo elemento è emerso dalla visione del film sulla questione della validità della terza rete della finale tra Inghilterra e Germania Occidentale. (1966)

19 novembre. Una équipe della Rai-tv diretta da Mario Azzella, ha girato a Leggiuno, ove nacque e dove trascorse gli anni della sua infanzia, e sul campo sportivo di Laveno, squadre ove giocò agli inizi della sua carriera, alcune sequenze che verranno inserite in un filmato interamente dedicato a Gigi Riva. (1969)

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The Brit Team – Il campo come un palco

di Maurizio Zoja

Hanno inventato il calcio, su questo non si discute, e nella musica hanno pochi rivali. Secondo noi, con le chitarre sono i campioni del mondo, titolo che nel calcio hanno portato a casa solo una volta e con qualche ombra. Pochi dubbi, invece, sul valore assoluto di questa squadra di musicisti inglesi, che mettiamo in campo secondo uno schema che più classico non si può e una numerazione rigorosamente dall’1 all’11. Buona partita e buon ascolto.

1 Elvis Costello. Quando l’avversario ha la palla sul dischetto ti affidi al portiere. Non sempre para il rigore ma capita che lo faccia. Soprattutto se è esperto, solido, e ne ha viste di tutti i colori. Quando non sai bene che musica vuoi ascoltare ti affidi a uno come Declan Patrick McManus, angloirlandese che ha iniziato nella Londra arrabbiata del ’77 per poi cambiare mille squadre, da Nashville alla Verona di Romeo e Giulietta. Sempre con classe, colpo d’occhio e senso della posizione.

2 Ian Brown. Si è un po’ buttato via nel corso degli anni, ma a inizio carriera il cantante degli Stone Roses ha fatto meraviglie, nonostante doti tecniche non proprio da campione e comportamenti censurabili fuori dal campo, come quando diede di matto sul volo British Airways da Parigi a Manchester, beccandosi due mesi di reclusione.

3 Lee Mavers. Quanto a talento sprecato il cantante dei La’s non è secondo a nessuno. Ha ritardato di anni il suo esordio perché non si sentiva pronto, sfidando la pazienza di presidenti e allenatori, e poi, dopo un campionato memorabile, si è rifiutato di scendere di nuovo in campo. Ma There She Goes è un gol che neanche Van Basten contro l’Urss agli Europei ’88.

4 Paul Weller. Giovane fenomeno con i Jam, sembrava essersi smarrito negli anni degli Style Council, a furia di tocchi di fino non sempre efficaci. Invece da solista ha trovato la sua dimensione definitiva, una seconda vita. Stavolta da mediano, ma affidabile come pochi.   

5 Damon Albarn. Un altro che ha giocato in mille squadre, a volte entusiasmando, altre meno. Ma il cantante dei Blur è il sogno di tutti gli allenatori: un gran lavoratore capace di adattarsi a tutti gli schemi di gioco, sopperendo con qualche colpo di classe alle giornate, sempre più frequenti, di scarsa vena.

6 Keith Richards. Libero nel ruolo e nella vita. Da sempre sospettato di doping ma mai squalificato, il chitarrista dei Rolling Stones risponde con l’immenso mestiere a chi gli consiglia il ritiro mettendogli sotto il naso la carta d’identità. C’è chi dice che gli arbitri fossero condizionati dal braccio alzato di Franco Baresi. Quando Keith Richards alza il braccio per dare la pennata succede esattamente la stessa cosa.

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La Disparition – Il fantacalcio senza la “e” #3

di Gianvittorio Randaccio

Prima della terza partita di campionato ho detto ai miei ragazzi che, proprio come domenica scorsa, è dalla panchina che arrivano i maggiori pericoli da parte dei nostri avversari Fitronc United. È lì infatti che sta buono buono, in attesa di entrare, il signor Bonaventura, da quest’anno diventato centrocampista della Fiorentina, uno che con i suoi distici ottonari riesce a volgere al meglio anche le situazioni più intricate, risultando sempre vincitore. Aggredito da un toro, o investito dalla lava di un vulcano, o ancora in mezzo a una tempesta, il signor Bonaventura non si scompone mai e, in rima baciata, finisce sempre per intascare il suo milioncino di lire: se fosse stato un buon risparmiatore avrebbe potuto comprarsi una squadra di calcio vera e chissà che campioni avrebbe ingaggiato. Ragazzi, ho detto, anche se andiamo in vantaggio, non vi rilassate, il signor Bonaventura in una o due vignette vi fa secchi, e addio premio partita.


La mia squadra, alla fine, mi ha ascoltato e anche questa domenica La Disparition può festeggiare un rotondo 3-0 grazie soprattutto alla tripletta di Mkhitaryan, il mio talismano scioglilingua. Negli spogliatoi, dopo un sobrio festeggiamento, per burlarci un po’ del signor Bonaventura, abbiamo composto questa breve filastrocca, recitata poi in sala stampa.

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Il Pallonario (9-15 novembre)

9 novembre. Un giornalista in incognito del «News of the World» ha filmato il padre di John Terry mentre gli vendeva 3 grammi di cocaina per 120 sterline nel bagno di un wine bar di Chafford Hundred, cittadina dell’Essex a 35 chilometri ad est di Londra. Solo pochi mesi prima il capitano del Chelsea aveva visto la madre (separata da alcuni anni dal marito) arrestato insieme alla suocera per aver rubato vestiti in un supermercato per 800 sterline. (2009) 

10 novembre. L’appello dei calciatori magiari bloccati a causa degli eventi politici a Vienna rivolto alle società italiane perché vogliano giocare degli incontri amichevoli non è rimasto senza risposta. Risulta infatti che il Milan, l’Inter, l’Atalanta, il Simmenthal Monza, la Triestina, il Genoa e la Sampdoria hanno allo studio per la prossima settimana di organizzare delle partite con la squadra magiara. I proventi di tali incontri dovrebbero permettere la forzata permanenza all’estero dei calciatori ungheresi. (1956)

11 novembre. L’ufficio stampa dell’Inter comunica che l’incontro per la Coppa dei Campioni in programma domani sera a San Siro con la Dinamo di Bucarest, come già precisato alla RAI TV, non sarà trasmesso per radio nè per televisione in diretta, nè vi sarà una teletrasmissione differita. (1964)

12 novembre. Ecco i protagonisti del  fatto calcistico di  queste settimane: un giocatore e una capra. Manca il prosciutto che completava l’ingaggio ma forse se lo sono già mangiato. Era, comunque, l’altra metà del prezzo pagato dalla società sarda Saulese per acquistare dalla conterranea Dolianova il ventisettenne Giuseppe Murgia. È stato un acquisto simbolico, hanno tenuto a precisare i presidenti delle due squadre, Ignazio Porru ed Ennio Podda. Una specie di protesta contro le cifre da capogiro che stanno diventando cattiva abitudine anche nel mercato dei calciatori dilettanti. Murgia, intanto, si allena scherzosamente con la capra mentre i tifosi locali si sono presi la briga di fare un po’ di conti. Visto che l’estate scorsa un altro calciatore dilettante, Aldo Rumbolo, era stato ceduto a una squadra sarda, in cambio di alcune cassette di vino isolano, hanno calcolato che se l’acquisto di Virdis fosse stato trattato in litri anziché in lire, la Juventus avrebbe dovuto spedire al Cagliari quarantamila ettolitri di vino; più o meno 150 autocisterne. O, se preferite, tre chilometri ininterrotti di TIR carichi di vino. (1977)

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Undici mister per undici ruoli

di Emiliano “el buitre” Fabbri

Ma ve la immaginate una squadra di undici allenatori? Tutti a dare indicazioni. Chi vuole giocare arroccato in difesa e chi vuole scapicollarsi in attacco. Chi predilige il fraseggio e chi la verticalizzazione immediata. In una squadra di undici mister si può giocare un calcio fatto di marcature a uomo e zone miste. Ho provato a immaginare undici allenatori in campo, e forse ne è uscito un catenaccio totale.

1. DINO ZOFF (Mariano del Friuli – Italia). Seppur come allenatore non abbia inciso nella storia calcistica mondiale, ha diritto a essere il guardiano di questa squadra per due cose che volano più in alto di qualsiasi tattica: la sua dignità nel rassegnare le dimissioni dalla nazionale dopo l’Europeo del 2000 a causa delle dichiarazioni di un politico che si sentiva allenatore, ma soprattutto per avere avuto come suo vice una delle persone più pure della storia calcistica: Gaetano Scirea.

2. ENZO BEARZOT (Aiello del Friuli – Italia). Quando si parla di gruppo bisogna partire da lui, considerato un padre dai suoi ragazzi, che lui difendeva a prescindere e all’occorrenza bacchettava, ma sempre con gli occhi di un genitore. E col cuore. Il suo cuore di Vecio.

3. NEREO ROCCO (Trieste – Italia). Figlio di un macellaio, partito dalla provincia e salito sul tetto del mondo senza mai lasciare il suo bicchiere di vino rosso per una flûte di champagne. Un allenatore che creava empatia coi suoi ragazzi. In dialetto triestino.

4. RINUS MICHELS (Amsterdam – Olanda). Il padre del calcio totale. Colui che ha cambiato il modo di vivere sul campo di gioco creando una filosofia di pensiero basata su un concetto sconosciuto fino al suo avvento: lo spazio.

5. NILS LIEDHOLM (Valdemarsvik – Svezia). Già allenatore in campo. Precursore dei tempi tattici. Fine psicologo. Quello che vediamo oggi in campo lui lo aveva già proposto dalla sua panchina. Il possesso palla che chiamava ragnatela. L’uscita coi difensori dai piedi buoni. Entrambi i terzini che salivano. Un antesignano.

6. ARRIGO SACCHI (Fusignano – Italia). Non devi essere stato cavallo per essere un bravo fantino. Questo il suo approccio al calcio. La zona pressing il suo marchio di fabbrica. Ha cambiato la mentalità calcistica italiana creando una corrente di pensiero. Visionario.

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