Tra moglie e marito

di Carlo Martinelli

Il Portiere Volante di questa immagine è il fratello – all’epoca, il fratellino – di Gianni Rivera. 1962, l’anno. Maggio, il mese. 6, il giorno. Il cacciatore di storie (sulla carta) legge che in quell’anno, nel corso di un simpatico incontro nella redazione della «Domenica del Corriere», le “signore” del Milan hanno, con molto spirito, accettato di indossare per una volta le gloriose casacche dei loro preziosi e celebri mariti, figli, fidanzati. foto_carlo1Vi sono immagini che parlano, che raccontano, che segnano un tempo ed indicano una distanza. Che raccontano mondi e che restituiscono lo spirito di un tempo e, giocoforza, financo quello del tempo, distante assai, nel quale può accadere di imbattersi nuovamente, casualmente, in modo del tutto inattuale, nell’immagine “com’era”, ab origine. Nulla è possibile aggiungere, nulla è possibile sottrarre. La didascalia del tempo, diceva esattamente così. In piedi, da sinistra: la signorina Angela Trapattoni sorella di Giovanni Trapattoni; la signora Carla Radice mamma di Luigi Radice; la signora Edera Rivera mamma di Gianni Rivera; la signora Romilda Trapattoni (mamma di Giovanni) che sostituisce la signora Barison; la signora Elsa Sani moglie di Dino Sani; la signorina Marisa Mazzucchelli fidanzata di Cesare Maldini. In ginocchio da sinistra: la signorina Gabriella Stefanel fidanzata di Mario Trebbi; la signorina Lidia Nava fidanzata di Giancarlo Danova; il fratellino di Gianni Rivera (che ha, con molto spirito, sostituito la signora Ghezzi); la signora Giorgia David moglie di Mario David; la signora Ileana Altafini moglie di Josè Altafini. Infine, giacché a chi scrive sembra evidente la forza ammaliatrice ed ammonitrice di questa immagine, doveroso aggiungere che la foto, cinquantotto anni fa, fu scattata da Franco Gremignani.

Portieri volanti, fortezze volanti

di Gianni Sacco

Milano 1 – Fiorentina 3 (stagione 1942/43 – quarta giornata).

«Giornata grigia all’Arena e partita dello stesso colore (per il Milano partita nera addirittura). Il cielo opaco, lacrimoso e stillante è parso rispecchiasse la povertà del gioco, l’inconsistenza e la nebulosa confusione che serpeggiavano come un brividino autunnale, tra le squadre in campo. Ma è stato soprattutto il Milano che ha ieri mostrato di essere privo di fuoco, di vitalità, d’energia. Gli sbrigliatissimi diavoli della tradizione spogliatisi per una volta tanto della maglia rossonera si sono quasi tramutati in candidi agnellini maculati di fango finché si vuole, e senza un briciolo di brio, senza uno spizzico di idee o di stile, senza l’ombra di coesione nei reparti né spirito di intraprendenza. Quella di ieri è stata insomma una delle più brutte partite del Milano». (Nicolò Samarelli, «Corriere della Sera», 26 ottobre 1942).

Verrebbe da dire al cronista: non che per l’intera città di Milano la giornata fosse stata un granché. E di “nebulosa confusione” ce ne era stata già stata abbastanza. Via_Olmetto_devastata_dai_bombardamenti_bellici_del43Anche di “fuoco”, per essere precisi (o cinici). Il pomeriggio precedente al giorno del match, alle 17 e 57, circa 88 bombardieri Lancaster Avro 686 appartenenti al Bomber Command inglese avevano sconvolto la città con la prima incursione diurna mai tentata su Milano, a ben due anni di distanza dall’ultima (notturna). La popolazione fu sorpresa (anche a causa dei soli tre minuti che intercorsero tra l’allarme e le prime bombe) e l’effetto fu devastante. Secondo il rapporto della prefettura, subirono gravi danneggiamenti gli stabili in via Pantano, via Velasca e corso Roma (ora Porta Romana) ai civici 7, 9 e 10; due stabilimenti in zona Ticinese e la via San Cristoforo; piazza Tricolore, viale Montenero (civici dal 72 al 76 e 73), via Archimede, via Melloni, il Macello e il mercato ortofrutticolo (scalo Vittoria), via Messina, Lomazzo, Sarpi, Aleardi, corso Buenos Aires (civici 33 e 58), piazza Bacone, via Oxilia (civici dal 23 al 29 e 26), via Sauli (dal 18 al 28). Ma soprattutto ci furono 150 morti e più di 300 feriti. Ed è famosa la fuga da San Vittore di quei 118 detenuti che approfittarono della breccia aperta da un ordigno caduto sul muro perimetrale del carcere. Fortunatamente la seconda fase dell’attacco fu disturbata, appunto, dal fumo degli incendi subito divampati, che salì a cinquecento metri di quota schermando il cielo. Si levarono in volo, per intercettare i bombardieri, solo cinque aerei dell’Aeronautica che per giunta combinarono assai poco. Un solo Lancaster si schiantò al suolo dalle parti di Segrate ma abbattuto probabilmente dalla contraerea installata presso la fabbrica aeronautica Caproni, alla cascina Taliedo. Continua a leggere “Portieri volanti, fortezze volanti”

Lo stadio, istruzioni per il nome

di El Pampa

Vi è mai capitato di andare allo stadio e leggere di un settore dedicato a una personalità illustre della squadra di casa? Certamente, nella quasi totalità, e sottolineo quasi, la tribuna d’onore o lo stadio stesso sono dedicati a un presidente o alla gloria locale che ha portato in alto il nome del club o della città.
Talvolta, però, accade che i “beneficiari” non abbiano nulla a che fare con la società o con il calcio in generale.

In Francia, soprattutto, è normale dedicare un settore a personaggi distanti dal mondo del pallone. L’Allianz Riviera, sede del Nizza, club che milita in Ligue 1, ha un settore intitolato all’eroe locale Giuseppe Garibaldi, nato nella città sulla Costa Azzurra. allianzriveranizzaecofriendly-iogiocopulitoIl St. Etienne, i Verdi di Francia che lanciarono Michel Platini nel calcio internazionale, hanno intitolato lo stadio a Geoffrey Guichard, fondatore della catena di supermercati Casino nonchè patron del club, cui si deve il merito dell’acquisto dei terreni per costruire l’impianto. Ma due tribune sono dedicate a Henri Point e Charles Paret, che nulla ebbero a che vedere con il calcio locale. Il Bollaert-Delelis, stadio del Lens, ha due tribune dedicate a personaggi legati alla storia societaria, sebbene non abbiano mai messo piede sul terreno di gioco. Elie Delacourt fu uno dei primi presidenti del club di tifosi locali mentre Max Lepagnot fu il segretario della società. Ebbene, entrambi furono fondamentali per far diventare il Lens una squadra professionistica. Il Toulouse rinominò l’East Stand nel 2015 dopo che un suo tifoso, Brice Taton, morì in seguito alle ferite subite dopo un assalto subito in un bar di Belgrado, prima di un match di Europa League. Il Bastia presenta nel suo impianto il settore Jojo-Petrignani, dedicato a uno storico supporter. La casa del Lione, lo Stade Gerland, ha invece un settore intitolato a Jean Bouin, un campione olimpico nel 1912 che ha “prestato” il suo cognome anche al campo dello Stade Français, compagine storica di rugby di Parigi. Continua a leggere “Lo stadio, istruzioni per il nome”

Pascutti era una foto

di Gino Cervi

4 dicembre 1966, stadio Comunale di Bologna. A giocare contro i padroni di casa arriva l’Inter di Helenio Herrera, campione d’Italia e campione del mondo, dal momento che un anno prima ha vinto la sua seconda Coppa Intercontinentale.s-l500
Ma giocare all’ombra della Garisenda in quegli anni non è facile per nessuno. Il Bologna che scende in campo quel pomeriggio è per otto undicesimi lo stesso che, “giocando come in paradiso”, aveva vinto il settimo e, ahimè, ultimo scudetto della sua illustre storia. La prima linea, in particolare, è rimasta la stessa: Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller e… Pascutti.

Ezio Pascutti è friulano. È nato il 1° giugno 1937 nella Bassa udinese a Mortegliano, il paese che ha il campanile più alto d’Italia: 113,2 m. Quando nel 1959 l’architetto Pietro Zanini lo costruisce, tutto in cemento armato di fianco al Duomo neogotico, Ezio Pascutti ha ventidue anni ed è al suo quinto campionato in serie A in maglia rossoblù: il migliore, 17 gol in 31 partite. A Bologna ce l’ha portato Gipo Viani, uno che ci vedeva lungo. Pascutti anche se non è alto come il campanile del suo paese di testa ci sa fare. E come quel campanile è però fatto di cemento armato: in area di rigore prende botte terribili, e le ritorna, in un calcio che non faceva complimenti.

Bologna lo ama e lo detesta. Lo ama perché 296 partite e 130 gol, senza neanche aver battuto un rigore, non si dimenticano; come non si dimenticano le dieci domeniche consecutive della stagione 1962-63 in cui segna dodici gol. Lo detesta perché, viziata dal bello stile di Bulgarelli e Haller, e poi cresciuta nel mito delle milonghe Andreolo, Sansone e Fedullo, campioni uruguagi del Bologna anni Trenta che “tremare il mondo faceva”, mal sopporta la stoffa grezza di quel calcio tutto stinchi e gomiti. E anche perché Pascutti è capace di sbagliare gol facilissimi e fare così impazzire tribune e curve. Pascutti poi, oltre a essere brutto e un po’ spelacchiato, passa pure per essere cattivo e litigioso. È una fama ingiustificata.

Il marchio gli rimane attaccato addosso dopo l’espulsione del 13 ottobre 1963, in una partita degli ottavi di finale dei Campionati europei. Si gioca a Mosca, contro l’Unione Sovietica, ed è la prima volta che le due nazionali, Italia e URSS, si incontrano su un campo di calcio. L’appuntamento si colora perciò, in quegli anni di timide prove di centrosinistra, di significati extrasportivi: alla partita assiste infatti una delegazione di parlamentari del PCI. Pascutti, dopo 23 minuti, reagisce a un fallaccio di Dubinskij e gli si fa sotto mostrandogli il pugno sotto il naso. Basta quello. L’arbitro lo espelle, l’Italia resta in dieci, perde 2-0 e compromette la qualificazione: al ritorno, a Roma un mese dopo e senza Pascutti, non andrà oltre un 1-1. Apriti cielo! Tutta colpa del compagno Pascutti: boxeur senza aver tirato un pugno, viene messo alla gogna in tutti gli stadi italiani, colpevole di avere provocato, oltre all’eliminazione, quasi un caso diplomatico. La rossa Bologna fedele alla linea non sa da che parte guardare.
Del resto prima e dopo quell’episodio, Pascutti avrà poca fortuna del resto in maglia azzurra, con cui giocherà due partite ai Mondiali di Cile 1962 e di Inghilterra 1966, senza peraltro scendere in campo contro la fatal Corea. Continua a leggere “Pascutti era una foto”

I pianxe ancora, i brasiliani

di Alessandro Toso

Ora siamo tutti in pizzeria, il giro di antipasti è stato fatto fuori in cinque minuti scarsi e anche il piatto forte sta per essere spazzolato. Naturalmente l’argomento partita è già stato archiviato, che mica abbiamo voglia di soffermarci troppo sulle cose tristi. In compenso Pancho sta tenendo banco con le sue soluzioni al problema del terrorismo religioso.ragazza_bar
Magrin, però, mi guarda dal fondo della sala. Poi si alza e con aria vaga si dirige verso la porta del bagno; arrivato alla mia altezza si blocca e mi poggia una mano sulla spalla.
«Mister, dobbiamo fare un discorso. Ma non si preoccupi, passo da lei domani dopo il lavoro.»
«Magrin, è la solita storia?»
Il mio mediano di spinta, esperto mondiale di «Gazzetta dello Sport», mi guarda, e un secondo dopo il viso gli si dipinge di un color raboso. Ho capito tutto.
«Ragazzi, zitti un attimo che Sandro vuole dirci una cosa…» esclamo a voce più alta che posso.
La comitiva finisce i bocconi, vuota i bicchieri e dopo qualche secondo si prepara ad ascoltare.
«No, mister, non è che volessi parlarne con tutti, poi va a finire ch…»
«Vediamo se indovino, Sandro. Dopo la sconfitta di questo pomeriggio, volevi propormi qualche variante tattica per la formazione. Mi sbaglio?»
Magrin è tra due fuochi. Se nega non avrà mai la possibilità di dirmi quello che gli girava per la testa, se vuota il sacco farà l’ennesima figura da idiota. Idiota aggiornatissimo, però. Il che, per sua sfortuna, è proprio quello che lo frega parlando di calcio con uno come me.
«Beh…»
Guarda il pavimento, il rossore non lo abbandona, adesso è più tipo spritz Campari, tra un po’ virerà sul rosso Aperol. Se lo conosco, non ce la farà a tenersi dentro tutto. Infatti scuote la testa, prende in mano un bicchiere preso a caso dal tavolo, vuota il vino in due sorsi e mi fissa.
«Mister, abbiamo fatto quattro punti nelle prime sette partite. Non dico puntare a vincere il torneo, ma una mezza classifica, beh, quello io me l’aspetterei. Abbiamo il miglior portiere del torneo, Leo che non aspetta altro che far vedere quanto vale, insomma la qualità ci sarebbe.»

La qualità.

Chiudo gli occhi, è come sentire un chiodo trascinato a forza contro una lavagna.
«…»
«Solo che se non cambiamo modulo non c’è verso!»
Adesso Sandro si sta infervorando. Ha estratto una penna da non so dove, e allontanato un piatto con una Margherita ancora da finire ha rigirato la tovaglietta di carta, lasciando esposta la parte bianca.
«Allora. Mettiamo i quattro difensori in linea, così.» Via quattro pallini messi in fila l’uno vicino all’altro, come gli omini del calcetto.
«Poi a centrocampo ne mettiamo tre, tanto ci sono gli esterni che salgono quando occorre.» Continua a leggere “I pianxe ancora, i brasiliani”

Che fenomeno, Gollini

di Gianvittorio Randaccio

Io non ho mai finito un album delle figurine Panini, posso dirlo con una certa sicurezza.serena
Mio padre è morto quando ero molto piccolo, e mia madre mi comprava l’album perché non poteva farne a meno, ma non condivideva con me la gioia di finire una squadra, la smania per la ricerca delle figurine mancanti o l’eccitazione al solo sfiorare un bel blocchetto da dieci pacchetti, pronti per essere scartati. Ricordo che mi capitava spesso di vedere i miei compagni di classe fuori dall’edicola con quelle scatolette da cinquanta pacchetti e che, immancabilmente, mi immalinconivo, pensando ai miei cinque, dieci pacchetti alla volta. Solo più tardi avrei scoperto che giocando alle figurine in cortile avrei potuto prendermi tante, piccole rivincite.

La vita dei miei album, però, durava molto più del tempo che serviva per finirlo; era qualcosa di vivo, vicino, un amico con il quale parlavo di parate, gol sbagliati e acrobazie spettacolari. Diventava una specie di quaderno che sfogliavo alla ricerca di appunti o piccole note che segnavo sui bordi delle pagine per non dimenticare quello che succedeva ai calciatori o a me stesso o magari a me stesso mentre pensavo ai calciatori. Fra tutti quegli spazi bianchi delle figurine mancanti un fascino particolare lo avevano le tabelle con le carriere dei giocatori: data di nascita, peso, altezza e, soprattutto, presenze e gol fatti negli anni precedenti, anche con le squadre nazionali. Consultavo e riconsultavo presenze e reti, elaboravo statistiche e mi facevo domande senza risposta, chiedendomi come mai, per esempio, Aldo Serena con l’Inter nel 1987-88 avesse segnato solo 6 gol, mentre l’anno successivo ne aveva fatti ben 22. Certo nel 1988-89, l’anno dello scudetto, aveva giocato 32 partite, mentre l’anno prima solo 22, ma una differenza così alta di rendimento proprio non riuscivo a spiegarmela. manniniOppure guardavo le tabelle dei portieri e mi chiedevo come mai di fronte ai gol subiti non ci fosse un bel meno, che segnalasse chiaramente che il povero Alessandro Mannini nel 1985-86 con il Pisa aveva subito e non segnato 38 gol, cosa che gli avrebbe permesso di battere il mitico record di Angelillo. Sarebbe bastato un piccolo segno matematico e tutto sarebbe stato più chiaro. Una cosa che invece mi faceva innervosire molto era l’ingiustizia di certi dati: le riserve, per esempio, o i giocatori più giovani che subentravano dalla panchina e magari giocavano pochi scampoli di partita ma per i quali nelle statistiche quella presenza aveva lo stesso valore di quella di uno che aveva giocato novanta minuti. Dentro di me mi dicevo che alcuni allenatori erano proprio crudeli a macchiare onorate carriere abbassando la media gol dei propri calciatori facendoli giocare così poco. Continua a leggere “Che fenomeno, Gollini”

Siamo come i soldati di Guerre Stellari. Intervista con Sandro Bonvissuto

Siamo appena ad aprile ma, per chi scrive, La gioia fa parecchio rumore è già il libro più sottolineato dell’anno e quindi il più bello. Un romanzo che parla d’amore, di sentimento, di quello che eravamo e forse non saremo più, perché tutto corre veloce e certe emozioni sono sempre più difficili da fermare e riconoscere. Parla anche di calcio e di Roma, ma non c’è bisogno di seguire il calcio o di essere romanisti per immedesimarsi con empatia nelle vicende del protagonista di questa storia esemplare, che ci racconta una verità semplice e necessaria: «Esiste solo chi ama».
Ho scambiato due chiacchiere con Sandro Bonvissuto e, anche se non ci conosciamo di persona, io lo considero già come un mio grande amico, perché il suo calore e la sua umanità si riconoscono subito, senza bisogno di cerimonie e frequentazioni. Di questo e delle sue parole lo ringrazio molto. [G.R.]


Sono passati otto anni da Dentro. Come mai tanto tempo? E, collegata a questa, c’è una domanda che ha anche fare con la genesi del romanzo: com’è nato? Quanto ci hai messo a scriverlo? A me dà l’idea di una cosa che ti porti dentro da una vita e poi esce di getto: è così? Oppure ci hai lavorato a lungo?

I libri vengono quando dicono loro, come i figli, e nessuno sa mai quando di preciso, nemmeno io che li scrivo. Questo in modo particolare ha dovuto attendere la fine di un periodo difficile della mia vita. È nato per il desiderio di raccontare la storia di un bambino che vede il numero che c’è su quella maglia per la prima volta. Ci ho lavorato in due tempi per circa un anno. Racconta eventi che mi hanno riguardato molto da vicino, quindi il prelievo di ricordi come quelli non è stato indolore.

A me sembra che il romanista sia molto fortunato: grazie alla Roma vive l’amore vero e passionale, ma nello stesso tempo è dotato di un pessimismo cosmico, un’ironia diffusa che lo rende immune ai grandi dolori. Perché non siamo tutti romanisti? Forse perché non abbiamo una famiglia come la tua?

Sono le caratteristiche di questo amore a fare in modo che chi lo vive diventi proprio così come siamo noi; i sentimenti ci abitano dentro, ma ci cambiano fuori, nei comportamenti, l’amore è una forza che plasma. Gli adoratori di una setta saranno in qualche modo simili fra loro agli occhi di chi li guarda. Potete capire se pensate ai religiosi, o agli affiliati di una determinata ideologia politica. Ai soldati. Ecco noi siamo come i soldati di Guerre Stellari, tutti spinti dallo stesso credo e animati dalla stessa fedeltà.

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Sei laureato in filosofia e cameriere: pensi che questo influisca sulla tua scrittura? E come? Io ci provo: la filosofia c’è nel modo di ragionare e discutere sull’amore, tanto che a volte non so se sto leggendo un romanzo profondo o un saggio leggero e disincantato. Il tuo lavoro forse c’è nella schiettezza e nella sincerità con cui racconti le cose.

Certo, tutto ciò che sono influisce sulla scrittura, non si può separare l’uomo dallo scrittore e il libro che ne risulta è proprio questo: verità e finzione, semplicità e speculazione del pensiero, cose banali e cose complesse nella stessa pagina.

Mi interessa molto la figura di Barabba, molto fuori dagli schemi: è la voce della ragione che parla a quella del cuore del tifoso? Per questo è così necessario al protagonista del romanzo?

 Barabba è il diverso, è qualcosa che appartiene ad un altro mondo e che arricchisce con la sua amicizia e vicinanza la vita del bambino, la sua visione dell’esistenza, che altrimenti rimarrebbe chiusa in un ambiente circoscritto. È uno “straniero”; i destini della squadra sono stati cambiati da uno straniero, il destino del ragazzino è stato cambiato da uno straniero. Uno è un grande giocatore ingaggiato dalla squadra, l’altro è un uomo senza casa. Il destino agisce attraverso eventi grandi. E pure attraverso cose piccole. Indifferentemente. Continua a leggere “Siamo come i soldati di Guerre Stellari. Intervista con Sandro Bonvissuto”

Gigi Riva. Un sogno e un alfabeto [M-Z]

di Gino Cervi

M come Martiradonna
Mario Martiradonna, barese, difensore, fu insieme a Riva, a Pierluigi Cera e a Ricciotti Greatti, protagonista della promozione del Cagliari in serie A, nel 1963-64 e, sei anni dopo, della vittoria dello scudetto, 1969-70. riva_campoAll’ennesima voce di mercato che dava Giggirriva in partenza per una delle grandi squadre del Nord, disse al compagno: «Per favore, resta. Devo finire di comprare la cucina.» Già, perché al tempo le cose andavano ancora così: e un calciatore, seppure campione d’Italia, doveva fare i debiti per comprarsi la cucina di casa. Giggirriva ovviamente restò.

N come No
Giggirriva ha sempre preferito dire di no: alla Juve, all’Inter. Come Bartleby the Scrivener. Se ci fosse Melville forse allora Giggirriva accetterebbe che qualcuno trasformasse la sua vita in un romanzo, forse il più bel romanzo sulla storia di un calciatore.

O come Ossa rotte
Tibia e perone grazie a Hof, nell’ottobre del 1971; ma nel marzo 1967 era stato il portiere del Portogallo, Americo Ferreira Peres, a spezzargli il perone della gamba sinistra. Ma una volta capitò anche che, nel corso di un allenamento, una sua fortissima staffilata colpì il braccio di un ragazzino che stava dietro la porta e gli spezzò il braccio.

P come Padre
Il padre di Gigi Riva, Ugo Riva, era tornato dalla Prima guerra mondiale con una medaglia al valore. Operaio in fonderia, morì nel 1953 trafitto da una scheggia di ferro schizzata via da una pressa. Come Josto.

Q come Quixote
Il Campidano come la Mancha. Giggirriva come don Quixote. Una vita fuori dal coro. Continua a leggere “Gigi Riva. Un sogno e un alfabeto [M-Z]”

Gigi Riva. Un sogno e un alfabeto [A-L]

di Gino Cervi

A ciascuno il suo. Vale anche per i sogni. Per non dire delle interpretazioni.
Il mio, ricorrente da quando ero bambino, è quello di essere Gigi Riva.
Sogno di aver fatto gol e di correre sotto la curva del Sant’Elia. O forse è il vecchio Amsicora?
Ho indosso la maglia bianca, quella con con il colletto rossoblu chiuso dai laccetti.
I tifosi sono folli di felicità. Io alzo i pugni al cielo. Un gesto di esultanza antico, elementare, senza averlo dovuto pensare e provare prima.
Davanti a me il muro della folla dei tifosi serrato come le pietre di un nuraghe.riva_efisio
Per loro io sono l’eroe, un eroe bello come Aiace. E allora tendo il braccio sinistro in avanti, come se reggessi un arco immaginario; il mio sguardo fiero, a specchiarsi nelle migliaia di sguardi fieri di loro, e fieri di me.
La mia maglia ha sulle spalle il numero 11: un segno graffito sul bianco.
Lassù in alto, dove termina la curva-nuraghe, vedo cinque tifosi appollaiati sopra un cartellone pubblicitario “Efisio Meloni Vini Classici”.
Poi mi sveglio.

Ha ragione Javier Marías quando scrive che «il pallone è il recupero settimanale della nostra infanzia». Se fossi capace di scriverlo, un libro , forse un romanzo, su Gigi Riva, detto Rombo-di-Tuono, lo inizierei da qui, da quei cinque arrampicati sul cartellone di Efisio Meloni, e anche da Efisio Meloni e la sua ditta, o da quella del cartellone a fianco, “Carlo Piccia e figli – Impianti di condizionamento”.

Ma io scrivo Alfabeti, anzi in questo caso un ALFABÉTTO GIGGIRRIVA, nel giorno glorioso del cinquantesimo anniversario dello scudetto del Cagliari.

E allora, Ajò! Dimonios! Avanti forza paris. Cominciamo.

A come Amsicora
Il giugno del 215 a.C., nella piana di Cornus, poco a nord di Oristano, nell’entroterra di S. Caterina di Pittinuri, un piccolo esercito di sardo-punico di non più di 5000 uomini attaccò di sorpresa le legioni romane di Tito Manlio Torquato, forti di 22.000 milites e 1200 equites. Superata la sorpresa iniziale, il resto fu un massacro. Oltre tremila sardi morirono sul campo. Il loro capo era il giovane Josto. Il padre di lui, il nobile Amsicora, alleatosi coi cartaginesi, era messo a capo della resistenza contro la conquista romana della Sardegna. Amsicora aveva ordinato al giovane figlio di aspettare; di aspettare che dal mare arrivassero le navi cartaginesi; di aspettare che lui stesso giungesse alla battaglia campale a capo dei sardi pelliti, i sardi “vestiti di pelli”, le tribù barbaricine, da sempre le più irriducibili oppositrici alle invasioni straniere. Ma i rinforzi ritardavano e Josto, come tutti i giovani che fremono di fare da sé, non obbedì. Josto quella volta si salvò, ma la disfatta dei sardo-punici fu solo rimandata. Poco tempo dopo, le legioni romane nella piana del Campidano spazzarono via 12.000 soldati, oltre 3000 ne fecero prigionieri. Josto morì sul campo, trafitto da una freccia scoccata da Quinto Ennio, il poeta-soldato, padre della letteratura latina. Amsicora, fatto prigioniero, si suicidò. La Sardegna poteva dirsi finalmente romana, fatto salvo per le montagne della Barbagia, dove i “pelliti” tornarono ad arroccarsi, senza mai di fatto poter essere assoggettati del tutto. Della città sardo-punica di Cornus che, dicono splendida, fin dalla fine del VI sec. a.C., controllava le coste del mare sardo, non resta quasi traccia. Del nome di Amsicora resta invece traccia nella mia memoria dai tempi delle figurine Panini e “Tutto il calcio minuto per minuto”: ad Amsicora – suono arcaico e misterioso – era intitolato il vecchio stadio di Cagliari, dove nel 1970 i sardi vinsero il loro storico, primo e unico scudetto. E da allora il volto del mitico condottiero sardo-punico assume per me le fattezze di quello eroico di Giggirriva, da Leggiuno, lombardo di “sponda magra” del lago Maggiore, ma da mezzo secolo ormai sardo d’elezione.

B come Bandini e Boninsegna
A Giggirriva piaceva correre veloce con le macchine. Aveva un debole per Lorenzo Bandini, pilota di Formula 1, morto a Montecarlo, intrappolato dentro la sua Ferrari in fiamme, nel maggio del 1967. A Giggirriva piaceva correre con l’Alfa 1600 lungo la costa che da Cagliari porta a Villasimius. Una volta con lui in macchina salì Boninsegna, che quando scese decise di fare un’assicurazione sulla vita.

C come Cagliari e come Congiu Tonino
A Cagliari, nel 1963, Giggirriva non ci voleva andare. Quando ci arrivò per la prima volta atterrando su Elmas sopra un aereo traballante, pensò tra sé e sé che non ci sarebbe rimasto più di un anno. riva_bambiniAndò diversamente. Così ha detto in un’intervista a Gianni Mura: «Sono arrivato a Cagliari massacrato dalla vita, incazzato, chiuso e anche cattivo, se mi toccavano reagivo. Ero senza famiglia e ne ho trovate tante: quella del pescatore che m’invitava a cena, quella dell’edicolante, del macellaio, del pastore. Quando giocavamo a Milano, a Torino, c’erano cinque-seimila sardi che arrivavano dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia. Mi dispiace di non aver tenuto tutte le loro lettere, ne basterebbe una o due per far capire perché abbiamo amato Cagliari, la Sardegna. Tutti, non solo io. E nessuno di noi giocatori era sardo. Ma eravamo un gruppo forte, solido, senza che nessuno ci avesse mai chiesto di fare gruppo. Rappresentavamo tutta l’isola, lo sapevamo e ci piaceva». E pensare che all’inizio i tifosi lo guardavano storto perché aveva tolto il posto a Su Sirboni, il cinghialino, Tonino Congiu, idolo della curva.

D come De André
Giggirriva come Faber sono arrivati in Sardegna e ci hanno messo radici. Ecco come Riva ricordava di un incontro con De André, l’indomani la scomparsa del cantautore, nel gennaio del 1999: «Eravamo molto simili di carattere… La prima volta che l’ho incontrato è stato nella sua casa di Genova. Io ero un suo ammiratore. Penso di essere stato uno dei primi estimatori delle sue canzoni. Anche lui voleva conoscermi e l’incontro fu organizzato da alcuni giocatori del Genoa. Per dire quanto fossimo simili di carattere, in quell’occasione credo che in un quarto d’ora abbiamo detto sì e no tre parole in due. Poi, dopo qualche whisky, ci siamo sciolti».

E come Efisio Meloni
Come “Efisio Meloni Vini Classici” la ditta col cartellone pubblicitario in cima alla curva. Continua a leggere “Gigi Riva. Un sogno e un alfabeto [A-L]”

Italia-Resto del mondo, la fantacronaca

di Silvano Calzini

Partita tributo per l’addio al calcio giocato di Dante Alighieri, seduto in tribuna d’onore attorniato da Shakespeare, Goethe, Cervantes e Tolstoj, il gotha del calcio di ieri, di oggi e di sempre. Siamo a Londra perché così ha voluto il festeggiato, che per l’occasione ha anche preteso che venisse ricostruito il vecchio Imperial Stadium di Wembley, quello originale con le due inconfondibili torri gemelle. Passano gli anni, ma il caratteraccio del sommo Dante è sempre quello. Serata fresca, campo appesantito dagli scrosci di pioggia del pomeriggio, ventilazione più che apprezzabile. Praticamente tira un vento della madonna. Arbitra il vecchio Omero, che non vede un granché, ma se non ci fosse stato lui il calcio non esisterebbe. campo-da-calcio_pasqua

Pronti via e l’Italia è già sotto. Dopo neanche due minuti Proust mette una palla nell’area di rigore azzurra dove i due centrali sono in catalessi: Bassani sta ancora pensando alla sua Micòl e Gadda, come sempre indeciso a tutto, combina un pasticciaccio. In agguato c’è Hemingway, che non se lo fa dire due volte, si avventa sul pallone e insacca con tiro violentissimo sotto la traversa. Uno a zero e palla al centro.
Il Resto del Mondo fa quello che vuole. Il centrocampo italiano non regge. Pascoli fa il piangina, Calvino il ragionierino e Leopardi è inconsistente fisicamente. Balzac da solo corre più di tutti e tre gli azzurri insieme. Intanto sulla destra la Austen si muove sulle punte leggera come una farfalla e con il suo gioco di gambe mette in difficoltà il compassato Manzoni. Per fortuna che in difesa l’Italia ha un vero duro come Alfieri che picchia come un fabbro e poi Salgari sembra caricato a molla, si tuffa a destra e a sinistra e in più di un’occasione esce alla Sandokan gettandosi indomito tra i piedi degli avversari. Poi all’improvviso un’apertura geniale di Leopardi per Foscolo che con i suoi basettoni alla Joe Cocker prima maniera parte in contropiede, lascia sul posto il legnoso Beckett che resta lì ad aspettare Godot e l’elegante sensualuona Saffo, dribbla anche Nabokov in uscita, ma poi, come gli capita spesso, davanti alla porta vuota si perde e mette fuori. Il solito sciupafemmine e sciupagol.
Alla mezz’ora per l’ennesima volta la Austen salta Manzoni, va sul fondo e crossa basso al centro. Hemingway fa una finta a seguire per Kafka che di piatto incrocia prendendo in controtempo Salgari e mette nell’angolino. Poi esulta, si fa per dire, alla sua maniera aprendo appena la bocca per concedersi uno dei suoi enigmatici sorrisi.
A questo punto Proust si mette alla ricerca del tempo perduto e addormenta la partita mettendoci un quarto d’ora solo per stoppare un pallone e girarsi. Si va al riposo sul due a zero. Continua a leggere “Italia-Resto del mondo, la fantacronaca”