Antialmanacco del calcio, il primo, vero libro volante

di Gianvittorio Randaccio

Io, prima di leggere con regolarità in rete la rubrica di Carlo Martinelli (che ora, qui, è diventata libro) non sapevo che l’inno dell’Union Berlino fosse stato interpretato da Nina Hagen o che Giuseppe F., nel 1971, andasse in giro spacciandosi per Giuseppe Zaniboni, giocatore della Juventus, firmando assegni falsi e non pagando al ristorante, e nemmeno dell’arresto dell’arbitro Oreste Dellarole al termine di un Rieti-Perugia del 1947.
La rubrica di calcio e inattualità, Pallonario, che Carlo Martinelli ha curato per un anno su Portiere volante, ha raccolto ogni settimana, giorno per giorno, storie, notizie e curiosità pescate su giornali e riviste dell’epoca e raccontando un calcio, e una società, che sembrano lontani millenni da ciò a cui siamo abituati oggi.
Portiere volante non è e non vuole essere un inno alla nostalgia, alla retorica della bellezza del calcio di una volta, dei numeri dall’uno all’undici e della differita del secondo tempo su Rai2: non è questa celebrazione del passato ciò che ci interessa e che fa dei racconti di Carlo Martinelli quella delizia che sono.

È lo sguardo, invece, ciò che colpisce, l’angolazione con cui queste vicende minime sono riprese, rendendole uniche e memorabili, degne di essere scritte e raccontate. Martinelli mette in fila fatti e misfatti più o meno importanti, osservandoli con occhio puro e disincantato, senza il filtro banalizzatore del racconto sportivo di oggi, infarcito di gossip, social, statistiche e inutilità varie. Inattualità allo stato puro, come ama dire Martinelli, proprio perché racconta il calcio come oggi non fa più nessuno, sia perché è da tempo scomparsa la memoria storica e sia perché è molto più facile e comodo raccogliere like e clic con titoli ammiccanti, invece che investire sulla bontà della notizia e sul modo in cui viene raccontata.
Giorno dopo giorno, Martinelli ci svela un mondo che abbiamo sempre avuto sotto mano e a cui non abbiamo mai riconosciuto la giusta dignità, insegnandoci a vedere le cose, anche le più piccole, con occhi nuovi e pronti alla sorpresa. E a me piace pensare che per noi credenti del pallone (il dio Eupalla, come diceva qualcuno), tristemente orfani di idoli ed eroi contemporanei, questo Antialmanacco possa diventare una specie di calendario laico da appendere al muro, che al posto dei santi festeggi ogni giorno gli eroi tragicomici raccontati da Martinelli: così il primo dicembre si ricorderà Victor Benitez, giocatore peruviano del Messina, il 12 novembre Giuseppe Murgia, calciatore sardo venduto in cambio di una capra, e il 7 settembre, magari, si celebrerà Diego Armando Maradona, perché non solo di sconosciuti si parla, va sottolineato. Un calendario senza anno bisestile, d’accordo, ma non per questo meno necessario, da consultare anche negli anni a venire perché, si sa, l’inattualità non passa mai di moda.

Il campionato in panchina_Piacenza-Padova

Emiliano “el Buitre” Fabbri

Quando supero il ponte sul fiume Po ed entro nella Primogenita spero di essermi lasciato dietro la scighera lombarda, e invece no, questa domenica la nebbia non ne ha voluto sapere di rimanere a nord del fiume e anche Piacenza è colorata di un grigiore autunnale. Quando arrivo allo stadio Garilli bisogna accendere già i fari, nonostante sia appena l’ora di pranzo. Oddio, non è quel nebbione che impedisce la nostra gara col Padova, ma una foschia densa che offusca le lampade accese sulle torri dello stadio. Che poi diciamoci la verità, non è tanto il freddo quello che ti frega, ma l’umidità!

Con questo must mi siedo in panchina per giocarci una gara difficile contro una squadra attrezzata per andare in cadetteria. Il tempo di assorbire quell’umidità che scende dal tetto nebbioso sopra lo stadio, che sul campo viene esibito a tutti i tifosi il “Tiraggir Garilli’s Edition”, produzione diretta del piede sinistro di Cosimo Chiricò. Forte ’sto Padova. Noi ci proviamo, e non dobbiamo fare nemmeno il minimo errore altrimenti… Ceravolo raddoppia. Vabbe’, andiamo nello spogliatoio sotto di due. Come due sono i cambi che fa mister Scazzola per provare a riprendere la partita, cercando sempre di evitare di subire il terzo gol… di Jelenic. Il Padova gioca col 4-3-3 e gli ultimi 3 hanno segnato. Tutto il tridente è entrato nel tabellino. I tifosi continuano a cantare perché vedono che al netto delle differenze tecniche, la squadra suda e onora la maglia bianch e russ. E allora la famosa bandiera è sventolata dall’ultimo arrivato, e ultimo entrato in campo: Filip Raicevic. Al suo primo gol col Piacenza, mette la testa su un cross e permette a tutti di tornare nella pancia dello stadio non dico felici, ma almeno con un pizzico di malinconia in meno. I tifosi ci chiamano sotto la curva. Per loro il risultato conta, ma conta ancor di più quanto si è dato: tutto. Applausi per noi. E ovviamente applausi per il Padova che chissà se rivedremo l’anno venturo ancora nel campionato di serie C.
Quando riprendo la via di casa la nebbia è rimasta lì, alta nel cielo, solo che adesso s’è fatto buio. Che poi diciamoci la verità, non è tanto il freddo quello che ti frega, ma l’umidità…

Il campionato in panchina_Piacenza-Renate

dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Una delle cose belle del calcio è che a ogni partita rivedi qualcuno con cui hai condiviso qualche momento. Questa domenica al Garilli torna uno che ha scritto qualche pagina importante per questa società, vincendo campionati e diventandone capitano: Jacopo Silva. Per tutti “Apo”. Inizia così Piacenza-Renate, con l’abbraccio con Apo. Poi arriva la partita. Veniamo da due belle prestazioni in campionato e il passaggio di turno in Coppa di mercoledì a Modena dopo centoventi minuti e una decina di rigori. Non faccio in tempo a sedermi in panchina che abbiamo quattro dicasi quattro occasioni in due minuti. Ma quattro di quelle occasioni in cui ti guardi in faccia coi dirigenti vicino a te e con lo sguardo vi interrogate sulle congiunture astrali per le quali queste quattro occasioni siano state sciupate. Nei successivi minuti la musica non cambia, produciamo calcio a ritmo industriale, e quello sguardo interrogativo rimane, perché se non riesci a segnare quando giochi bene e produci palle gol allora pensi che alle congiunture astrali il Piacenza gli stia sui… pianeti. Così quando al quinto minuto l’arbitro ci fischia un rigore non sappiamo a che santo votarci, perché tutte le indicazioni scaramantiche portano a brutti pensieri. Ci pensa capitan Cesarini a farci finalmente urlare per un gol. Non facciamo in tempo a risederci che Andrea Corbari ci fa urlare di nuovo. Ora sì che in panchina scattano i primi sorrisi. Quando la nostra barriera devia una punizione di Galuppini nella nostra rete si affacciano ombre sui nostri volti.

Nel secondo tempo le cose non cambiano, perché questa domenica giochiamo veramente bene, teniamo i ritmi alti e facciamo gol. Anche il terzo. È Yusupha Bobb che col suo mancino decide di farci perdere la voce. È così che lascio lo stadio. Non prima di aver riabbracciato Apo e avergli fatto gli auguri per l’arrivo della sua piccola Ludovica. Ma una partita come quella di oggi merita un brindisi, e così mi rivedo con l’amico Marco di Piacenza per un aperitivo. Parliamo anche di pallone, perché in fondo il pallone è la scusa per stare insieme agli amici. Stasera me ne torno a Lodi così. Felice. E senza voce.

Il campionato in cucina_Inter-Udinese


dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

È da qualche tempo che ho un sospetto segreto, e cioè che Ignacio Pussetto non sia Ignacio Pussetto, ma bensì Novak Djokovic. Basta accostare le foto dei due per rendersi conto della loro estrema somiglianza, anche se le schede dei due giocatori dicono che Pussetto è alto un metro e ottanta e pesa 74 chili, mentre Djokovic è alto un metro e ottantotto e pesa 77 chili. Ho cercato delle informazioni on line ma nessuno sembra essersi accorto di questa cosa, e non è facile se stabilire se qualcuno li abbia potuti vedere almeno una volta nello stesso posto e alla stessa ora per confutare ogni dubbio. Certo, deve essere dura per un giocatore di tennis essere contemporaneamente l’attaccante dell’Udinese, correndo da una parte all’altra del mondo per giocare, chessò, Udinese-Verona quando solo poche ore prima magari eri a Pechino per un torneo internazionale. E uno potrebbe anche chiedersi come, se sei Novak Djokovic, leggenda multimilionaria del tennis, ti possa venire in mente di fingere di essere Ignacio Pussetto, simpatico calciatore argentino mai veramente esploso, ma chissà, la gente è strana e magari Djokovic prova un tale piacere nel giocare alla Dacia Arena che ha messo su tutto questo assurdo e inverosimile teatrino nonostante gli renda la vita un bel po’ complicata.

Ieri c’era Inter-Udinese e avrei visto volentieri Pussetto per cercare delle conferme a questa mia bizzarra idea ma, guarda un po’, Pussetto non c’era, pare per un infortunio, mentre Djokovic era a Parigi per il ritorno al tennis giocato dopo il k.o. agli Us Open. Mi è sembrata una strana coincidenza, e una volta di più mi sono detto che è evidente che se Djokovic è a Parigi per un torneo non può essere a San Siro per giocare contro l’Inter. Pussetto, tra l’altro, avrebbe fatto comodo all’Udinese l’altro giorno, soprattutto nel secondo tempo, quando il Tucu Correa in pochi minuti ha segnato una doppietta e all’Udinese sarebbero servite forza fresche per cercare di rimontare, magari con l’estro e i guizzi di questo argentino tecnico e veloce. E invece no, Pussetto non c’era, forse era a Parigi, e Deloufeu non è riuscito a risollevare le sorti dell’incontro che, alla fine, ha visto prevalere l’Inter in scioltezza.
È stato difficile, per me, vedere la partita, devo ammetterlo, per poter poi fare la solita cronaca dettagliata: questo infelice orario dell’anticipo della domenica, infatti, mi ha costretto a tenere il computer in bilico tra il tostapane e il bollitore, mentre pestavo l’avocado per il guacamole e poi tagliavo le zucchine per una veloce pasta da mangiare a pranzo. A questo proposito, mi chiedo se DAZN e la lega calcio non possano fare qualcosa per i poveri tifosi cuochi come me, che alle dodici e mezza di una qualunque domenica non possono godersi una partita in santa pace: sarebbe bello, magari, farmi arrivare una pizza intorno alla una e un quarto, quando c’è l’intervallo, oppure pensare a un robusto brunch in tarda mattinata per non soffrire la fame durante la partita o anche a un paio di panini da mangiare sul divano, facendo attenzione a non sbriciolare. Oppure, e forse sarebbe la cosa più facile, togliere questo benedetto anticipo delle dodici e trenta, che mi sembra una delle tante e inutili idee per promuovere un gioco che non ha nessun bisogno di essere promosso.

Inter-Udinese 2-0
Correa 60’, 68’.

Il campionato in panchina_Piacenza-Juventus under23


dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Le partite infrasettimanale sono sempre scomode per chi fa del calcio un hobby. Come me. Bisogna far combaciare i turni lavorativi e gli impegni familiari, non solo i miei, ma anche quelli di mia moglie, perché al Garilli può arrivare anche la Juventus, ma mia figlia Sophia qualcuno a scuola dovrà pur andare a prenderla. Questa volta ci va Sara, colei che incastra la sua vita in base a un pallone che rotola sui campi di serie C. Io devo andare al Garilli. Sarà pure la squadra Under 23, ma il nome evoca sfide d’altri tempi, quando Garilli era il Presidentissimo del Piacenza tutto italiano e la Juve che sfidava era quella dei grandi. In attesa di tempi migliori, oggi ci interfacciamo con l’unica “seconda” squadra delle big. Quello delle seconde squadre era un progetto nato tra squilli di tromba mediatici per far crescere i propri giovani in casa, sull’entusiasmo dell’era calcistica in cui imperversava il fútbol della “masia” blaugrana. Ma le cose non sono andate esattamente come si pensava, e di seconde squadre ne è nata solo una, quella juventina, mentre le altre big si sono defilate.


Noi arriviamo a questa partita nel pieno di un periodo difficile, e l’ultima volta dal Garilli siamo usciti sotto i fischi. Stavolta però partiamo bene. Sembriamo un’altra squadra rispetto alle ultime uscite. Ritmi alti, intensità, azioni avvolgenti. Siamo sempre in procinto di schizzare dalla panchina per esultare ma ci manca sempre quel pizzico di qualcosa per farci saltare in piedi. Battiamo otto calci d’angolo in meno di mezz’ora, e su uno di questi finalmente esplodiamo. Andrea Corbari entra di prepotenza e col suo piedone la butta dentro. L’urlo di gioia rimbomba nella notte di Piacenza. Purtroppo non riusciamo a replicarlo, e all’inizio del secondo tempo ne paghiamo le conseguenze. Quando il tempo si conta ancora in secondi, la Juventus pareggia. Sempre da calcio d’angolo. Abbiamo troppa voglia di vincere. Ci proviamo mentre su Piacenza cala il freddo. Alla fine rischiamo anche la beffa, ma San Pratelli ci mette la manona e ci porta al triplice fischio delusi e contenti. Delusi per il risultato, contenti per la prestazione. Questo i nostri tifosi lo comprendono. Se una settimana fa per il pareggio 1 a 1 con la Giana Erminio siamo usciti sommersi dai fischi, stasera con il medesimo punteggio usciamo tra gli applausi. Perché come diceva il boemo Zdenek Zeman: ”Il risultato è casuale, la prestazione no”.

Il campionato in salotto_Inter-Juventus


Dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Qualche settimana fa ho comprato un televisore, anche se in genere non lo guardo quasi mai: quello vecchio, però, non sarebbe andato d’accordo con il nuovo digitale terrestre, così, dopo attenti studi, mi sono procurato un 43 pollici di un marchio serio e affidabile e ho cominciato una nuova vita da moderato utilizzatore di tv. Le mie brevi ricerche mi hanno fatto diventare anche un piccolo esperto di questa fetta di mercato, così negli ultimi tempi se vado a casa di qualcuno controllo sempre il televisore (o i televisori, a volte), per cercare di capire se la mia scelta sia stata ponderata o meno, in relazione alle scelte degli altri.

Inter-Juventus la vedo con la Ester e qualche amico del gruppo a casa di Filippo, che dispone di un 52 pollici con un bel design, elegante, sui toni del nero, due piedini laterali, perfettamente inserito al centro di una parete del soggiorno, con un divano alla giusta distanza che permette un’ottima visione. Mi rendo subito conto che la qualità dell’immagine è ottima: niente rallentamenti o sfarfallamenti, buona definizione e colori brillanti ma che non affaticano troppo l’occhio. Con un monitor così grande nulla può sfuggire al telespettatore medio, anche grazie ai sempre più impietosi replay che le regie moderne utilizzano a profusione: ci si accorge facilmente, per esempio, che Dybala ha dei bellissimi occhi verdi, che Simone Inzaghi ha il doppio mento e tende a produrre leggeri fili di bava quando protesta veementemente e che il ciuffo di McKennie è simile in tutto e per tutto a quello di Mirko dei Bee-Hive.

Anche la partita si vede bene, per carità, ed è una partita che sembra partire benissimo, con il gol del cigno di Sarajevo Dzeko e con un’Inter che sembra padrona del gioco, anche se di occasioni, da entrambe le parti, non è che ce ne siano molte: il tempo trascorre tranquillamente, nonostante una certa tensione non abbandoni mai noi poveri tifosi. A un certo punto penso che sarebbe bello vincere 1-0, a corto muso, come piace ad Allegri e come fa sempre la Juve, e accarezzo quest’idea con una certa soddisfazione. Anzi, quando Perisic, in contropiede, fallisce il 2-0 sono quasi contento, il secondo gol non è previsto nel corto muso, a meno che poi la Juve non ne segni un altro a sua volta. O almeno credo.
La vera scossa arriva, ahimè, verso l’ottantacinquesimo: Marcello arriva misteriosamente da San Felice per vedere il recupero ed entra in casa poco prima che Dybala segni il rigore del pareggio, spostando evidentemente degli equilibri, molto più di Bonucci. E così niente vittoria, niente corto muso, niente crisi della Juve. Se fossi uno dei personaggi dei Topolino che legge la Gaia potrei dire Sob! oppure Sgrunt!, o anche Gasp! o Ulp!, invece sono con la Ester e mentre mestamente torniamo a casa non posso fare altro che pensare alle cose che vorrei dire ma è meglio che non dica.

Inter-Juventus 1-1
Dzeko 17’, Dybala 89’ (R).

Il campionato in panchina_Piacenza-Giana


dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Erminio Giana era un sottotenente degli Alpini, eroe della prima guerra mondiale. Un ragazzo neanche ventenne sacrificato su uno dei monti della Grande Guerra in nome di non si sa quali ideali. Nella sua città però di ideali ce n’erano già nel secolo scorso, così decisero di dedicargli la locale squadra di calcio. La città è quella di Gorgonzola e la sua squadra è la Giana Erminio. Unico caso di squadra che porta nome e cognome di una persona, oltretutto neanche collegata al calcio o allo sport in generale, ma più simbolicamente al territorio che la rappresenta. La Giana, perché oggi così è conosciuta, ha viaggiato per anni all’interno della Lombardia, in campionati dilettantistici, fino a quando ha deciso di fare un salto triplo dalla promozione alla serie C e, cosa più importante, di rimanerci. Nel nome dell’alpino Erminio, i fautori di questa scalata sono due: il presidentissimo Oreste Bamonte e Cesare Albè: il Ferguson della Martesana. I due sono imprescindibili uno dall’altro, perché il presidente ha fatto la fortuna del mister. E viceversa. Albè è stato allenatore per oltre vent’anni, e neanche le retrocessioni lo hanno schiodato dalla panchina, e oggi è diventato vicepresidente. Con lo spirito degli alpini la Giana combatte ogni anno per la salvezza. Riuscendoci. Oggi viene al Garilli. Tra loro tante persone che ho conosciuto nella mia prima vita calcistica nei dilettanti lombardi da direttore del Fanfulla, e ritrovarsi tra i professionisti è sempre un grande piacere. Poi l’amicizia va bene, ma c’è una partita da vincere, cosa che vogliamo entrambi.


Questa è la classica partita che inizia col tepore di una domenica soleggiata di ottobre e finisce al bordo del tramonto, quando bisogna coprirsi dal fresco e dall’umidità che avvisano che l’inverno è alle porte. E la nostra partita rispecchia tale giornata, perché sotto il sole del primo tempo siamo più attivi e riusciamo ad andare in vantaggio con Rabbi, ma quando inizia il freddo non riusciamo a coprirci, e su un rimpallo nella nostra area piccola subiamo il pareggio. Al Garilli si aspettavano qualcosa di più, e dalle tribune non lo nascondono. L’uscita dal campo è sotto i fischi che rimbombano fin dentro gli spogliatoi. Esco dallo stadio quando ormai è buio, non prima di salutare Fabio il custode e Piero il magazziniere, uomini preziosi del Garilli. Me ne torno a Lodi. In auto la mia testa però rimane dentro gli spogliatoi, in testa mi rimbombano quei fischi. Stasera sarà dura andare a dormire…

Il campionato in panchina_Piacenza-Pro sesto


dal nostro inviato Emiliano “el buitre” fabbri

Quindici giorni senza partite sono illegali. Due settimane senza calcio sono lunghissime da passare. Sì, vabbè, Serie A, Nazionali, coppe varie, ma vuoi mettere la Serie C? Domenica scorsa partita rinviata proprio a causa delle nazionali, visto che sia noi che la Juventus Under 23 avevamo almeno tre giocatori convocati nelle nazionali, e da quel limite può scattare il rinvio della gara, cosa regolarmente avvenuta. Ma intanto io, e tanti altri, siamo rimasti in attesa di tornare allo stadio. Dal vivo. E il ritorno coincide con l’arrivo a Piacenza di una delle tre squadre del nostro girone che insieme al Vercelli e alla Patria ha nella denominazione la Pro. Ovvero la Pro Sesto. From Sesto San Giovanni: la Stalingrado d’Italia.

Ho così tanta voglia di tornare in panchina che arrivo così presto che quasi apro lo stadio. Aspetto gli arbitri, gli controllo il green pass, arrivano le squadre. L’avvicinamento a una partita ha qualcosa di sacrale. La tensione sale con l’avvicinarsi del fischio d’inizio. Oggi è una di quelle partite che inizia col sole e finirà col buio, con l’impianto d’illuminazione che sarà attivato all’intervallo. Allora ce lo godiamo questo sole, in attesa del fischio d’inizio. Perché quando l’arbitro fischia, i duri cominciano a giocare. Noi purtroppo di duro oggi abbiamo poco, e dal primo fischio al triplice riusciamo ad arrotolarci su noi stessi. Così dalla panchina assisto inerme al fatto che ci facciamo un gol da soli con un retropassaggio di testa a pallonetto, con l’unico problema che il portiere era uscito e nessuno dei due se ne era accorto, e si sa, tra i due litiganti il terzo gode, e quello che gode ha la maglia della Pro Sesto. Vabbè, abbiamo tempo per recuperare, basta avere pazienza e stare attenti a non prendere il secondo. Cosa che regolarmente avviene con un colpo di testa dal limite dell’area con squadra schierata con modulo “subbuteo”. Vabbè, manca ancora un tempo e mezzo, basta avere pazienza. Allo scadere del secondo minuto di recupero Codromaz si riscatta, e dopo aver fatto il retropassaggio killer al nostro portiere, decide di infilarsi in un rimpallo, questa volta nell’area giusta, e riapre la partita, regalando una soddisfazione al popolo piacentino. Peccato che sia l’unica e ultima della partita. L’intervallo vive sull’onda dell’entusiasmo della rivitalizzazione e con la speranza di alzare i ritmi nella ripresa per riprenderla. Ci proviamo. Affondiamo. Ci buttiamo in avanti, ma l’unica cosa che riusciamo a segnare sul tabellino dell’arbitro è l’espulsione del nostro capitano. L’ultimo quarto d’ora è un misto di speranza e sofferenza, ma al triplice fischio, quando ormai a Piacenza è sera, sul Garilli cala definitivamente il buio. Perdiamo uno a due. Le due settimane d’attesa per tornare in campo finiscono con l’amaro di questa sconfitta che brucia. E allora penso che forse come al solito aveva ragione il Barone Liedholm quando diceva che: «L’allenatore di calcio è il più bel mestiere del mondo, peccato che ci siano le partite».

La fabbrica della nebbia


di Gino Cervi

Ma “la madre di tutte la partite del Milan sospese per nebbia” è quella contro la Stella Rossa, il 9 novembre 1988, quarto di finale di ritorno della Coppa dei Campioni. È da un paio d’anni il nuovo scintillante Milan di Berlusconi. Nella stagione precedente, dopo quasi un decennio di mestizie, retrocessioni e quasi fallimenti societari, i rossoneri hanno vinto il campionato. Sono i primi frutti dell’ambizioso progetto del magnate brianzolo delle televisioni: «Farò del Milan la squadra più forte del mondo!». In virtù della conquista dello scudetto, l’11° della storia rossonera, il Milan torna a giocare la Coppa dei Campioni, che non vince dal 1969.

Agli ottavi di finale, all’andata, a San Siro, i rossoneri vengono fermati sull’1-1 dalla talentuosa compagine allora jugoslava. Il ritorno si prevede assai complicato: i rossoneri devono espugnare, nella consueta bolgia di tifo assordante, il famoso, e famigerato, Marakanà di Belgrado. Nella curva degli ultras della Stella Rossa – anzi della Crvena Zvezda – sta facendo il suo apprendistato di violenze organizzate la formazione paramilitare nazionalista serba delle Tigri di Arkan, guidate dal criminale, prima comune e poi di guerra, Zeliko Raznatovic, che di lì a pochi anni, nel conflitto balcanico che dilanierà la Jugoslavia, diverrà tristemente noto proprio con il soprannome di “Comandante Arkan”. Il Milan di Arrigo Sacchi deve fare a meno, per infortunio, di uno dei suoi giocatori simbolo: Ruud Gullit. La partita si mette male: per tutto il primo tempo il risultato rimane bloccato sullo o-o, che significherebbe qualificazione degli slavi. All’inizio della ripresa scende su Belgrado un nebbione mai visto. Non solo non si vede nulla da casa, perché le riprese televisive pescano invano immagini di gioco dentro il muro grigio di foschia, ma niente si vede, o quasi, né dagli spalti né dalla panchina. Ma dopo 5’ della ripresa si sente un boato: ha segnato Dejan Savicevic, il numero 10 della Stella Rossa, che verrà qualche anno dopo a deliziare noi tifosi milanisti. Il gol lo può immaginare appena, sia alla tv sia in campo. Non passano però molti minuti che l’arbitro, il tedesco Pauly, è costretto a fermare il gioco per verificare se ci sono le condizioni per continuare partita: la nebbia è sempre più fitta e, tra le proteste degli jugoslavi, il direttore di gara decide di sospenderla. La UEFA viene in soccorso della sorte milanista: il regolamento infatti prevede che una partita sospesa per maltempo debba essere recuperata il prima possibile, magari già il giomo dopo. E debba ricominciare “da capo”, annullando il punteggio acquisito sul campo. Forse sarà stato San Siro, inteso come santo, a intercedere, ma quella è una vera “grazia ricevuta” per il Milan che può azzerare una partita che stava azzerando i sogni di gloria europea, suoi e del suo presidente rampante.

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Il campionato in panchina_Pergolettese-Piacenza


di Emiliano “el buitre” Fabbri

Lo stadio Voltini di Crema è uno di quegli stadi antichi, nel senso bello del termine, incastonato nel tessuto urbano, in cui da dentro vedi le palazzine costruitegli addosso durante i suoi centouno anni di storia. Uno di quegli stadi in cui il traffico intorno viene stravolto anche per una partita di serie C con un migliaio di spettatori. Uno di quelli sono io. Crema dista quindici chilometri da Lodi, ed è la trasferta più vicina. A dire il vero è più vicina anche delle partite in casa, visto che Piacenza dista il doppio.

Dicevamo del Voltini, uno di quegli stadi in cui devi trovare parcheggio in qualche zona limitrofa, e comunque in un parcheggio che non sia proprio dello stadio ma di qualche altra cosa. Io decido di posteggiare nel parcheggio di un centro commerciale. Sempre limitrofo. In questo stadio ci giocano le due squadre di Crema, che, a dispetto dei suoi trentacinquemila abitanti ha una squadra in serie D: il Crema; e una in C: la Pergolettese. Ovviamente oggi noi giochiamo con quest’ultima. L’amicizia tra società e il gemellaggio tra i rispettivi tifosi, accomunati dalla poca simpatia per gli omologhi cremonesi, la rende una partita tranquilla. Frequento questo stadio da anni, da quando ero al Fanfulla, e così entrarci porta a rivedere facce amiche. Al bar dello stadio, tra un panino al salame e un caffè aspetto l’inizio della partita chiacchierando di football. Il caffè però me lo bevo insieme ad Alessandro, vicini ma divisi dalla recinzione: lui in campo, io in tribuna. La serie C è anche questa. Poi c’è la partita. Nella prima vera giornata autunnale del 2021, in questa uggiosa domenica 3 ottobre, partiamo a razzo. Andiamo in vantaggio con Andrea Corbari con un tap-in di suola, quasi un colpo da foot-volley, e raddoppiamo con Edgaras Dubickas. In entrambi i gol c’è il piede magico di Alessandro Cesarini, che solo per caso, e per bravura di Galeotti, portiere “cannibale”, non si iscrive sul tabellino dei marcatori. Sono seduto da solo in tribuna. Oltre le due curve ei distinti, ci sono due tribune. Quella centrale che centrale non è. E quella laterale che è effettivamente tale. Mi spiego meglio: la tribuna centrale, meglio chiamarla principale, è posta su una metà campo, quella di destra guardando il campo, mentre quella effettivamente laterale è posta sul lato sinistro. La differenza sostanziale che quella centralechecentralenonè è più alta. Tra le due tribune, all’altezza della linea mediana ed anche ad altezza uomo c’è il bar. Terminata la disgressione architettonica inizia il secondo tempo, in cui il Pergo prima ci prova, e a metà tempo segna su rigore con l’italo-ecuadoregno Jonathan Kevin Varas Marcillo. Poi ci crede. E alla fine ci riesce, pareggiando in pieno recupero ancora su rigore con la ex promessa romanista Filippo Maria Scardina. Finisce con le proteste dei nostri giocatori per il secondo rigore subito, ma si sa, come diceva lo Zio Vujadin: “Rigore è quando arbitro fischia”, e oggi il sig. Domenico Mirabella della sezione di Napoli ha fischiato due volte. Esco da solo e mi avvio verso il parcheggio del centro commerciale per prendere la macchina e tornare a Lodi, deluso per una vittoria sfumata. Rimugino sulla partita e mi torna in mente che Scardina, colui che ha pareggiato, è il figlio di Fiorenza Marchegiani, la protagonista del primo film di Massimo Troisi Ricomincio da Tre. E allora cerco di consolarmi ripensando a quando Marta rivolgendosi a Gaetano gli dice: “Quando c’è l’amore c’è tutto”. Ma poi ripendo alla risposta di Gaetano: “No, chell’ è ‘a salute!”.