Il campionato in salotto_Triestina-Piacenza

Dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

La prima trasferta della stagione è a Trieste. Come dirigente addetto all’arbitro la mia figura è obbligatoria quando si gioca in casa, così non seguo tutte le trasferte. E Trieste è una di queste. Anche perché si gioca lunedì 13 settembre. Primo giorno di scuola. Per tutti i bambini lombardi, compresa la mia Sophia, che inizia il secondo anno di scuola primaria. Così aspetto le ventuno per vedere la partita su Rai Sport, col patema d’animo che possa saltare causa sciopero degli operatori Rai. Cosa che però non avviene, e così a le nueve de la tarde sono davanti alla tv: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero. Che poi non è proprio così, perché ho già cenato, e anche leggero visto che sono a dieta, e il tifo indiavolato e il rutto libero lo devo sopprimere, visto che mia figlia è già a letto e non vorrei proprio svegliarla, pena fustigate da parte della mia “Pina” alias Sara. Per quanto riguarda la Peroni è rimpiazzata dalla borraccia d’acqua del Piacenza che utilizzo per digerire le unghie che sgranocchio durante i novanta minuti.

Con questa poca poesia scorrono davanti a me le due squadre. La Triestina in rosso e bianco e il Piacenza in total green. Roba che loro si confondono con lo stadio Nereo Rocco e noi col prato. Ora ho capito perché dal prossimo anno vogliono abolire le divise verdi! A Trieste sembrano percepire l’immobilità di casa mia e il primo tiro in porta avviene solo a metà tempo. È nostro. È di Edgaras Dubickas. Ma quelli che vanno in vantaggio sono loro. Punizione dalla sinistra e gol sul secondo palo di Francesco Rapisarda, un catanese in Venezia Giulia. Ma il nostro centravanti lituano, appena rientrato dalla nazionale che ha giocato contro l’Italia, ha deciso che andava centrata la porta ma senza colpire il portiere, e così con uno stacco di testa su cross di Simone Giordano pareggia. L’intervallo più che il the caldo lo uso per andare in bagno, sempre in religioso silenzio per evitare di svegliare i due terzi della famiglia, nonché i due gatti e il Chihuahua. Nel secondo tempo sembra che il rosso triestino abbia preso campo, almeno fino a quando mister Scazzola finisce i cambi. Davide Lamesta crea, e Simone Rabbi mi fa saltare davanti alla TV. E con me è saltato Kimbo, il gatto che mi stava dormendo vicino. Urlo senza alzare un decibel in casa. Sono agitato davanti alla tv, che ormai guardo col naso attaccato al cronometro in alto a sinistra. Almeno fino al 94’30”, quando Rapisarda decide che deve rovinarmi la nottata. E così fu. Fatico ad addormentarmi al pensiero che l’avevamo vinta a due minuti dalla fine e l’hanno ripresa a trenta secondi dalla fine della fine. Il gatto mi guarda perplesso. Io guardo la tv. L’ultima immagine prima di provare a prendere sonno è dei giocatori che vanno sotto la curva dei piacentini andati in trasferta. Un lunedì sera a cinquecento chilometri da casa. I veri eroi sono loro.

Il campionato in salotto_Sampdoria-Inter

Dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Prima di Sampdoria-Inter avevo pensato di scrivere qualcosa su Ciccio Caputo, appena acquistato dai doriani, magari sul fatto che l’anno scorso l’ho pagato ottanta crediti al Fantacalcio, o magari sul fatto che anche il mio vicino di casa si chiama Caputo, anche se non gioca a calcio e, a dar retta alle urla che sento attraverso le nostre pareti confinanti, mi sembra molto juventino e per niente doriano. Improvvisando un po’ avrei potuto immaginarmi un colloquio tra me e il mio vicino, chiedendogli indietro i crediti che avevo speso l’anno scorso oppure perché fingesse di essere il mio vicino quando invece è un famoso calciatore della Sampdoria.
Ma poi ho letto una dichiarazione del portiere dell’Inter Handanovic e ho cambiato idea: il pezzo su Caputo magari lo scriverò per la partita di ritorno. Il buon Samir, in pratica, ha dichiarato che a volte si sente il Bukowski dei portieri, cosa che mi ha stupito molto, in primo luogo perché uno non si immagina che dei calciatori possano leggere dei libri e secondo perché tra tutti gli scrittori che Handanovic avrebbe potuto nominare mai avrei immaginato Bukowski, che mi sembra più un tipo da Gascoigne o da Nainggolan, per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Handanovic dice letteralmente che a volte si sente «il Bukowski dei portieri, anche se non bevo e non fumo ma come lui sono un tipo diretto, che va dritto se deve dire una cosa a qualcuno». Certo, questa cosa si potrebbe dire anche di Sgarbi, o di Mughini, forse, ma mi piace l’idea che il portiere dell’Inter si sia lanciato in questo ardito parallelo letterario.

E allora, anche dopo aver visto Sampdoria-Inter, mi sembra di capire un po’ di più perché l’Handanovic degli ultimi tempi a volte sembra distratto e abbia dei cali di rendimento un po’ inconsueti: forse insieme alla borraccia, dietro alla porta, Samir tiene un libro di Bukowski, e ogni tanto, se la palla è lontana, ne legge qualche pagina; magari le poesie, che sono più corte e, anche se ti interrompi per fare una parata, poi non perdi il filo. Immagino che abbinare la letteratura allo sport, contemporaneamente, non sia semplicissimo e magari, se stai riflettendo su un verso, tu non riesca a rimanere concentratissimo e allora la palla ti sfugge e così ciao, ecco la papera.

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La coppa in panchina_Piacenza-Mantova


Dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Mercoledì 8 settembre, alle ore 20.45 si gioca Italia-Lituania al Mapei Stadium di Reggio Emilia. Gli azzurri di Mancini sono chiamati a risollevarsi dopo i due pareggi consecutivi post-europeo, e a prolungare la striscia storica di gare senza sconfitte. Di fronte la Lituania guidata dal suo numero 10: Edgaras Dubickas. Così a metà pomeriggio mi organizzo, prendo l’automobile e parto. Imbocco il casello della “mia” Lodi e prendo l’autostrada A1 in direzione sud. Dopo nemmeno un’ora di viaggio esco al casello, quello di Fiorenzuola d’Arda. Sì, perché va bene la nazionale, va bene che siamo campioni d’Europa in carica, ma la partita più importante della serata si gioca al “Velodromo Attilio Pavesi” di Fiorenzuola d’Arda, ed è il secondo turno eliminatorio di Coppa Italia di Lega Pro: Piacenza-Mantova. Sveliamo subito l’arcano. Allo stadio Garilli di Piacenza stanno rifacendo il manto erboso, e visto che da tabellone giochiamo in casa, abbiamo chiesto ospitalità agli amici di Fiorenzuola. E visto che sono il dirigente addetto agli arbitri, io stasera invece di andare a vedere il CT della nazionale Roberto Mancini, mi siederò in panchina al fianco del mio mister: Cristiano Scazzola.

Grazie al navigatore arrivo allo stadio attraversando la campagna della Val d’Arda tra verde e cascinali. Lo stadio di Fiorenzuola è un velodromo. O forse il velodromo di Fiorenzuola è anche uno stadio. Insomma, allo Stadio/Velodromo di Fiorenzuola ci corrono in bicicletta e ci giocano a calcio. Alternativamente. Sennò sai che casino! È un impianto bellissimo, il velodromo. Ha quasi un secolo di vita, e la sua storia si annusa nell’aria. Intitolato alla memoria di Attilio Pavesi, ciclista piacentino olimpionico a Los Angeles 1932 e morto a Buenos Aires dieci anni fa. Stasera niente biciclette. Solo un pallone. E noi e il Mantova che ci giochiamo l’accesso agli ottavi di coppa. Iniziamo un quarto d’ora prima della gara di Reggio Emilia, ma gli azzurri sbloccano la gara prima della nostra. Quando Pedrini poco dopo la mezz’ora porta in vantaggio i virgiliani, settanta chilometri più a sud Raspadori ha appena segnato il suo primo gol in nazionale. Il terzo della serata per gli azzurri dopo Kean e l’autogol di Utkus. Quando rientriamo dopo l’intervallo gli azzurri hanno servito il poker con la doppietta di Kean. Noi intanto dobbiamo recuperare. Il nostro secondo tempo, seppur più brillante, sembra però far scivolare la qualificazione verso Mantova. Intanto a Reggio Emilia Di Lorenzo ha ciabattato un cross sotto l’incrocio per il 5 a 0, trasformando l’ultima mezz’ora di partita in pura accademia. Anche in Val d’Arda le cose non sembrano cambiare. Almeno fino a quando Saqir Tafa, difensore centrale, non decide di festeggiare la sua prima fascia da capitano con un gol. Al volo di destro su azione da corner. Mentre al Mapei Stadium stanno aspettando solo il triplice fischio all’Attilio Pavesi la partita ha ripreso vigore. Il Mantova non ci sta e noi ora ci crediamo. Quello che ci crede più di tutti è Tino Parisi. Mestiere terzino destro, che segue l’azione sulla fascia opposta di Jury Gonzi. E si fa trovare al posto giusto al momento giusto. Per segnare il 2 a 1 e portare tutti noi agli ottavi di finale di Coppa Italia di Serie C. Festeggiamo sotto i nostri tifosi. Tutti tranne uno. Il centravanti che mister Scazzola non ha potuto convocare perché impegnato con la maglia numero 10 della Lituania contro la nazionale italiana: Edgaras Dubickas.

Il campionato in panchina_Piacenza-Trento

Dal nostro inviato Emiliano “el Buitre” Fabbri

Undici trentini entrarono al Garilli tutti e undici trotterellando. Per giocare la prima giornata di serie C. Girone A. La prima giornata di campionato è un po’ come il primo giorno di scuola. Siamo tutti emozionati. Si rivedono persone che l’estate erano apparse tra mare e montagna sui social. Ci si saluta con un entusiasmo misto a speranza: il magazziniere e il direttore sportivo, il segretario e il fotografo e così via fino al fischio iniziale dell’arbitro, anch’esso al primo anno, appena promosso alla C.A.N. C. E quel fischio ricorda quasi la prima campanella dell’anno scolastico suonata dal bidello che apriva il portone alla corsa sfrenata dei ragazzi che rientravano nelle aule.

Si parte. Si riparte. Inizia il mio quinto campionato da dirigente addetto agli arbitri col Piacenza. Il sole bacia il Garilli e gli oltre mille tifosi che timidamente si riaffacciano sugli spalti, ma che appena vedono entrare il loro Piasëinsa si spellano le mani e scaldano la voce. Come ai vecchi tempi. Nella speranza di tornarci. Ora la realtà dice Trento. Anche per loro un primo giorno di scuola speciale, visto che ritornano tra i professionisti dopo diciotto anni di purgatorio dilettante. L’ultima volta che avevano giocato tra i pro esisteva ancora la C2. Era la stagione 2002/2003. Da quel momento il baratro fino al campionato di promozione, e in mezzo cinque retrocessioni, una riammissione, due fallimenti, due cambi di denominazione e due coppe Italia dilettanti. Ma soprattutto sei promozioni, di cui l’ultima decisiva per tornare a galla nel calcio italico.
Dal mio punto di vista dalla panchina, al fianco dell’allenatore dei portieri e del direttore, si alternano le emozioni. C’è la sensazione di tenere bene il campo ma purtroppo il gol non arriva. E non arriverà. Nonostante le maggiori occasioni create. Ma il calcio non è la boxe, e per contare i punti alla fine servono le reti. Rete che non viene bucata nei novanta minuti, ma solo nell’intervallo per i tiri in porta delle riserve, e che viene prontamente riassettata dal custode. Finisce così il primo giorno di scuola del Piacenza e del Trento. Zero a zero. Le facce all’uscita dello stadio rispecchiano l’andamento della partita, con undici trentini che ritornano a Trento tutti e undici trotterellando.

Piacenza-Trento 0-0

Il campionato in cascina_Verona-Inter

dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Per la seconda giornata di campionato, Verona-Inter in calendario, è la cascina sede del Nuovo Cinema Armenia a ospitare la visione della partita. Non sono solo, questa volta, e non ho la tenda e la pasticceria dei Lego Friends di fianco al computer: sono con amici interisti, sotto a un poetico portico, mentre il vento agita i rami di alberi centenari e trasporta con gentilezza le voci del film che trasmettono poco più in là.

La partita comincia e subito un sondaggio dà una risposta plebiscitaria: la seconda maglia, con quel biscione birichino che spunta sotto alla spalla, sembra nettamente migliore della prima. Sembra un buon presagio, e invece le cose vanno subito male: l’Inter è contratta, il Verona pressa compatto e sembra avere una marcia in più. Poi arriva la frittata di Handanovic e il talentuoso e tolstoiano Ivan Ilic segna un gran gol: chi è il secondo portiere quest’anno?, si chiede qualcuno. Radu? Cordaz? Padelli è ancora vivo? L’Inter sembra lontana parente di quella di settimana scorsa, o forse è il Verona che è un lontano parente del Genoa di settimana scorsa. Comunque non ne azzecchiamo una: squadra scollata, poca grinta, (quasi) zero occasioni da gol. Per sorridere un po’ ci affidiamo ai commentatori di Dazn, secondo cui Lautaro sta pensando di fondare una società e de Vrij viene chiamato alternativamente DeVrai, Devrej e Devroj. Piccole gioie in un primo tempo da dimenticare.

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La coppa in panchina_Piacenza-Reggiana

dal nostro inviato Emiliano “El Buitre” Fabbri

L’ultima volta era stato un quarto di secolo fa. Era una serie A fatta di uomini e campioni. Il calcio stava perdendo la verginità, o forse l’aveva già persa, ma nel bailamme del fusbal italico esistevano ancora isole felici. E a loro modo vincenti. Quando vittoria faceva rima con una squadra che si riconosceva coi suoi tifosi e rappresentava non solo una città, ma un territorio. A loro modo Piacenza e Reggiana lo sono ancora adesso. Due realtà sane che giocano e vivono la loro terra. E ogni tanto giocano il derby della via Emilia. Venticinque anni dopo quel 20 ottobre 1996, quando le panchine erano presiedute da Bortolo Mutti e da un certo Mircea Lucescu. Oggi invece sono occupate da Cristiano Scazzola e Aimo Diana. In quel Garilli che non è tanto diverso da oggi, erano in campo nomi storici del calcio italiano: Taibi, Di Francesco e Pari in biancorosso; Ballotta, Gregucci e Tovalieri in granata. Oggi rimpiazzati da Stucchi, Marchi e Cesarini a rappresentare i piacentini e Venturi, Rozzio e Scappini per i reggiani. Che poi la via Emilia regala un incrocio di derby eccezionali, se aggiungiamo anche Modena e Parma, fino ad arrivare a Bologna.

Oggi sul prato del Garilli ci sono le squadre che rappresentano due città che hanno avuto un ruolo basilare nella storia italiana: la “Primogenita” Piacenza e Reggio nell’Emilia: “Città del Tricolore”. Il terreno di battaglia non è più la serie A ma una ben più modesta Coppa Italia di Lega Pro, anche se il fascino è il medesimo. I tifosi assai di meno del tempo glorioso che fu, ma il fatto che oggi possano rientrare allo stadio la rende a suo modo una partita storica. Le tifoserie sono orgogliosamente avverse e i cori scanditi lo ricordano in ogni momento. I trenta gradi, appena alleviati da un venticello proveniente dai colli piacentini, non ammorbidiscono questo primo turno di coppa, che anzi ogni tanto si inspigolosisce contribuendo così a farlo rimanere su una giusta tensione. L’arbitro è di Bologna, giusta provenienza per cotanto derby. Sventola qualche cartellino giallo e di rigori non ne fischia, coì che nessuno possa sbagliare come fece “El Tren” Adolfo Valencia contro Massimo Taibi, coadiuvato nella sua respinta dal fatto che la VAR sarebbe arrivata solo dopo un ventennio. Un quarto di secolo fa, in quella serie A, la partita fu decisa da una doppietta del “Toro di Sora” Pasquale Luiso e suggellata dalla testata di Eusebio Di Francesco. Il sequel di Coppa Italia di Lega Pro è stato deciso al 67° dalla bordata di sinistro di Yusupha Bobb. Nazionale gambiano. Di mestiere centrocampista. Incidentalmente ex della partita. Scoperto nel 2015 dal Chievo Verona, società che proprio in questi giorni ha cessato la sua gloriosa esistenza. Yusupha Bobb è nato centoventi giorni prima di quell’ultimo storico derby di serie A. 5.515 chilometri a sud dello stadio Garilli: a Banjul capitale del Gambia. È lui che ha deciso questo nuovo derby della via Emilia e segnato il primo gol ufficiale per il Piacenza targato 2021/2022.

p.s. un quarto di secolo fa seguivo il Piacenza a 90° minuto, ora lo seguo in panchina come dirigente. Come passa il tempo…

Il campionato in salotto_Inter-Genoa

dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Devo ammettere di essere un po’ perplesso: ho letto da tutte le parti che stasera si gioca Inter-Genoa, ma guardando le formazioni che scendono in campo mi sorge qualche dubbio. Non vedo colori nerazzurri da nessuna parte: una squadra sembra scesa in campo con un pigiama grigio, l’altra ha una strana maglia glitterata blu, che nemmeno un fidanzato delle Winx accetterebbe di mettere. Certo, in alto a sinistra c’è scritto INT-GEN, ma io non sono ancora convinto, anche perché la squadra che sembra essere il Genoa schiera Cambiaso e Kallon, mandandomi ancora più in confusione.
Mi basta poco, però, giusto i sei minuti prima del gol di Skriniar (Milan all’anagrafe, tanto per gradire) per capire che l’Inter gioca con la nuova, orripilante maglia e che, nonostante il recente terremoto del calciomercato, sembra ricominciare da dove aveva finito. Anche Simone Inzaghi, nonostante l’infelicissimo cognome, mi dà l’idea di essere un allenatore intelligente e pratico, pronto a dare tutto con quello che ha per le mani, mica come qualcun altro di cui non voglio fare il nome.
Certo, il Genoa oggi, oltre che il pigiama, sembra portare anche le babbucce e la papalina, tanto è inconsistente: viene da pensare, anche se è una battuta un po’ facile, me ne rendo conto, che Ballardini stia solo aspettando di essere esonerato, per poi prendere il posto del suo sostituto e portare il Genoa in zona Europa League. Quello di oggi è troppo brutto per essere vero, non c’è altra spiegazione.

La partita scorre così tranquilla che io ho il tempo di esaminare la mia postazione Inter di quest’anno, composta da un tavolino verde IKEA sul quale troneggiano il PC e una tenda e una pasticceria dei Lego Friends, validi alleati per i momenti più noiosi del campionato. Proprio di fronte a me c’è un televisore pesantissimo e inutile, visto che è vecchio e poco smart, anche se questo sembra garantirmi dai disservizi di DAZN, che da quello che ha capito ha invitato tutti al ristorante ma si è dimenticato di fare la spesa, visto che nessuno sembra soddisfatto del servizio.

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Diabolik e una partita per la vita

di Gianvittorio Randaccio

Quando ero piccolo Diabolik era uno dei miei eroi preferiti dei fumetti. Era difficile trovargli un difetto: era un ladro gentiluomo, era intelligentissimo, aveva una bellissima moglie e, fasciato nella sua tuta nera, mostrava un fisico scolpito e agilissimo. Due cose, però, mi entusiasmavano in particolare: una era il pentothal, una specie di pozione magica infallibile che permetteva a Diabolik di far dire la verità a chi voleva lui; l’altra erano le sue maschere, che gli facevano assumere le sembianze praticamente di chiunque, senza che venisse mai scoperto. Quando lo leggevo mi chiedevo sempre cosa avrei fatto io con quelle maschere lì: avrei potuto prendere la faccia di Gianfranco Matteoli, per esempio, e presentarmi a San Siro al posto suo per giocare nell’Inter (avrei preferito Rummenigge, a dire il vero, ma la maschera di Diabolik non cambiava la dimensione dei quadricipiti, quindi mi avrebbero scoperto in fretta); oppure quella di Platini, per giocare al posto suo una partita disastrosa e far perdere la Juve. Tutti i miei desideri avevano a che fare con il calcio, ovviamente, che rappresentava tutto l’orizzonte del mio possibile e anche del mio impossibile, soprattutto quando leggevo Diabolik.

Così, l’altro giorno, quando ho trovato su una bancarella un Diabolik intitolato Una partita per la vita, in copertina un calciatore acrobatico, non ho resistito e l’ho comprato, divorandomelo poi in un quarto d’ora. Con mia grande gioia nella storia appaiono immediatamente il pentothal e una maschera, con cui Diabolik si trasforma in Matteo, uno scagnozzo di Guglielmo Zacks, criminale senza scrupoli in affari con Schiller, il sindaco di un paese chiamato Avercamp. Zacks vuole impossessarsi di un terreno per dare il via a un progetto di “edilizia intensiva”, guadagnando cifre astronomiche. Il problema è che su quel terreno c’è un disastrato campo di calcio, che rischia di sparire, inghiottito dai palazzi di Zacks. Sul campo ha mosso i primi passi Giò “Mito” Ryker, grande campione dalla vita un po’ movimentata, che prende a cuore la situazione dei ragazzi di Avercamp e si impegna in prima persona per salvare il campo e, contemporaneamente, se stesso. Ovviamente senza Diabolik il successo sarebbe una chimera: è grazie al nostro criminale del cuore (e ai suoi interessi, ovvio, lui non fa mai niente per niente), che il crimine perde e la giustizia trionfa.

Una partita per la vita è uscito nel 2000, più di vent’anni fa, e già sono presenti tutti i temi che da troppo tempo inquinando il mondo del calcio: il doping, lo strapotere dei procuratori, gli stipendi miliardari, il gossip e la bella vita che sempre più spesso rendono i calciatori degli uomini di spettacolo più che degli sportivi. E allora mi chiedo: siamo sicuri che sia la Superlega e poter risolvere tutti i problemi del calcio? Non funzionerebbero forse meglio il pentothal e le maschere di Diabolik per cambiare alla radice tutto quello che non funziona intorno al pallone? Io non ho dubbi e mi metto fin da subito a distrarre l’ispettore Ginko, per permettere a Diabolik di lavorare il più tranquillamente possibile…

Piccola guida insolita agli stadi di Euro2021 #10

Gli inizi di un tipo molto Speciale [Siviglia – Stadio de la Cartuja]

di Emiliano “el buitre” Fabbri

Quando nel 1999 lo Stadio de la Cartuja è stato costruito, José Mourinho era l’assistente di Louis van Gaal al Barcellona. Uno stadio moderno, uno dei pochi costruiti ancora con la pista di atletica, tanto da ospitare i campionati del mondo di atletica leggera lo stesso anno dell’inaugurazione. Era stato pensato per l’Olimpiade del 2004 poi assegnata ad Atene, così Siviglia si ritrovò con uno stadio eccezionale. Olimpico. Multiuso. Tanto da ospitare anche due finali di Coppa Davis, entrambe con la Spagna trionfante, nel 2004 e nel 2011. Anche se l’inaugurazione ufficiale non poteva che essere fatta con una partita di calcio, il 5 maggio 1999 tra le nazionali di Spagna e Croazia, alla presenza dei reali di Spagna, con la vittoria della Roja per 3 a 1.

Intanto la stagione seguente il coach portoghese decise di mettersi in proprio e tornare in patria iniziando la sua carriera da solista nel Benfica, per poi passare all’União Leiria e infine nel Porto.
Lo Stadio Olimpico de la Cartuja è l’ultimo stadio di Siviglia. Quello nato per l’atletica ma in cui dovevano andare a giocare il Siviglia e il Betis. Quello stadio ripudiato dagli stessi tifosi di entrambe le squadre andaluse che si arroccarono nelle loro curve costringendo le società a rimanere nei rispettivi stadi: il “Ramón Sánchez-Pizjuán” dei Rojiblancos e il “Benito Villamarín” dei Verdiblancos. Così la Cartuja si ritrovò aospitare singoli eventi, ma non a vivere di una vera luce propria. E il primo evento calcistico importante avvenne il 21 maggio 2003, quando la Uefa assegnò a quello stadio la finale di Coppa Uefa.

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Piccola guida insolita agli stadi di Euro2021 #9

Vanno bene anche i Take That [Glasgow – Hampden Park]

di Maurizio Zoja

Portiere Volante fa dell’inattualità il suo credo, diceva alcuni giorni fa il fondatore Gianvittorio Randaccio ai collaboratori di questo sito. Citando Carlo Martinelli, voleva dirci una volta di più che parlare di calcio non vuol dire per forza essere sul pezzo, ma può significare viaggiare con la fantasia attraverso le libere associazioni che un nome ci suggerisce. O almeno così ci piace pensare. Anche perché, chiamati a scattare un’istantanea di Hampden Park, lo stadio di Glasgow, preferiamo decisamente non parlare della nazionale scozzese, visto anche come è andato l’Europeo degli eterni sconfitti del calcio britannico. Del resto, lo scrivevamo su queste pagine già ai primi di febbraio: sognare l’impresa prima di subire una cocente delusione sembra essere il destino dei blu. Sotto sotto speravamo che stavolta sarebbe stato diverso, ma si è visto come è andata: un pareggio quasi epico a Wembley, peccato aver iniziato così male con la Repubblica Ceca, ma ci si poteva qualificare battendo la Croazia. E invece tre pappine proprio ad Hampden Park e tanti cari saluti. E a conferma del fatto che essere scozzesi è una merda, l’ultima partita dell’Europeo in programma a Glasgow (martedì 29 alle 21) è Svezia-Ucraina, un match che sulla carta difficilmente diventerà l’Italia-Germania 4-3 di una delle due squadre.

E allora lasciateci sognare con i flash di alcuni dei concerti che, dal 1987 in poi (relativamente tardi, dato che lo stadio esiste dal 1903) sono stati ospitati dallo stadio nazionale scozzese.
Si iniziò con i Genesis di Invisible Touch, qualche settimana dopo il passaggio da San Siro di Phil Collins e i suoi. Poi tre anni di pausa e, il giorno dopo la finale di Italia ’90, ecco i Rolling Stones, gli stessi che di lì a pochi giorni, date le scarse prevendite per le loro date italiane, avrebbero chiesto a Vasco Rossi di aprire i loro concerti. Richiesta respinta al mittente dal Vasco nazionale, reduce dal primo trionfo a San Siro della sua carriera.

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