Ciao_L’Italia del Novanta_19 giugno

di Antonio Gurrado

19 giugno 1990

Gioca l’Italia. Il Gran me va a casa del Piccolo me ma non lo trova; citofona citofona (viaggiare nel tempo non lo rende meno educato) e non risponde nessuno. Cos’è successo? Il Gran me, che nei decenni è rimasto apprensivo e portato al tragico come il Piccolo me, presume il peggio e già si aspetta di dover trascorrere la serata al pronto soccorso, in questura, all’obitorio; eppure com’è che l’evento non ha lasciato traccia nella sua memoria? All’improvviso si ricorda. A partire da quella sera la famiglia ha deciso – con non poca sorpresa del Piccolo me, che si guarda comunque bene dal protestare – che non solo si guarderà l’Italia tutti insieme (gli esami di quinta elementare, ormai alle spalle, sono andati bene, grazie) ma addirittura ci si unirà appositamente ad amici che abitano dietro l’angolo. Il Gran me si rende dunque conto di aver sbagliato casa, gira l’angolo e si presenta a quella giusta.

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Per le abitudini di una famiglia mononucleare, la gente è talmente tanta che uno in più uno in meno non fa differenza, quindi il Gran me passa inosservato; non si accorge di lui nemmeno il Piccolo me, che trasognato guarda su Rai 1 il collegamento prendere inizio con largo anticipo mentre attorno a lui è tutto un fervore di panzerotti, birre e chiacchiere. Ci sono anche le madri, le mogli, le fidanzate; fattori di distrazione collettiva sufficienti a restare agghiacciati quando sullo schermo – un po’ più grande di quello dei genitori del Piccolo me, i Mondiali più grandi sono meglio sembrano – appaiono inattese le formazioni di Austria e Stati Uniti.

Be’? Viene fuori che bisognava guardare meglio. A causa di un’incomprensibile spartizione, quella sera le partite del girone A sono così suddivise: la meno importante, la sgambata platonica fra le due squadre già eliminate, sulla rete ammiraglia; su Rai 2 invece l’Italia. Forse, ricostruisce il Gran me a posteriori mentre il Piccolo me non viene a capo del mistero, forse perché nel pomeriggio il primo canale ha trasmesso la partita della Germania Ovest e il secondo parlava d’altro, mentre Jugoslavia-Emirati Arabi finiva su Rai 3 che non per niente era la rete di Chiambretti. La coerenza dell’organizzazione di Italia 90, considera il Gran me, è talmente capillare che per capirla può essere necessario attendere una trentina d’anni.

Il Gran me si avvicina alle spalle del Piccolo me, in piedi dall’inno nazionale al fischio finale, e gli dice: «Tu non lo sai ma quella faccia buffa che Totò Schillaci sta facendo seduto nel mezzo dell’area di rigore dopo essere stato steso – ma in verità è volato un po’ troppo – per protestare contro l’arbitro che gli ha fischiato contro, quegli occhi sgranati e quella bocca ritorta appartengono a uno Schillaci più vecchio di quello che, passando i decenni, sarà chiamato di volta in volta a commentare l’evento, presentandosi più giovane a ogni ricorrenza, con più capelli, vestito più alla moda, con i lineamenti più lisci e l’espressione più studiata. È come se quello Schillaci seduto in area fosse il padre dello Schillaci futuro, seduto a commentare sé stesso; è come insomma se il Grande Schillaci del Novanta abbia generato un Piccolo Schillaci commemorativo, che dentro di sé guarda il proprio passato con la stessa espressione fulminata di chi non si capacita affatto».

Ma il Piccolo me non lo ascolta: sta correndo e saltando fra i mobili come Roberto Baggio ha appena fatto fra gli avversari, prendendo un’innocua palla sulla fascia destra e cullandosela fino a trasformarla nel gol più bello del Mondiale, causando un urlo collettivo di entusiasmo prearticolato che, dall’Olimpico alla casa dietro l’angolo, Bruno Pizzul si cura di tradurre in italiano: «Una prodezza eccellente», dice a tutti gli italiani che si sono ricordati di cambiare canale e non stanno guardando straniti Austria-Usa, che comunque è una bella partita.

 

 

Ciao_L’Italia del Novanta_9 giugno

di Antonio Gurrado

9 giugno 1990

Gioca l’Italia. Il Gran me va a trovare il Piccolo me e lo trova addormentato nella cameretta in fondo al corridoio della casa dei genitori, del tutto incurante che in quel momento – sono le ore 22.30 – in salotto Totò Schillaci stia dando inizio alla propria epopea: dopo un’ora e un quarto di vani attacchi, su passaggio filtrante di Donadoni, Vialli (annunciato eroe della spedizione domestica) mette al centro un cross scolastico quantunque che la piccola punta siciliana, marcato da due austriaci a distanza di sicurezza, incorna alle spalle di Lindenberger, il portiere male informato sulle italiche usanze visto che, con tutti gli sbuffi e i righini della divisa, s’è presentato a Roma vestito da sbandieratore. Ma il Piccolo me dorme, inconsapevole, vecchio di nove anni e mezzo, voltato contro il muro in un letto che occupa si e no per due terzi in lunghezza; e il Gran me, che ha trent’anni in più e ogni tanto passa a visitarlo, si accomoda sul letto vuoto lì di fianco, che, allestito per un fratellino futuro, resterà vuoto per sempre.

Gli dice: «Tu non lo sai ancora ma fra trent’anni, mentre tutti staranno ricordando dove hanno visto la memorabile rete che prometteva magnifiche sorti, tu dovrai svicolare per non ammettere che eri a letto perché finiva la scuola e incombeva l’esame di quinta elementare, lievemente più arduo dell’attuale maturità. Con un trucco degno di film che amerai man mano che crescerai (Underground, Goodbye Lenin, Truman show) benché tuttora incomprensibile nella sua realizzazione concreta, i tuoi genitori sono riusciti a nasconderti l’inizio vero dei Mondiali, la prima partita della nazionale, per non sottrarti ore di sonno e non causarti emozioni forti che avrebbero rischiato di trasformarti precocemente nel Marcel Proust di Gravina in Puglia, escluso il talento nella scrittura. Ma fra trent’anni, ti assicuro, degli esami di quinta elementare non ricorderai nulla, come se non li avessi fatti, mentre il fermo immagine della fronte mediterranea di Schillaci che incoccia l’Etrusco Unico, e lo insacca alle spalle dello sbandieratore suddetto, ti resterà impresso nella tua, di fronte mediterranea, come se lo avessi visto in diretta, come se ti fosse apparso in sogno mentre dormivi voltato verso il muro, ricordo indotto dall’intensità uguale a quello della delusione del mattino dopo, quando avresti scoperto che ti era stata nascosta la partita ed eri stato mandato a letto troppo presto».

Il Gran me si alza dal materasso sempre vuoto, attento a non far cigolare le molle, getta un altro sguardo al fagottino sotto il lenzuolo e se ne va, lasciando socchiusa la porta della cameretta mentre la luce blu del soggiorno lampeggia mentre Bruno Pizzul dichiara esausto, alzando finalmente la voce per sovrastare il boato collettivo: «Era ora».

Coer Schillaci