Italo Calvino, l’orologiaio del centrocampo

di Silvano Calzini

Nato a Cuba, calcisticamente è cresciuto in Liguria per poi affermarsi a Torino. Figlio di due scienziati, non seguì la tradizione familiare per dedicarsi anima e corpo al calcio. Era incantato dai racconti delle vecchie partite, che stava ad ascoltare per ore trasognato. Agli esordi venne considerato un giocatore con la testa sulle nuvole, troppo portato all’invenzione fantastica. E pensare che poi diventò un mediano ordinato, preciso, razionale. Anche troppo. Il “ragionatore del centrocampo” per antonomasia.
Calvino era affascinato dai meccanismi del calcio. Appena cominciava la partita si metteva lì a cavallo della linea mediana e si divertiva a smontare gli ingranaggi della squadra avversaria come fossero un giocattolo. Poi, quando li aveva capiti, li rimontava e continuava a giocare. A quel punto aveva capito cosa doveva fare per portare la sua squadra alla vittoria. Silenzioso, sempre con un’espressione tra il corrucciato e l’ironico in volto, correva lasciando dietro di sé un leggero fruscio.
Stimato più che amato dai tifosi, il calcio di Calvino non era fatto per entrare veramente nel cuore degli ultras. Per infiammare le curve gli mancava il colpo d’ala, la giocata spettacolare. In compenso piaceva molto ai critici che ne ammiravano la lucida intelligenza, la capacità di tessere il gioco. Stilisticamente perfetto, si muoveva leggero in campo e il più delle volte terminava la partita come Nils Liedholm, vale a dire con i pantaloncini immacolati, senza la minima macchia. Non era giocatore da dichiarazioni polemiche o da grandi proclami e, anche quando diventò un punto fermo della nazionale azzurra, ai giornalisti che lo intervistavano si limitava a dire: «L’unica cosa che vorrei insegnare è un modo di guardare».

[Nel giorno del compleanno di Italo Calvino riproponiamo il suo fantastico e immaginario ritratto, opera di Silvano Calzini, presente nel suo Figurine (Ink, 2015)]

Neuro2020 – Girone F – Francia-Portogallo

di Gianvittorio Randaccio

Parigi, 3 marzo 1973

FRANCIA-PORTOGALLO

Hanno avuto una bella pensata, i suoi amici. Lo hanno visto un po’ provato e scosso dalla scrittura de La bottega oscura, una sorta di faticosa autobiografia notturna in 124 sogni, e gli hanno proposto, come regalo appena un po’ anticipato di compleanno (Georges è nato il 7 marzo), una cosa inedita per lui: una partita allo stadio, per lui che di calcio non capisce niente. cover__id628_w302_t1465131669__1xE non una partita qualunque, ma Francia-Portogallo, amichevole di lusso, con giocatori di gran classe. Gli hanno detto che nel Portogallo gioca un tale Eusébio, una specie di poeta del gol, che sicuramente lo entusiasmerà. Georges Perec ha accettato, sempre affamato di novità ed esperienze. Ha pensato di scrivere per chiedere informazioni a Italo Calvino, da poco entrato nell’Oulipo (l’officina di letteratura potenziale): se non ricorda male Eusebio è anche il soprannome con cui viene chiamato dagli amici Eugenio Montale, e le coincidenze hanno sempre un significato.
Noi non sappiamo se Perec abbia mai scritto a Italo Calvino, ma sappiamo cosa Eduardo Galeano, un altro che con le parole ci sapeva fare, scrisse di Eusébio (il calciatore, non il poeta): «Da bambino lo chiamavano Ninguém (Niente, nessuno). Fece il suo ingresso sui campi correndo come può correre solo chi fugge dalla polizia o dalla miseria che gli morde i talloni. E così, tirando e zigazagando, divenne Campione d’Europa a vent’anni. Allora lo chiamarono la Pantera». Semplicemente, con buona pace di CR7, il più grande calciatore portoghese di sempre, una specie di eroe nazionale.
E sappiamo che Georges Perec è stato fortunato, quel 3 marzo 1973 al Parco dei Principi di Parigi, nell’unica partita di calcio a cui (forse) abbia mai assistito. Ha visto un Eusébio magari un po’ appesantito, ma in grande forma, che con una doppietta ha trascinato il Portogallo alla vittoria, dopo il vantaggio francese di Molitor al 36’. Prima ha trasformato con freddezza un rigore al 38’ e poi, a qualche minuto dalla fine, ha chiuso la partita con un colpo di testa praticamente rasoterra, passato sotto la pancia del portiere francese Carnus. Una partita, tra l’altro, in cui è sceso in campo anche Humberto Coelho, il nabokoviano difensore che ventisette anni dopo vestirà i panni del ct portoghese nella gloriosa vittoria contro la Germania.
In tribuna, Perec ha assistito sornione dalla tribuna, toccando la sua barbetta crespa, sorridendo all’evidente talento di quel giocatore capace di giocare con il pallone come lui faceva con le parole. E, tornando a casa, si deve essere chiesto, forse, se non valesse la pena scrivere il centoventicinquesimo sogno, quello a proposito di un giocatore poeta che segna gol impossibili, facendoli sembrare facilissimi, rendendo raffinato e quasi artistico un gioco così popolare. Il titolo era già pronto: Il calcio, istruzioni per l’uso. Forse, però, era meglio tenerlo in serbo per il futuro.

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Francia-Portogallo 1-2
Molitor 36’, Eusébio 36’ 87’

Francia: Carnus, Rostagni, Adams, Trésor, Broissart, Mézy (Huch 85’), Michel, Lech, Revelli, Bereta, Molitor (Floch 75’)

Portogallo: Henrique, Quaresma, Calisto, Correia, Coelho (Simoes 10’), Pavao, Toni, Freitas, Eusébio, Abel Miglietti (Artur Jorge 65’), Nené (Dinis 81’)