Il campionato dalla sala da pranzo_Sassuolo-Inter


dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Con il trasferimento di Messi al Psg, Francesco Magnanelli è passato al secondo posto nella classifica europea dei giocatori fedeli a una maglia, dietro solo a Mark Noble del West Ham. Magnanelli ha trentasei anni, gioca a Sassuolo dal 2005, è una bandiera, il capitano della squadra, anche se ormai lo si vede poco in campo (settanta i minuti giocati finora dall’inizio della stagione). Insomma, un giocatore al termine della carriera, che passa molto del suo tempo in panchina, a sostenere e consigliare i giovani compagni, dando comunque il suo contributo quando viene chiamato in causa.

Con tutto il tempo libero che ha a disposizione, negli ultimi tempi Magnanelli si è appassionato ai libri di un suo quasi omonimo, Giorgio Manganelli, uno scrittore colto e originale, dalla prosa raffinata e divagante. Ha cominciato da Hilarotragoedia, uno speciale viaggio negli inferi (che Francesco ha letto tre volte, perché è ben difficile capirlo), per poi passare a tutti gli altri, metodicamente. Sabato sera ha cominciato Lunario dell’orfano sannita, un cosiddetto testo minore, una raccolta di articoli di costume e società pubblicati in precedenza su quotidiani e settimanali. Dalla panchina, mentre l’arbitro Pairetto fischiava l’inizio di Sassuolo-Inter, con grande stupore Magnanelli si è reso conto che nel primo articolo del Lunario Manganelli si dà al calcio, descrivendo regole e rituali di uno sport che sembra conoscere solo per sentito dire. Magnanelli sorride, in panchina, mentre legge, appena distratto dalla partita che si svolge davanti a lui: il suo quasi omonimo parla di «ventidue giovanotti in uniforme sommariamente araldica», oppure di «ventidue ragazzotti incolti e milionari», per poi passare agli spettatori, che «sempre meno ricorrono alle parole, noiosamente dilatorie, e si esprimono per berci corali, digrigni, esplosioni di bave», assistendo indiavolati alla partita.

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Il campionato in panchina_Piacenza-Legnago


di Emiliano “el buitre” Fabbri

Le partite infrasettimanali sono le più scomode logisticamente. Almeno per quelli che lavorano come me e sono nel mondo del calcio per hobby e per passione. Ma sempre in maniera professionale. Così nel primo pomeriggio esco dall’ufficio e imbocco la via Emilia. Direzione Piacenza. La campagna lodigiana mi accompagna fino al confine tra le due province. Che poi è il confine regionale. Che poi non è altro che il fiume Po. Il confine sulla via Emilia è posto sul ponte di Sua Maestà il Grande Fiume, quello stesso ponte crollato il 30 aprile 2009 e che solo per caso o per fortuna non fece vittime, e che dopo un anno e mezzo venne ricostruito, con l’acciaio riciclato del vecchio ponte, per riunire e rinsaldare i due territori: il lodigiano e il piacentino.
È ancora estate in questo mercoledì 29 settembre 2021, il fiume scorre placido e il Garilli è ancora vuoto. Passo in segreteria, dove Federico mi ha lasciato la nuova divisa sociale, così vado in uno degli sterminati spogliatoi nella pancia dello stadio e mi cambio. Mi sembra di tornare indietro nel tempo, quando da bambino, ma anche da ragazzo, mi cambiavo prima della partita, solo che invece di indossare maglia, pantaloncini e scarpini, oggi indosso giacca e pantaloni. Ora sono pronto per partecipare a Piacenza-Legnago, settima giornata di serie C. Una giornata in cui andiamo alla ricerca della prima vittoria in campionato, visto che ad oggi abbiamo esultato solo in Coppa Italia. Davanti abbiamo una squadra dal sapore antico, proveniente dalla provincia veronese ai margini del fiume Adige, col nome da squadra di un fusball d’altri tempi: Football Club Legnago Salus.

Anche per noi dirigenti ci sono le incombenze pre-partita. Anche noi dirigenti abbiamo i nostri riti. Così io esco dal tunnel sempre al fianco di Alessandro mentre dagli altoparlanti dello stadio la canzone popolare piacentina T’al digh in piasintëin accompagna l’entrata in campo delle squadre. E di noialtri. E dire che la scorsa stagione ho cantato quella canzone. Io, ciociaro di nascita e lodigiano d’adozione, per una scommessa tra me e Alessandro, mi sono esibito in piacentino per festeggiare la salvezza. Ora le prospettive sembrano essere più rosee, ma comunque ripartono dal Legnago. Partenza scoppiettante, come direbbero i telecronisti di un Novantesimo minuto d’antan. Ci piazziamo nella loro metà campo e al quarto d’ora scattiamo in piedi. Fallo su Giordano. Rigore per noi! Il fischio di un calcio di rigore provoca un’esplosione nell’animo. Si scatta in piedi alla disperata richiesta del fischio, che quando arriva provoca un’esultanza intensa, ma breve. Brevissima. A cui segue un moto di training autogeno finalizzato a riportare la calma in noi stessi e nelle persone a noi vicine. In questo caso allenatori, dirigenti e giocatori in panchina. Per un motivo semplicissimo: quel rigore dato deve essere realizzato. Al momento del rigore ognuno ha le sue fisime. Alcuni si girano, altri si mettono le mani sul volto, qualcuno si gira verso gli spalti. Io lo guardo. Fisso la porta in attesa che il pallone entri. E per fare questo è stato chiamato il capitano Alessandro Cesarini, all’anagrafe calcistica ribattezzato il “Mago”, e il suo soprannome abbinato alla maglia numero 10, da sempre simbolo di classe e qualità, ci rende un po’ più sereni. Ma mai tranquillissimi. Ma questa volta Alessandro decide di tener fede a tutte le aspettative e spiazza il portiere. Gol! Ora sia che possiamo esultare veramente! La partita scorre con la sensazione di poterla chiudere. Ma non la chiudiamo. Alla fine loro prendono quasi la consapevolezza che la possono riprendere. Ma non la riprendono. Finisce che vinciamo noi. Per la prima volta in questo campionato. E ci liberiamo in sorrisi e abbracci. Fin dentro lo spogliatoio quando la gioia ha sempre la sua coda festosa, e dove stanotte l’abbraccio più bello è ha un sapore incantato: è l’abbraccio col Mago!

Il campionato sotto le coperte_Mantova-Piacenza


dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Questa volta il meteo ci ha azzeccato. A Mantova c’è il nubifragio. E anche a Lodi. Così in questo antipasto autunnale mi metto in tuta e mi imbusto sotto le coperte. Perché sono rimasto a casa e mi risparmio l’acqua di Mantova. E anche quella di Lodi.
Alle cinque e mezzo del pomeriggio Mantova e Piacenza entrano sul prato del Martelli già in stile piscina, mentre il mio unico sforzo è mettere col telecomando Sky. Sì, perché da quest’anno la Serie C va anche su Sky, e per questa domenica una delle partite del palinsesto è proprio la nostra. Dopo nemmeno venti giorni dalla Coppa Italia ritroviamo il Mantova. Loro bianchi candidi con banda trasversale rossa. Noi verdi. La pioggia che scende non lascia speranze ad aperture e così si mettono tutti l’anima in pace. Chi può si ripara sotto ombrelli o panchine. I mister invece prendono rigorosamente l’acqua. E la prendono tutta. Si capisce subito dalle pozzanghere che la partita sarà viziata da questo fattore, infatti ogni entrata difensiva sembra non finire mai e fa alzare schizzi in ogni dove. Nonostante questo alla metà esatta del primo tempo noi battiamo una punizione così precisa che sembrava di giocare sul sintetico. Schema millimetrico e la testa di Corbari fa schizzare l’acqua nella rete virgiliana.

Pausa di riflessione: Andrea Corbari ha 27 anni, l’anno scorso alla sua prima stagione di C ha segnato nove gol. Da centrocampista. È stato uomo mercato e alla fine è rimasto a quel Piacenza che l’ha preso dai dilettanti dove aveva giocato fino ad allora. Riflessione sulla pausa: Andrea Corbari è l’esempio di come lo scouting delle società professionistiche sia spesso approssimativo, perché nei dilettanti ce ne sono ancora tanti di Corbari da andare a pescare.
Intanto il Mantova si riprende e in cinque minuti prima pareggia, sempre di testa, con Guccione, e poi va in superiorità numerica perché Parisi prende un rosso per una gomitata. Almeno così ha deciso Adalberto Fiero da Pistoia. Qui si fa difficile, e sotto l’acqua si rischia l’imbarcata. Scazzola lo sa. È bagnato dalla testa ai piedi nonostante il kway d’ordinanza. Ma reggiamo l’onda mantovana. La reggiamo anche bene. Arriviamo addirittura in parità numerica perché Paudice decide che sotto l’acqua non ci vuole giocare e dopo un minuto uno dalla sua entrata in campo si fa cacciare. Sempre da Fiero. Passano appena cinque minuti che i nostri sogni di gloria sono bagnati dalla seconda espulsione. Marchi prende il secondo giallo. Ancora da Fiero. E va fuori. Resistiamo. Bagnati. Fracidi. Infreddoliti. Ma resistiamo. Piove così tanto che sul campo non fa in tempo a formarsi il fango. C’è solo acqua, tanto che le maglie bianche del Mantova sembrano lavate di fresco. E proprio una di quelle maglie, la numero 11 di Caio De Cenco, in pieno recupero, fa naufragare definitivamente i nostro sogni di gloria. La prima sconfitta stagionale non fa smettere di cantare gli oltre cento tifosi che hanno preso più acqua di mister Scazzola. Anche se così fa male. Spengo Sky. Chiudo tutto. Fuori piove…

Il campionato a Venezia_Inter-Atalanta


dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Io ogni volta che vado a Venezia mi rileggo Venezia è un pesce di Tiziano Scarpa, un po’ perché è un libretto bellissimo, un po’ perché lo leggi tranquillamente nel tragitto in treno e un po’ perché ogni volta mi sembra di essermelo dimenticato e invece poi scopro di ricordarmelo benissimo.

Per un fine settimana a Venezia con le proprie figlie Venezia è un pesce è perfetto, perché ti permette di raccontare loro delle cose belle, interessanti e divertenti senza essere pesante, pedante o misterioso. E quindi ecco che spieghi perché Venezia è un pesce, apri la cartina e fai vedere che «il ponte che la collega alla terraferma assomiglia a una lenza: sembra che Venezia abbia abboccato all’amo», oppure rifletti con loro sull’idea che «stai camminando sopra una sterminata foresta capovolta, stai passeggiando sopra un incredibile bosco alla rovescia», per il fatto che Venezia è inchiodata al fondale con migliaia di «alberi capofitti a testa in giù», circondati da un’immensa distesa d’acqua. E così via, per mille canali, calli, campi, fondamente, ponti e sestieri.
E quasi non fa niente che sabato 25 settembre, mentre tu giri per Venezia, è prevista la partita di cartello Inter-Atalanta. Lo sapevi, prima di programmare il viaggio, ma hai fatto finta di niente, pensando che, insomma, il calcio e l’Inter non possono essere delle cose così importanti, ogni tanto si possono mettere anche in secondo piano. Certo, hai provato a buttare lì di andare a vedere lo stadio Penzo, proprio in fondo alla pinna del pesce, ma lo hai fatto scherzando e infatti nessuno ti ha preso sul serio.

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Il campionato in salotto_Fiorentina-Inter


dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Per la prima volta dall’inizio del campionato non potrò seguire tutta una partita dell’Inter. Prima o poi doveva capitare, certo, ma mi spiace che succeda stasera che l’Inter gioca contro una Fiorentina che sembra veleggiare con il vento in poppa, sicuramente il test più difficile tra quelli affrontati finora. D’altronde, anch’io sarei un calciatore, anche se incompleto, e stasera, dopo una lunga pausa posso tornare in campo per una partita che si sovrapporrà al secondo tempo di Fiorentina-Inter: potrò seguire dal divano solo il primo tempo, in pratica, e poi incrociare le dita per tutto il tempo che dovrò giocare io.

Prima della partita allo stadio Franchi di Firenze c’è un’atmosfera frizzante, una certa aria polemica si sta insinuando tra i tifosi, che mormorano chiedendosi se è vero quello che da qualche settimana si va dicendo in giro. Recentemente, infatti, il tifoso viola Remo Trapanesi ha trovato su una bancarella un libro intitolato Le confessioni di un italiano e, sfogliatolo attentamente, non ha potuto credere ai suoi occhi: ma come, Italiano, l’allenatore della Fiorentina, che perde la testa per una Pisana? Le parole, purtroppo, non lasciano adito a dubbi: «O primo ed unico amore della mia vita, o mia Pisana, tu pensi ancora, tu palpiti, tu respiri in me e intorno a me!» scrive questo Italiano, descrivendo chiarissimamente la sua passione per questa Pisana, che sembra quasi un nome d’arte, come si chiamerà veramente? E prosegue, poi: «Per te, per te sola, o divina, il cuore dimentica ogni suo affanno, e una dolce malinconia, suscitata dalla speranza, lo occupa soavemente», buttando altra benzina sul fuoco. Cosa fare?, si chiedono i tifosi fiorentini? Chiedere spiegazioni a Italiano o fare finta di niente, visto che la Fiorentina sta giocando bene e sembra tornata finalmente una squadra competitiva?

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Il campionato in panchina_Piacenza-Pro Patria

dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

Domenica 19 settembre a Piacenza è prevista pioggia. Ma che dico pioggia, temporali. Ma che dico temporali, nubifragio. Ma che dico nubifragio, diluvio! Almeno così predice la mia applicazione, una di quelle con la dicitura “meteo” e l’articolo attaccato prima. È prevista così tanta pioggia che sullo schermo dello smartphone mi appare Noè con la sua arca. Così nello zaino d’ordinanza targato Piacenza Calcio metto ombrello, maglione e k-way, e mi avvio verso lo stadio Garilli. Dove ad aspettarmi c’è una giornata di sole pieno, la cui unica variante è il vento. Caldo e umido. Il risultato è che rischio di prendermi un accidente per quanto sto sudando. Mi siedo sulla panchina del Piacenza nel nostro schieramento standard, al fianco di Nicola Barasso, l’allenatore dei portieri in pantaloncini corti, e il direttore Marco Scianò con gli occhiali da sole.

Vabbè, pensiamo all’Aurora Pro patria che è meglio. Prima però seguo come da prassi la quaterna arbitrale, composta come al solito da ragazzi giovani, con l’arbitro al suo primo anno in serie C e il quarto uomo che ancora è in organico alla Can D. Magari un giorno li vedremo in serie A, come molti che sono passati al Garilli, ma ora sono concentrati su Piacenza-Pro Patria, quarta giornata di campionato di serie C girone A. La partita è bella, tirata e combattuta. Il primo tempo però scivola via senza gol. È nei secondi quarantacinque minuti che arrivano le emozioni, che vissute a bordo campo vengono decuplicate. Dopo una manciata di minuti Tafa, entrato all’intervallo, prende un’ammonizione dal peso specifico elevatissimo; in primis perché sulla relativa punizione prendiamo gol da Parker, e poi perché ne prenderà un’altra un quarto d’ora più tardi che lo farà ritornare negli spogliatoi appena una mezz’ora dopo esserne uscito. Sotto di un gol e di un uomo, con un quarto d’ora per recuperare. Come non si sa. Mister Scazzola prova a fare il gioco delle tre carte muovendo e rimestando le sue figure in campo, e alla fine esce il jolly. È Gonzi a pareggiare a sei minuti dalla fine. Sembra strano, e il calcio in fondo lo è, ma alla fine quelli che potevano vincerla eravamo proprio noi. Nel restante periodo intercorso tra il piede destro di Gonzi e il fischietto di Di Francesco ci sono una traversa colpita e un’azione in cui la domanda nasce spontanea: come ha fatto la palla a non entrare in rete? Quella classica azione in cui scatti in piedi dalla panchina con le braccia al cielo pronto ad esultare e in una frazione di secondo te le ritrovi tra i capelli, cercando una risposta. Che non c’è. Finisce così 1 a 1, con un gol della Pro Patria segnato da Sean Parker, italo-inglese nato nella Tuscia, e il pareggio di Juri Gonzi, italo-russo dall’accento toscano.

Piacenza – Pro Patria 1-1
Parker 55′, Gonzi 84′

Il campionato sul letto_Inter-Bologna


Dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Per Inter-Bologna il campionato in salotto diventa itinerante e, complice la temporanea assenza di moglie e figlie, si trasforma nel campionato sul letto, in una posizione di una tale comodità che la tribuna di San Siro mi fa un baffo. Il rischio è quello di farsi prendere da qualche abbiocco improvviso, ma mi sembra che valga la pena di correrlo, visto l’insperato silenzio in cui sono immerso al fischio d’inizio.
La partita, poi, parte subito in discesa, con il bel gol di Lautaro dopo pochi minuti, particolarmente importante perché dà subito una bella scossa alla squadra, mettendo in soffitta l’amaro mercoledì di coppa. Non che tutto sia facile, eh, il Bologna almeno nella prima mezz’ora non demerita e, anzi, a un certo punto una doppia occasione viene prima sventata dal prode lettore Handanovic, che para un tiro a incrociare di Soriano, e poi sprecata dallo scellerato Sansone, che spara fuori da ottima posizione. È l’ultimo segno di vita dei felsinei (come amano dire i telecronisti che contano), che poco dopo subiscono in successione i gol di Skriniar e Barella e da lì abbandonano virtualmente la partita, lasciandosi andare inopinatamente, manco fossero sdraiati su un letto qualunque a guardare l’anticipo delle 18.

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Jimmy Greaves, what else?

di Silvano Calzini

Oggi è morto Jimmy Greaves. Aveva 81 anni. Un attaccante straordinario. I suoi numeri e le sue statistiche sono impressionanti. Ancora oggi con 357 reti è il miglior realizzatore del calcio inglese di tutti i tempi. Sei volte capocannoniere nell’allora First Division, oggi Premier League, tra il 1959 e il 1969. Un altro record tuttora imbattuto. E pensare che quando nel 1971 ha abbandonato il calcio aveva solo 31 anni. Aveva fatto il suo esordio nelle file del Chelsea a 17 anni e prima di compierne 21 aveva già raggiunto i cento gol realizzati. What else?

La sua carriera però non è stata solo luci, ma anche ombre. Per esempio, in Nazionale ha collezionato 57 presenze e 44 gol, ma ai Mondiali casalinghi del 1966 dopo essere partito come titolare si infortunò alla terza partita e fu costretto a lasciare il posto a Geoffrey Hurst che con la sua tripletta diventerà l’eroe della finale vinta contro la Germania. Quel pomeriggio d’estate a Wembley anche Greaves divenne campione del mondo, ma seduto in tribuna e l’amaro in bocca per l’occasione persa gli resterà fino alla fine dei suoi giorni.
Nel 1961 ci fu anche l’esperienza italiana. Ingaggiato dal Milan, partì con il botto, due gol nell’amichevole d’esordio, ma ben presto cominciarono i problemi. Un po’ troppo esuberante quell’inglese per i gusti di Nereo Rocco e così a novembre fu rispedito in patria. In ogni caso, per essere un’avventura finita male il bilancio non è da buttar via. In campionato 9 reti in 10 partite. What else?
Per molti anni ai miei occhi Greaves è rimasto una delle prime figurine e un nome lontano nel tempo, fino a quando l’ho ritrovato come commentatore alla televisione durante i miei soggiorni londinesi. Ingrassato, con pochi capelli e un paio di baffi bianchi era ospite fisso in alcune trasmissioni sportive e scoprii un personaggio unico. Brillante, preparato, senza peli sulla lingua e con la capacità di parlare con competenza di calcio e di un sacco di altri sport, dal rugby, al tennis, fino all’incomprensibile, per chi non è inglese da almeno sette generazioni, cricket. In tutta onestà non ho mai visto niente di simile in Italia da parte di un ex calciatore.

Signore e signori, ladies and gentlemen, questo è stato Jimmy Greaves. What else?

Il campionato in salotto_Triestina-Piacenza

Dal nostro inviato Emiliano “el buitre” Fabbri

La prima trasferta della stagione è a Trieste. Come dirigente addetto all’arbitro la mia figura è obbligatoria quando si gioca in casa, così non seguo tutte le trasferte. E Trieste è una di queste. Anche perché si gioca lunedì 13 settembre. Primo giorno di scuola. Per tutti i bambini lombardi, compresa la mia Sophia, che inizia il secondo anno di scuola primaria. Così aspetto le ventuno per vedere la partita su Rai Sport, col patema d’animo che possa saltare causa sciopero degli operatori Rai. Cosa che però non avviene, e così a le nueve de la tarde sono davanti alla tv: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero. Che poi non è proprio così, perché ho già cenato, e anche leggero visto che sono a dieta, e il tifo indiavolato e il rutto libero lo devo sopprimere, visto che mia figlia è già a letto e non vorrei proprio svegliarla, pena fustigate da parte della mia “Pina” alias Sara. Per quanto riguarda la Peroni è rimpiazzata dalla borraccia d’acqua del Piacenza che utilizzo per digerire le unghie che sgranocchio durante i novanta minuti.

Con questa poca poesia scorrono davanti a me le due squadre. La Triestina in rosso e bianco e il Piacenza in total green. Roba che loro si confondono con lo stadio Nereo Rocco e noi col prato. Ora ho capito perché dal prossimo anno vogliono abolire le divise verdi! A Trieste sembrano percepire l’immobilità di casa mia e il primo tiro in porta avviene solo a metà tempo. È nostro. È di Edgaras Dubickas. Ma quelli che vanno in vantaggio sono loro. Punizione dalla sinistra e gol sul secondo palo di Francesco Rapisarda, un catanese in Venezia Giulia. Ma il nostro centravanti lituano, appena rientrato dalla nazionale che ha giocato contro l’Italia, ha deciso che andava centrata la porta ma senza colpire il portiere, e così con uno stacco di testa su cross di Simone Giordano pareggia. L’intervallo più che il the caldo lo uso per andare in bagno, sempre in religioso silenzio per evitare di svegliare i due terzi della famiglia, nonché i due gatti e il Chihuahua. Nel secondo tempo sembra che il rosso triestino abbia preso campo, almeno fino a quando mister Scazzola finisce i cambi. Davide Lamesta crea, e Simone Rabbi mi fa saltare davanti alla TV. E con me è saltato Kimbo, il gatto che mi stava dormendo vicino. Urlo senza alzare un decibel in casa. Sono agitato davanti alla tv, che ormai guardo col naso attaccato al cronometro in alto a sinistra. Almeno fino al 94’30”, quando Rapisarda decide che deve rovinarmi la nottata. E così fu. Fatico ad addormentarmi al pensiero che l’avevamo vinta a due minuti dalla fine e l’hanno ripresa a trenta secondi dalla fine della fine. Il gatto mi guarda perplesso. Io guardo la tv. L’ultima immagine prima di provare a prendere sonno è dei giocatori che vanno sotto la curva dei piacentini andati in trasferta. Un lunedì sera a cinquecento chilometri da casa. I veri eroi sono loro.

Il campionato in salotto_Sampdoria-Inter

Dal nostro inviato Gianvittorio Randaccio

Prima di Sampdoria-Inter avevo pensato di scrivere qualcosa su Ciccio Caputo, appena acquistato dai doriani, magari sul fatto che l’anno scorso l’ho pagato ottanta crediti al Fantacalcio, o magari sul fatto che anche il mio vicino di casa si chiama Caputo, anche se non gioca a calcio e, a dar retta alle urla che sento attraverso le nostre pareti confinanti, mi sembra molto juventino e per niente doriano. Improvvisando un po’ avrei potuto immaginarmi un colloquio tra me e il mio vicino, chiedendogli indietro i crediti che avevo speso l’anno scorso oppure perché fingesse di essere il mio vicino quando invece è un famoso calciatore della Sampdoria.
Ma poi ho letto una dichiarazione del portiere dell’Inter Handanovic e ho cambiato idea: il pezzo su Caputo magari lo scriverò per la partita di ritorno. Il buon Samir, in pratica, ha dichiarato che a volte si sente il Bukowski dei portieri, cosa che mi ha stupito molto, in primo luogo perché uno non si immagina che dei calciatori possano leggere dei libri e secondo perché tra tutti gli scrittori che Handanovic avrebbe potuto nominare mai avrei immaginato Bukowski, che mi sembra più un tipo da Gascoigne o da Nainggolan, per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Handanovic dice letteralmente che a volte si sente «il Bukowski dei portieri, anche se non bevo e non fumo ma come lui sono un tipo diretto, che va dritto se deve dire una cosa a qualcuno». Certo, questa cosa si potrebbe dire anche di Sgarbi, o di Mughini, forse, ma mi piace l’idea che il portiere dell’Inter si sia lanciato in questo ardito parallelo letterario.

E allora, anche dopo aver visto Sampdoria-Inter, mi sembra di capire un po’ di più perché l’Handanovic degli ultimi tempi a volte sembra distratto e abbia dei cali di rendimento un po’ inconsueti: forse insieme alla borraccia, dietro alla porta, Samir tiene un libro di Bukowski, e ogni tanto, se la palla è lontana, ne legge qualche pagina; magari le poesie, che sono più corte e, anche se ti interrompi per fare una parata, poi non perdi il filo. Immagino che abbinare la letteratura allo sport, contemporaneamente, non sia semplicissimo e magari, se stai riflettendo su un verso, tu non riesca a rimanere concentratissimo e allora la palla ti sfugge e così ciao, ecco la papera.

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