Ciao_L’Italia del Novanta_3 luglio

di Antonio Gurrado

3 luglio 1990

Gioca l’Italia. Il Gran me ritrova il Piccolo me identico, fazzoletto tricolore e tutto, con identica compagnia nell’identica casa di amici che ha visto le più belle vittorie degli azzurri finora. DznJk00WkAAeg45Tutto cospira alla reiterazione, non fosse per il dettaglio sfuggito agli organizzatori del Col, del resto così capillari: finora l’Italia ha sempre giocato all’Olimpico e s’è fatto un gran parlare della necessità di restare sempre a Roma per evitare scompensi alla nazionale, nel suo incedere immacolato verso il titolo fatto in casa. La semifinale invece è in programma a Napoli per via di un arzigogolo, di un machiavello. L’idea sottesa è che lasciare a Napoli la semifinale della parte bassa del tabellone sia un favore implicito all’Argentina – che viene misticamente identificata in Maradona allo stesso modo in cui nell’Ottocento l’aristocrazia borbonica accomunava Garibaldi e il diavolo – e che, vincendo il proprio girone, sarebbe così arrivata in carrozza in finale senza mai scasare del San Paolo.  Ergo, la semifinale della metà bassa del tabellone viene trasferita a Torino e quella napoletana viene trasposta nella metà alta del tabellone, dove c’è l’Italia, con gran scompenso delle buone abitudini azzurre. Ma l’Argentina non ha vinto il girone, s’è salvata per il rotto della cuffia e, ripescata, ha intrapreso una tournée che tramite Torino e Firenze l’ha portata in semifinale, guarda caso, a Napoli. Contro l’Italia. Sotto gli occhi dei tifosi di Maradona.

Tali retropensieri dettati dal malanimo sono talmente banali che perfino il Piccolo me, all’età di nove anni e mezzo, è abbastanza filosofo da compitarli; nonostante che gli striscioni – “Diego nei cuori Italia nei cori”, “Maradona Napoli ti ama ma l’Italia è la nostra patria” – assicurino il contrario, ma in quinta elementare si ha già abbastanza esperienza dell’animo umano per sapere che l’ipocrisia è talmente subdola da ingannare talvolta perfino il dichiarante. Solo, per diradare queste nubi, ci vogliono fatti; e arrivano incarnati nel solito Schillaci che sulla solita zolla, quella dove la palla suole rimbalzare, afferra la respinta di Goycoechea su bordata di Vialli e la schiaffa in rete per l’1-0 dopo un quarto d’ora o giù di lì.

Altri fatti percorrono lo spirito scientifico del Piccolo me, a rassicurarlo; finora l’Italia non s’è mai fatta rimontare; di più, non ha ancora subito una rete e mai ne subirà; certo, si è dimostrata piuttosto avara in attacco (a detrimento di una canzoncina televisiva che, nei mesi di avvicinamento al Mondiale, aveva come ritornello “Forza alè azzurri più forti non si può / ad ogni partita vogliamo cento gò”) ma quando l’eliminazione è diretta un gollettino basta e avanza. Così finisce il primo tempo e dalla cucina della casa di amici vengono servite pizzette e altri festivi nutrimenti, il cui sapore prefigura quello della finale, di nuovo all’Olimpico. Ci si dimentica quasi che si gioca a Napoli, e perfino il Piccolo me – già nevrotico, già ossessivo, già pronto a farsi venire le convulsioni per ogni deragliamento dalla routine – dimentica che le abitudini non vanno mai cambiate. Continua a leggere “Ciao_L’Italia del Novanta_3 luglio”

Ciao_L’Italia del Novanta_24 giugno

di Antonio Gurrado

24 giugno

Finalmente domenica, è il giorno della finale del Mondiale. Meglio, delle partite che avrebbero potuto esserlo, o forse dovuto: Argentina-Brasile a Torino e Germania Ovest-Olanda a Milano.
Sarebbe bastato che tutte le favorite avessero rispettato i pronostici della vigilia per evitare l’incrocio pericoloso, e invece ecco lì le deludenti Argentina e Olanda intente a dover scavarsi la strada per la finale lungo la via più impervia; agli occhi dei telespettatori italiani un’identificazione mistica le lega alle due squadre che hanno dominato il campionato più nervoso della storia contendendoselo fino all’ultimo, il Napoli di Maradona e il Milan di Rijkaard, Van Basten e ciò che resta di Gullit. Sembra dunque che sul Mondiale italiano si allunghi l’ombra del locale campionato, portandosi strascichi imprevisti a beneficio delle sorprese e dello spettacolo. È singolare, inoltre, che gli italiani dimentichino che mezzo scudetto del Napoli si deve ad Alemao, caduto con onore sul campo di Bergamo per ottenere una preziosa vittoria a tavolino; ma il fatto che giochi per il Brasile non sembra inficiare l’equazione collettiva. L’Argentina è Maradona e viceversa, entrambi sono il Napoli e si trovano dalla metà del tabellone dell’Italia, quella che conduce proprio alla semifinale prevista al San Paolo. Per questo tutta Italia, dicono, tifa per il Brasile.
E perde. Una partita che forse non sarà stata a senso unico come riportano le cronache, abili a fiutare un’incontenibile ingiustizia poetica, ma che sembra voler seguire un copione fatto apposta per incrementare le angosce patriottiche degli organizzatori, che paventano più di ogni altra cosa il ritorno di Maradona a Napoli contro gli azzurri, roba da guerra civile. Il Brasile prende tre pali mentre il portiere di riserva argentino, il sempre meno ignoto Goycoechea, svolazza vanamente; fino a che, mancheranno dieci minuti, frammezzo a una selva di gambe brasiliane Maradona sembra abbandonarsi, s’arrende, si sdraia ma in realtà tocca quel tanto che basta per far arrivare la palla all’accorrente Caniggia, di fronte al quale Taffarel si para alla disperata venendo superato in corsa, rincorrendolo fin quasi carponi e vedendolo depositare senza possibilità di appello il goal decisivo.

unnamed

Gli italiani si consolano con Prost e Mansell primo e secondo al GP del Messico, grazie alle gomme che tradiscono Ayrton Senna, non una grande giornata per i rapporti fra i brasiliani e il culo; era da due anni che la Ferrari non realizzava una doppietta. Gli italiani si concentrano sulla partita successiva, la pseudofinale fra Germania e Olanda che è altresì uno pseudoderby di Milano, tanto che il tabellone – ormai assurto al rango di vindice divinità capricciosa e ineluttabile – le mette di fronte proprio a San Siro: di qua i tre tedeschi dell’Inter, di là i tre olandesi del Milan. I nerazzurri rispondono presente: Klinsmann portando in vantaggio la Germania Ovest con un tocco ravvicinato a inizio secondo tempo, Brehme segnando dall’estrema sinistra il goal forse più sottovalutato del Mondiale per bellezza e difficoltà. Risponde presente anche Rijkaard che, nel primo tempo, inveisce su Voeller dopo una sua incursione nell’area arancione, lo fa alzare, lo strattona fino a che l’arbitro non li espelle entrambi e poi gli sputa. Quando Van Basten si fa stendere da Kohler e Koeman accorcia sul rigore susseguente manca un solo minuto, è troppo tardi.

A Montecarlo vengono battuti all’asta pezzi del Muro di Berlino; vanno esauriti in men che non si dica. Fra gli acquirenti, il magnate degli spumanti Carlo Gancia e Ljuba, la vedova Rizzoli, che vuol sistemare il reperto nell’ingresso della propria villa. Si accontentano di un frammento, mentre un trentenne zurighese ne compra otto perché vuol mettere su una galleria.

Ciao_L’Italia del Novanta_23 giugno

di Antonio Gurrado

23 giugno 1990

Quattro squadre con la C inaugurano la fase a eliminazione diretta, quella in cui il Mondiale cessa di essere una kermesse atta a sfrondare gli psicolabili e diventa un torneo vero e proprio, in cui o si vince o si va a casa. Quelle quattro squadre con la C, che danno il via agli ottavi di finale, hanno l’aria di chi non dovrebbe essere lì; sono gioiose presenze inattese che danno alla seconda fase un’aria di festa paesana, prima che i pezzi grossi scendano in campo. A Napoli doveva esserci l’Argentina campione in carica, a seguito della pianificata vittoria del girone, e invece ecco il Camerun: che si trova di fronte la Colombia, in teoria la seconda forza del proprio gruppo (hanno il tanto decantato Valderrama, il Gullit biondo, che in effetti sta giocando male tanto quanto il Gullit moro) finita però buona terza nella tradizionale gerarchia dietro le squadre europee, agli ottavi da ripescata. Oltre a Valderrama, purtroppo, la Colombia ha anche Higuita, il portiere folle che i telespettatori hanno scoperto nella Coppa Intercontinentale fra Milan e Nacional Medellin, dove sembrava che le sue sortite da libero avanzato a centrocampo fossero il vertice di un acume tattico senza precedenti. Deve pensarlo anche il vecchio Roger Milla, richiamato a furor di popolo in nazionale, e che all’inizio del secondo tempo supplementare se lo ritrova nel cerchio di centrocampo intento a dribblarlo; il portiere, intendo, intento a dribblare l’attaccante, il quale lo uccella, gli sottrae la palla con perfidia e s’invola verso la porta vuota a segnare il goal decisivo mentre Higuita cerca di stenderlo con una spaccata che lo candida a stella del prossimo mercato italiano. Quello televisivo, per Fantastico al posto di Heather Parisi.

Le quattro squadre con la C fungono da calamita e sembrano richiamare notizie con la C. Sarà per questo che, dal nulla, i Cobas convocano un improvviso sciopero di treni e mezzi. Il Canada esagera e ventila l’ipotesi di secessione del Quebec, che non si accontenta della soluzione della cosiddetta “società distinta” proposta dal primo ministro Mulroney e indica come modello da seguire piuttosto la Lituania, primo satellite intento a distaccarsi dall’Unione Sovietica. Da noi invece il Ciriaco nazionale, De Mita, punta tutto su un referendum per il premio di maggioranza così da costringere Craxi a scegliere di mollare la Dc per allearsi coi comunisti. A Cattolica, viene organizzato un convegno su Conrad, che costituisce la nuova edizione di un ciclo di incontri monografici inaugurati anni prima da una conferenza su Chandler.

La Costa Rica, invece, in serata si presenta a Bari senza acuti cromatici, vestita di una maglietta rossa come da tradizione; e pare che, spogliata del bianconero, perda forza e si convinca di essere una specie di Corea (del Sud o del Nord indifferentemente). s-l400La Cecoslovacchia fa il bello e il cattivo tempo, vincendo in cotale scioltezza da non dover effettuare nemmeno un cambio lungo la durata della partita; che, instradata già dopo meno di un quarto d’ora da un colpo di testa del bomber Skuhravy, vede l’inatteso pareggio dei caraibici subito rintuzzato da un nuovo colpo di testa di Skuhravy, un bel goal su punizione di Kubik e, come dessert, il terzo colpo di testa vincente di Skuhravy, il cui cranio esce da tutti questi ciocchi messo comunque meglio di quello del presidente della Fifa Havelange, il quale in conferenza stampa ha l’ardire di sostenere che nella prima fase gli arbitri del Mondiale sono stati tutti eccellenti.

Ciao_L’Italia del Novanta_19 giugno

di Antonio Gurrado

19 giugno 1990

Gioca l’Italia. Il Gran me va a casa del Piccolo me ma non lo trova; citofona citofona (viaggiare nel tempo non lo rende meno educato) e non risponde nessuno. Cos’è successo? Il Gran me, che nei decenni è rimasto apprensivo e portato al tragico come il Piccolo me, presume il peggio e già si aspetta di dover trascorrere la serata al pronto soccorso, in questura, all’obitorio; eppure com’è che l’evento non ha lasciato traccia nella sua memoria? All’improvviso si ricorda. A partire da quella sera la famiglia ha deciso – con non poca sorpresa del Piccolo me, che si guarda comunque bene dal protestare – che non solo si guarderà l’Italia tutti insieme (gli esami di quinta elementare, ormai alle spalle, sono andati bene, grazie) ma addirittura ci si unirà appositamente ad amici che abitano dietro l’angolo. Il Gran me si rende dunque conto di aver sbagliato casa, gira l’angolo e si presenta a quella giusta.

s-l400

Per le abitudini di una famiglia mononucleare, la gente è talmente tanta che uno in più uno in meno non fa differenza, quindi il Gran me passa inosservato; non si accorge di lui nemmeno il Piccolo me, che trasognato guarda su Rai 1 il collegamento prendere inizio con largo anticipo mentre attorno a lui è tutto un fervore di panzerotti, birre e chiacchiere. Ci sono anche le madri, le mogli, le fidanzate; fattori di distrazione collettiva sufficienti a restare agghiacciati quando sullo schermo – un po’ più grande di quello dei genitori del Piccolo me, i Mondiali più grandi sono meglio sembrano – appaiono inattese le formazioni di Austria e Stati Uniti.

Be’? Viene fuori che bisognava guardare meglio. A causa di un’incomprensibile spartizione, quella sera le partite del girone A sono così suddivise: la meno importante, la sgambata platonica fra le due squadre già eliminate, sulla rete ammiraglia; su Rai 2 invece l’Italia. Forse, ricostruisce il Gran me a posteriori mentre il Piccolo me non viene a capo del mistero, forse perché nel pomeriggio il primo canale ha trasmesso la partita della Germania Ovest e il secondo parlava d’altro, mentre Jugoslavia-Emirati Arabi finiva su Rai 3 che non per niente era la rete di Chiambretti. La coerenza dell’organizzazione di Italia 90, considera il Gran me, è talmente capillare che per capirla può essere necessario attendere una trentina d’anni.

Il Gran me si avvicina alle spalle del Piccolo me, in piedi dall’inno nazionale al fischio finale, e gli dice: «Tu non lo sai ma quella faccia buffa che Totò Schillaci sta facendo seduto nel mezzo dell’area di rigore dopo essere stato steso – ma in verità è volato un po’ troppo – per protestare contro l’arbitro che gli ha fischiato contro, quegli occhi sgranati e quella bocca ritorta appartengono a uno Schillaci più vecchio di quello che, passando i decenni, sarà chiamato di volta in volta a commentare l’evento, presentandosi più giovane a ogni ricorrenza, con più capelli, vestito più alla moda, con i lineamenti più lisci e l’espressione più studiata. È come se quello Schillaci seduto in area fosse il padre dello Schillaci futuro, seduto a commentare sé stesso; è come insomma se il Grande Schillaci del Novanta abbia generato un Piccolo Schillaci commemorativo, che dentro di sé guarda il proprio passato con la stessa espressione fulminata di chi non si capacita affatto».

Ma il Piccolo me non lo ascolta: sta correndo e saltando fra i mobili come Roberto Baggio ha appena fatto fra gli avversari, prendendo un’innocua palla sulla fascia destra e cullandosela fino a trasformarla nel gol più bello del Mondiale, causando un urlo collettivo di entusiasmo prearticolato che, dall’Olimpico alla casa dietro l’angolo, Bruno Pizzul si cura di tradurre in italiano: «Una prodezza eccellente», dice a tutti gli italiani che si sono ricordati di cambiare canale e non stanno guardando straniti Austria-Usa, che comunque è una bella partita.

 

 

Ciao_L’Italia del Novanta_17 giugno

di Antonio Gurrado

17 giugno 1990

Mentre il mondo intero è a buon diritto distratto dal vibrante 0-0 pomeridiano fra Eire ed Egitto, che così imitando perfettamente il comportamento di Olanda e Inghilterra (guerriglia esclusa) mantengono in perfetta parità le quattro squadre del gruppo F, un manipolo di deputati di Berlino Est propone surrettiziamente al voto un emendamento che causerebbe l’immediata affiliazione della Germania Orientale a quella Occidentale. La presidenza della Camera tedesca sospende la seduta, forse memore dell’ammonimento di Andreotti al quale la Germania piace così tanto che ne vorrebbe due. Scandalo sanità in Lombardia; si pondera l’ipotesi di far affluire degli infermieri stranieri per sopperire alla carenza di personale italiano e Andreotti (sempre lui) fa notare che sono stati gli immigrati a fare grandi gli Stati Uniti. Ciriaco_De_Mita_informaleI malevoli leggono un sottotesto calcistico che, una volta tanto, non c’è. Ben altre le preoccupazioni di De Mita: «La gente vota Dc e si ritrova con un sindaco socialista; la gente vota Pci e si ritrova con un sindaco socialista», dichiara. Per non saper né leggere né scrivere, dunque, l’Istituto di formazione politica “Palmiro Togliatti” (le famose Frattocchie) decide di inaugurare un corso rivolto ai manager d’azienda; s’intitola “Investire a Est”, dev’essere il momento giusto. Mentre i tedeschi dell’Est vogliono diventare tedeschi dell’Ovest, nel loro piccolo i membri dell’Union Piemontesa chiedono di aderire alla Lega Lombarda, e il cerchio si chiude.

Dopo le vacche magre pomeridiane, la serata è di folle zapping fra Rai 1 e Rai 2 per non perdersi nemmeno un gol di Spagna-Corea del Sud e Belgio-Uruguay. Inaugura il belga Cljisters dopo un quarto d’ora, imitato poco dopo dal connazionale Scifo che da trenta e passa metri chiude la partita prima ancora che si ponga il problema; si riesce così a cambiare canale giusto in tempo per la spaccata con cui Michel porta in vantaggio la Spagna ma attenzione, i simpatici coreani pareggiano prima della fine del primo tempo, quindi bisogna sforzarsi di distinguerli. Choi Soon-Ho tocca una punizione da poco fuori area per Kwan Hwang-Bo che trafigge Zubizarreta nell’angolo alto. Sono nomi che resteranno scolpiti nella memoria di tutti; quelli di Michel e Zubizarreta, intendo. Da Verona giunge notizia del terzo gol del Belgio, col classicone Ceulemans; meglio tornare a Udine dove per un buon quarto d’ora la Spagna cerca di venire a capo di questi coreani che iniziano a risultare antipatici, almeno fino a che Michel, ancora lui, con una formidabile punizione non riporta gli iberici in vantaggio. Poi, già che c’è, all’ottantesimo fa tripletta con un’azione personale poco dopo che l’Uruguay accorcia le distanze con Bengochea, che tira fortissimo sullo stinco di Preud’homme, il portiere col nome da crociato. Nel senso di cavaliere, non di legamento.

Possono due partite così diverse finire con l’identico 3-1? Possono, è uno dei misteri della vita che presto però non ne avrà più, almeno stando al Progetto Sonda: un colossale esperimento psico-informatico che coinvolge quaranta città italiane, a cominciare proprio dal Triveneto, il cui scopo è far uscire gli uomini dalla disperazione grazie all’intelligenza artificiale, prevenendo comportamenti devianti o autodistruttivi come quello del portiere dell’Uruguay. Grazie a un simulatore percettivo, capace di riprodurre sul computer ciò che succede nel nostro cervello, si studiano gli effetti delle campagne di sensibilizzazione sul nostro animo; dopo di che, grazie a un simulatore logico, si fanno emergere le tracce di pensiero nascosto, portando alla luce ciò che l’individuo ignora di sé stesso o nega, risolvendo così una volta per tutte l’annoso problema della droga, ad esempio, nonché rendendo effettivamente inutile studiare Leopardi, come il ministro dell’Università aveva intuito con largo anticipo sulla macchina.

 

Ciao_L’Italia del Novanta_9 giugno

di Antonio Gurrado

9 giugno 1990

Gioca l’Italia. Il Gran me va a trovare il Piccolo me e lo trova addormentato nella cameretta in fondo al corridoio della casa dei genitori, del tutto incurante che in quel momento – sono le ore 22.30 – in salotto Totò Schillaci stia dando inizio alla propria epopea: dopo un’ora e un quarto di vani attacchi, su passaggio filtrante di Donadoni, Vialli (annunciato eroe della spedizione domestica) mette al centro un cross scolastico quantunque che la piccola punta siciliana, marcato da due austriaci a distanza di sicurezza, incorna alle spalle di Lindenberger, il portiere male informato sulle italiche usanze visto che, con tutti gli sbuffi e i righini della divisa, s’è presentato a Roma vestito da sbandieratore. Ma il Piccolo me dorme, inconsapevole, vecchio di nove anni e mezzo, voltato contro il muro in un letto che occupa si e no per due terzi in lunghezza; e il Gran me, che ha trent’anni in più e ogni tanto passa a visitarlo, si accomoda sul letto vuoto lì di fianco, che, allestito per un fratellino futuro, resterà vuoto per sempre.

Gli dice: «Tu non lo sai ancora ma fra trent’anni, mentre tutti staranno ricordando dove hanno visto la memorabile rete che prometteva magnifiche sorti, tu dovrai svicolare per non ammettere che eri a letto perché finiva la scuola e incombeva l’esame di quinta elementare, lievemente più arduo dell’attuale maturità. Con un trucco degno di film che amerai man mano che crescerai (Underground, Goodbye Lenin, Truman show) benché tuttora incomprensibile nella sua realizzazione concreta, i tuoi genitori sono riusciti a nasconderti l’inizio vero dei Mondiali, la prima partita della nazionale, per non sottrarti ore di sonno e non causarti emozioni forti che avrebbero rischiato di trasformarti precocemente nel Marcel Proust di Gravina in Puglia, escluso il talento nella scrittura. Ma fra trent’anni, ti assicuro, degli esami di quinta elementare non ricorderai nulla, come se non li avessi fatti, mentre il fermo immagine della fronte mediterranea di Schillaci che incoccia l’Etrusco Unico, e lo insacca alle spalle dello sbandieratore suddetto, ti resterà impresso nella tua, di fronte mediterranea, come se lo avessi visto in diretta, come se ti fosse apparso in sogno mentre dormivi voltato verso il muro, ricordo indotto dall’intensità uguale a quello della delusione del mattino dopo, quando avresti scoperto che ti era stata nascosta la partita ed eri stato mandato a letto troppo presto».

Il Gran me si alza dal materasso sempre vuoto, attento a non far cigolare le molle, getta un altro sguardo al fagottino sotto il lenzuolo e se ne va, lasciando socchiusa la porta della cameretta mentre la luce blu del soggiorno lampeggia mentre Bruno Pizzul dichiara esausto, alzando finalmente la voce per sovrastare il boato collettivo: «Era ora».

Coer Schillaci

 

 

Ciao _ L’Italia del Novanta _ 8 giugno

di Antonio Gurrado

8 giugno 1990

Non mancano le alternative. Chi non vuol vedere la cerimonia d’apertura di Italia 90 e la susseguente partita inaugurale fra Argentina e Camerun può, con giusto orgoglio, sintonizzarsi su Ok il prezzo è giusto (Canale 5), su Arnold (Italia 1), o anche sul teleromanzo La Valle dei Pini (Rete 4), che va solidamente in onda dal 1970 e non si fermerà fino al 2011. O, se proprio predilige uno sfregio snob, guardare il Roland Garros su Rai3.

Il Mondiale infatti inizia su Rai2; è come se, dopo quattro cinque sei anni di attese e preoccupazioni, entusiasmi e sprechi, profezie e visioni, la Rai decidesse di non scommettere fino in fondo sull’evento (davvero sono riusciti a organizzarlo in tempo? non è che adesso tutto il mondo arriva in Italia e ci accorgiamo di esserci dimenticati nel bailamme di un qualche dettaglio fondamentale? avete portato i palloni?) e preferisse ammantare la rete ammiraglia di una compita indifferenza, che la porta a dedicare le tre ore di palinsesto prima ai bambini, con i cartoni animati di Big!, poi alle mamme, con le soap opera Cuori senza età e soprattutto Santa Barbara. Si preannunciano colluttazioni nelle case dotate di un solo televisore, cioè quasi tutte; o, in subordine, sofisticati accordi diplomatici per far trasferire tutti i mariti in una casa e tutte le mogli in un’altra, con buona pace dell’Auditel. L’annunciatrice, su uno sfondo di figure geometriche che sembrano avanzate dall’atelier di De Chirico, spiega che il programma sarà trasmesso in stereofonia nelle zone già raggiunte da questo servizio; non si sa cosa voglia dire ma è sufficiente a porre l’Italia all’avanguardia della tecnologia delle comunicazioni. E, caso mai ci fossero dubbi, meno di un quarto d’ora dopo sugli schermi fanno la propria apparizione le tette, stereofoniche per definizione e visibilissime in trasparenza sotto le bluse della sfilata di moda che Gianfranco Ferrè allestisce per simboleggiare i costumi dell’Europa intera.

O forse si gioca su Rai2 perché si inizia a San Siro e il sindaco di Milano, Pillitteri, è socialista (trent’anni fa era perfettamente logico). Dalla clip girata da Ermanno Olmi per introdurre la città agli occhi degli stranieri che guardano in mondovisione, risulta che Milano consiste in un’affollata piazza attorno al Duomo, dove si tiene per minuti interi la lotta senza quartiere fra due specie fastidiose: i bambini e i piccioni, che a vicenda si rincorrono causando la fuga della fazione opposta. Del resto sono giorni nervosi, bisogna stare attenti a equilibri millimetrici. Cossiga promette che dirà ciò che deve dire alla fine del mandato (e sant’Iddio se lo farà) ma intanto dimostra che anche il Quirinale non è immune all’ondata calcistica: «La Corte Costituzionale è il giudice sportivo», spiega a sessanta milioni di cittadini con la testa nel pallone, «mentre il ruolo del presidente della repubblica è quello dell’arbitro». Andreotti è nero, di umore intendo: Forlani e De Mita gli stanno spaccando sotto gli occhi la Dc in due tronconi, uno di destra e uno di sinistra, e Bettino Craxi gli fa sapere che due mezzi partiti non possono esprimere il presidente del consiglio, quindi toccherebbe di nuovo a lui. Continua a leggere “Ciao _ L’Italia del Novanta _ 8 giugno”