Neuro2020 – Girone F – Georgia-Germania

di Gianvittorio Randaccio

Tbilisi, 29 marzo 2015

GEORGIA-GERMANIA

Tiene banco su tutti i giornali tedeschi l’articolo di un giornalista, Gunter Eiggestein, che propone una personale teoria sul periodo grigio di Mario Götze, talentuoso trequartista del Bayern Monaco, che solo nove mesi fa regalava la Coppa del Mondo alla Germania, con un gol nel recupero nella finale con l’Argentina. Da quel momento la stella di Götze si è offuscata e ci meraviglia che il ragazzo non riesca più a trovare la brillantezza che ci si aspetta da un talento come il suo. Eiggestein sostiene che Götze sia entrato in un’altra dimensione leggendo i libri di un suo quasi omonimo, il celebre Johann Wolfgang Goethe, e perda tempo cercando di emularlo. Tale è questa smania di letteratura, che il calcio, che pure è la sua professione e gli garantisce uno stipendio ben più che importante, è passato improvvisamente in secondo piano.i-dolori-del-giovane-werther-20
Pare che Götze giri per i campi di allenamento con lo sguardo perso nel vuoto, struggendosi per amore e componendo poesie, inneggiando allo sturm und drang, mentre i suoi compagni fanno flessioni, saltano gradoni e battono calci d’angolo. Secondo i ben informati è in corso una trattativa tra Götze e una prestigiosa casa editrice per la pubblicazione de I dolori del giovane Werder, romanzo ambientato nella Bundesliga e incentrato sulle difficoltà di una giovane squadra di Brema, e che nel cassetto di Götze ci sia una tragedia teatrale intitolata Faust, ispirato da una storia vera, quella di un calciatore che vende l’anima al diavolo per le vittorie e la fama, probabilmente ispirata dalla vita di Faustinho Asprilla. Götze è vittima del demone della scrittura, sostiene Eiggestein, per questo il suo rendimento in campo non è più quello di una volta.

Se ne sono resi conto i tifosi del Bayern Monaco e anche quelli della nazionale tedesca, che da mesi non rivedono il giovane talento che avevano imparato a conoscere. Anche stasera, nella partita di qualificazione contro la Georgia per gli Europei in Francia, Mario Götze ha caracollato un po’ svogliato in campo, servendo un assist quasi involontario per il gol di Reus, e accendendosi poi solo a intermittenza, con il solito atteggiamento di chi è in campo per caso, come se non avesse di meglio da fare.
Alla fine la Germania ha vinto agevolmente 2-0: Götze è stato sostituito da Podolski a tre minuti dalla fine e, appena seduto in panchina, è stato visto prendere appunti su un taccuino infilato nella tasca del giubbotto. Che siano delle strofe per la sua prossima opera in versi?

Italy - Germany

Georgia-Germania 0-2
Reus 39’, Muller 44’

Georgia: Loria, Amisulashvili (Dvali 4’), Lobjanidze, Kverkvelia, Kashia, Navalovski, Makharadze (Kenia 63’), Kobakhidze, Kankava, Okriashvili (Chanturia 46’), Mchelidze.

Germania: Neuer, Hector, Boateng, Hummels, Schweinsteiger, Götze (Podolsly 87’), Rudy, Reus, Özil, Kroos, Müller (Schürrle 86’).

Neuro2020 – Girone D – Inghilterra-Norvegia

di Silvano Calzini

Londra, 10 settembre 1980

INGHILTERRA-NORVEGIA

Mettersi a cantare in coro Rule, Britannia! Britannia rule the waves come hanno fatto i tanti tifosi inglesi di Wembley è un po’ esagerato, ma meglio queste esagerazioni rispetto a quelle “tradizionali” degli hooligans. L’avversario non era dei più prestigiosi e a guardare bene il gioco espresso dall’Inghilterra non è stato granché. Comunque era una partita da vincere assolutamente ed è stata vinta e quattro gol sono sempre quattro gol. Gli inglesi sono partiti forte, hanno schiacciato i norvegesi nella loro metà campo, ma si sono dimostrati un po’ arruffoni. Soprattutto al momento di concludere hanno pasticciato parecchio. Bisogna dire che l’area di rigore norvegese era intasata di giocatori e non era sempre facile districarsi. a6a7b4dc01abd31007c5e3afe5928493Ci è voluto McDermott che al 37’ dopo un batti e ribatti ha azzeccato un bel diagonale che è passato in una selva di gambe ed è andato a infilarsi nell’angolino basso alla sinistra del portiere. Nella ripresa la Norvegia per forza di cose ha dovuto scoprirsi per cercare il pareggio, senza peraltro arrivare mai a impensierire Shilton. Così, con più spazio a disposizione, sono fioccate le occasioni per gli inglesi. Mariner è andato vicino al raddoppio un paio di volte e Robson si è visto respingere sulla linea un suo gran tiro a portiere battuto. Il raddoppio lo ha firmato Woodcock che ha battuto a colpo sicuro su un cross di Rix. Poi per un fallo di mano di Grondalen l’arbitro ha concesso un giusto rigore trasformato da McDermott. Per concludere in gloria è arrivato il quarto gol ad opera di Mariner che di testa ha schiacciato in rete un bel servizio di Robson.
Adesso l’Inghilterra si giocherà il passaggio agli ottavi nell’ultima partita del girone nello scontro diretto con la Repubblica Ceca. Non sarà una passeggiata, ma almeno non si troverà di fronte una squadra rinunciataria e tutta votata alla difesa come la Norvegia, al cui confronto il Padova di Rocco degli anni Cinquanta sarebbe apparso come l’Olanda di Rinus Michels degli anni Settanta.

 

Inghilterra – Norvegia 4-0
McDermott 37’, 75’ (R), Woodcock 66′, Mariner 85’.

Inghilterra: Shilton, Anderson, Sansom, Thompson, Watson, Gates, Robson, McDermott, Mariner, Woodcock, Rix.
Norvegia: Jacobsen, Berntsen, Kordahl, Aas, Grondalen, Albertsen, Hareide, Dokken, Larsen Okland, Jacobsen, Erlandsen (Ottesen 83’).
Arbitro: van Langenhove (Belgium).

Neuro2020 – Girone E – Irlanda-Polonia

di Gino Cervi

Dublino, 13 novembre 1938

IRLANDA-POLONIA

Quel 13 novembre 1938 al Dalymount Park di Dublin per gli irlandesi il problema era uno e uno solo. Fermare Ezi. Ernest Wilimowski, per brevità chiamato Ezi, è un diavolo di centravanti polacco. Ha solo ventidue anni, segna gol a raffica da quando ne ha diciotto, nel Ruch Wielkie Hajduki, la sua squadra di club, e nella nazionale. Gli irlandesi lo hanno incontrato sei mesi prima, il 22 maggio, in un’amichevole a Varsavia, dove furono travolti per 6-0: Ezi ne fece solo uno. Ma ne fece addirittura quattro nella partita contro il Brasile, ai Mondiali di Francia, il 5 giugno 1938. Vinsero poi i brasiliani per 6-5 ma Ezi rimase a lungo l’unico giocatore capace di calare un poker in una partita di Coppa del Mondo – lo batté solo nel 1994 il russo Salenko, segnandone cinque al Camerun a USA 1994.

Ezi Wilimowski è un romanzo più che un calciatore. Innanzitutto perché nasce a Kattowitz nel 1916 in una terra di mezzo, la Slesia, quando è ancora territorio dell’Impero germanico, il Secondo Reich; nel 1922 Kattowitz passa sotto i confini della Polonia e diventa Katowice. E perché Ezi non conosce il padre, morto sul fronte occidentale durante la Grande Guerra: il suo nome all’anagrafe è Ernst Otto Pradella – e chissà se mai se, nel grande melting pot mitteleuropeo, Loris, centravanti friulano di Udinese, Padova, Bologna, Sampdoria e Como negli anni Ottanta e Novanta, avesse qualche discendenza – e diventa Wilimowksi solo a tredici anni, adottato dal secondo marito, polacco, della madre. Non basta: Ezi è un romanzo perché il suo piede destro è affetto da polidattilia. Cioè ha sei dita invece di cinque, e deve calzare una scarpa adattata. Che sia questo il segreto della sua prolificità di goleador?irlpolbis
Ezi Wilimowski, che torna a essere “tedesco” dopo l’invasione della Polonia da parte dei nazisti, e addirittura gioca per la nazionale del Terzo Reich, suscitando scandalo in patria, ma non perdendo l’abitudine al gol (8 partite e 13 reti tra il 1941 e il 1942), non può sapere nel 1938, e neppure nel 1974, quando prova invano di andare a far visita alla Polonia di Gorski, Deyna e Lato ai Mondiali di Germania, che sarebbe diventato davvero un personaggio di romanzo, addirittura con nome nel titolo. Radio Wilimowski (Bottega Errante, 2018) s’intitola infatti il bel romanzo del bosniaco Miljenko Jergovic che narra del viaggio della speranza di un padre e di un figlio gravemente malato che da Cracovia arrivano fino in Istria. Qui, all’Hotel Orion, respirano il profumo del Mediterraneo e ascoltano dalle onde di Radio Varsavia le sinfonie di Brahms e la cronaca di Brasile-Polonia dei Mondiali del 1938.

Gli irlandesi sono gente puntigliosa. Quando ci si mettono fanno le cose per bene. Non stanno lì a chiedersi troppo il perché o il percome. irlpolSanno fare bene il loro mestiere e basta. E quel 13 novembre del 1938, a Dublino, lo fanno. Lo sapeva bene Joseph Conrad, nato nel 1857, o forse nel 1856, Józef Teodor Konrad Nałecz Korzeniowski, che nel suo romanzo Tifone s’inventa il capitano MacWhirr, irlandese, stolido e banale per quanto diceva o faceva di sé apparire, ma non per questo incapace di portare in salvo il suo piroscafo finito nell’occhio del ciclone nel bel mezzo dell’Oceano Indiano. Proprio come tanti MacWhirr anche i difensori irlandesi quel 13 novembre del 1938 seppero limitare il “tifone Ezi”, che fece solo un gol.

«Quello che ci voleva naturalmente era il capitano MacWhirr. Lo vidi e capii che era l’uomo giusto per quella situazione. Con questo non voglio dire di aver mai visto in carne e ossa il capitano MacWhirr, o di essere mai stato in contatto diretto con la sua mente o col suo intrepido temperamento. MacWhirr non è una conoscenza di poche ore, o di poche settimane, o di pochi mesi. È invece il prodotto di venti anni di vita. Della mia vita. Ha poco a che fare con una cosciente invenzione. Se è vero che il capitano MacWhirr non ha mai respirato e camminato in questa terra (cosa che io trovo molto difficile da credere), posso assicurare i miei lettori che egli è perfettamente autentico» (Joseph Conrad, Nota dell’autore, 1917, a Tifone).

 

Irlanda-Polonia 3-2
10′ Fallon, 12’ Carey, 17’ Wilimowski, 68′ Dunne, 83’ Piątek

Irlanda: McKenzie, Gorman, Hoy; O’Reilly, O’Mahoney, Lunn; O’Flanagan, Dunne, Bradshaw, Carey, Fallon

Polonia: Madejski, Szczepaniak; Gałecki; Góra, Nyc, Dytko; Piec, Piątek, Wostal, Wilimowski, Wodarz

Piacere, Joan Gamper

di El Pampa

Joan Gamper nacque in Svizzera a Winterthur il 22 novembre 1877, figlio di Augusto e Rosina Haessig. Fin dalla tenera età fu residente in Basilea, dove mostrò interesse inizialmente per il ciclismo e l’atletica leggera anche se il calcio entrò presto nel suo cuore.gamper
Cominciò infatti a giocare per il Basilea, dove  ben presto divenne capitano. Passò poi nelle fila dell’Excelsior ma, in seguito a divergenze con la società, decise di fondare l’Fc Zurigo.
Dopo un breve passaggio a Lione, Gamper arriva a Barcellona per salutare lo zio, Emili Gaissert. Doveva essere una breve sosta: l’intenzione del giovane era infatti di proseguire per l’Africa dove aveva intenzione di avviare un commercio di esportazione di zucchero, tuttavia la terra catalana lo fece innamorare e decise di fermarsi.
Trovò lavoro come contabile per la compagnia ferroviaria Sarrià, oltre a iniziare l’attività di corrispondente sportivo per i giornali svizzeri. La passione per il calcio non si dimentica: ecco allora che fa di tutto per creare una squadra e mette un annuncio sul giornale per cui collabora, il «Los Deportes», per richiamare gli appassionati.

Cambia addirittura il suo nome in Kans Kamper per rendere più affascinante il messaggio: un gruppo di svizzeri, inglesi e spagnoli si uniscono il 29 novembre 1899 presso il Liceo Solè, dove nasce il Barcellona. Vi sono molte teorie in merito alla scelta dei colori sociali azulgrana, ma la predominante è che Gamper avesse optato in ricordo della sua prima squadra, il Basilea.
Viene unanimemente riconosciuto come capitano e in quattro stagione realizza più di cento reti. Disputa anche la prima finale di Coppa del Re, perdendola per 2-1 contro il Club Vizcaya, l’attuale Athletic Bilbao.
Termina la carriera di calciatore già nel 1903, rimanendo nei ranghi societari. Nel 1908 diventa presidente, carica che ricoprirà a fasi alterne in cinque periodi diversi e da subito spinge per la creazione dello stadio Les Corts, grazie a una donazione ricevuta di ben cinque milioni di pesetas. Dal punto di vista tecnico il colpo del mercato sarà l’ingaggio nel 1912 di Paulino Alcántara, uno dei più grandi bomber della storia catalana, nonché il più giovane realizzatore ad appena 15 anni compiuti.
Gamper si considerava di lingua catalana, tanto che era noto con il nome di Joan e simpatizzava per la causa indipendente. Nel 1925, prima di un incontro, fu suonato l’inno di Spagna e il pubblico fischiò l’esecuzione, applaudendo invece God Save the Queen, eseguito dalla banda Marina Reale Britannica in visita ufficiale. La dittatura di Primo de Rivera fece chiudere lo stadio per ben sei mesi e Gamper fu costretto all’esilio, tornando in Svizzera.
Nella madrepatria, il sorgere di una serie di problemi finanziari oltre a una grave forma di depressione lo spinse verso una decisione estrema: il 30 luglio 1930 Gamper si sparò un colpo alla testa suicidandosi a soli 52 anni. È seppellito presso il cimitero del Montjuïc, la collina che domina la città.
Hans Gamper fu il primo sportivo ad avere una via dedicata nella città di Barcellona. Seppure il club avesse cercato di dedicare lo stadio al suo fondatore, il regime franchista si oppose all’iniziativa per il fatto di essere straniero, di religione protestante, suicida, liberale e vicino all’indipendentismo catalano. Il torneo estivo pre-campionato, oggi diventato l’amichevole ufficiale di presentazione della squadra davanti ai suoi tifosi, porta il suo nome, Anche il centro sportivo La Masia, sede di allenamento, è intitolato a Gamper e, a partire dal 2009, la tessera societaria numero 1 è stata attribuita a Joan.

 

Il calcio non gli piaceva

di Paolo Teobaldi

[…] Ceniamo fuori?
Non era una domanda. Lo portò in un ristorante che sapeva lui, dalle parti di San Babila, dove spesso si incontravano i giocatori dell’Inter, come dimostrava un’ossessiva galleria di foto alle pareti.s-l1600
Lui teneva per l’Inter o il Milan?
Per nessuna delle due: il calcio non gli piaceva.
Come!? Non gli piaceva lo sport?
Al contrario, avrebbe dovuto saperlo: lui amava lo sport, quasi tutti gli sport e li praticava con ottimi risultati (il record provinciale del giavellotto era ancora il suo…); tutti meno il calcio: il suo corpo e la sua mente non andavano d’accordo col calcio. Se n’era accorto già da piccolo… Erano sottoporta, lui era smarcato, gli arrivava il pallone ma proprio in quel momento si distraeva a guardare una mariola, a contarne i puntini neri sulle elitre rosse: sette!… o le mutande rosa di una femmina che saltava la corda; né le cose erano migliorate con l’arrivo della televisione; finalissima dei Campionati del mondo, rigore assegnato all’Italia, il pallone già sul dischetto, Coso stava per prendere la rincorsa… ma ecco che una tortora col collarino scuro attraversava il vano della finestra; o la sàmara di un tiglio si staccava dal ramo e andava ad atterrare qualche metro più in là, sul sagrato della Canonica, dove avrebbe potuto attecchire se non ci fossero stati i conci; certo però che i tigli doveva averli ideati e progettati una mente superiore, o il Padreterno o Leonardo da Vinci in visita a Pesaro, per inventare un sistema di inseminazione così aereo e autonomo, mentre loro umani per fecondare una donna dovevano…, anche se, dovendo scegliere…. GOOOL!… S’era perso il gol. Gli altri esultavano, ruggivano, si sbracciavano ma lui non aveva visto niente. Non solo: non gliene importava niente. La stessa scena era accaduta qualche volta allo stadio Tonino Benelli di Pesaro, tanto che alla fine suo padre aveva rinunciato ad accompagnarlo, e più di una volta sarebbe accaduta anche a San Siro, dove lo zio Checco l’avrebbe trascinato alla domenica a orari incivili facendogli saltare il pranzo, con due cuscini nerazzurri da piazzare sotto il sedere, contro l’umidità.
Perché poi lo zio teneva per l’Inter?
Perché era la squadra dei signori.
Perché, lui era un signore?
Uè, pistola! Ma cosa sei, del Milan? Sarai mica un comunista?

[Questo bellissimo pezzo fa parte del Padre dei nomi, romanzo di Paolo Teobaldi pubblicato dalle Edizioni E/O nel 2002 (pp. 87-89).]

Libri volanti #2 – European Fields

di Gianni Agostinelli

“As far away as possibile from the Champions League” non è il titolo del libro ma avrebbe potuto esserlo. È invece la definizione, quasi una sentenza, che Hans van der Meer ha dato del proprio lavoro. Una eccezionale raccolta fotografica battezzata European Fields. The Landscape of Lower League Football, (Steidlmack editore, 176 pagine), in cui il fotografo olandese ha raccontato con le immagini il mondo del calcio. Meer_European_E_Cov.jpg
Un mondo forse primitivo ma fantastico, nel senso più letterario del termine e che grazie al suo punto d’osservazione impariamo a guardare, quasi per la prima volta dopo averlo vissuto per una vita intera, magari inconsapevolmente. I campi da calcio che vediamo dalla finestra, quelli in cui giochiamo il sabato pomeriggio, quelli che scorgiamo dalla tangenziale tornando a casa. Le fotografie di van der Meer raccontano i campetti di provincia in giro per l’Europa. Un lungo tour che tocca Olanda, Spagna, Ungheria, Polonia, Gran Bretagna, Norvegia e altri paesi, tra cui l’Italia. Il suo è stato un lavoro enorme a zig zag tra i confini europei da cui emerge uno spirito comune che riconosciamo immediatamente e che sentiamo profondamente nostro. Vediamo come fosse una nuova epifania quant’è bello e originale, comico, amaro e spietato il gioco di cui ci siamo innamorati da piccoli. Nelle foto di Hans van der Meer troviamo il suo modo di guardare al pallone e capiamo quanto sia forte il legame tra il gioco e chi lo pratica, in ogni angolo, con ogni scenario possibile alle spalle. Reso teatrale da cattedrali a un metro dalla linea laterale, campagne coltivate e vigneti dietro la porta, le fabbriche, il mare, animali selvatici o file di condomini a proiettare ombra sui campi sconnessi. E in questi terreni scalcagnati i 22 in maglie colorate, alcune volte troppo simili tra loro, personaggi goffi e sgraziati, corpulenti e approssimativi, raccontano molto, e bene, dell’amore per il calcio e di quel sogno che si rinnova ogni volta davanti a un pallone.

[Gianni Agostinelli, giornalista e scrittore, autore del romanzo Perché non sono un sasso, finalista del Premio Calvino 2014 e pubblicato da Del Vecchio editore nel 2015. Ha scritto racconti e interventi per Nazione Indiana, Effe, Granta.it, Nazione Indiana e altre riviste. Cura il blog Beppeviolafcblog.wordpress.com]