Siamo come i soldati di Guerre Stellari. Intervista con Sandro Bonvissuto

Siamo appena ad aprile ma, per chi scrive, La gioia fa parecchio rumore è già il libro più sottolineato dell’anno e quindi il più bello. Un romanzo che parla d’amore, di sentimento, di quello che eravamo e forse non saremo più, perché tutto corre veloce e certe emozioni sono sempre più difficili da fermare e riconoscere. Parla anche di calcio e di Roma, ma non c’è bisogno di seguire il calcio o di essere romanisti per immedesimarsi con empatia nelle vicende del protagonista di questa storia esemplare, che ci racconta una verità semplice e necessaria: «Esiste solo chi ama».
Ho scambiato due chiacchiere con Sandro Bonvissuto e, anche se non ci conosciamo di persona, io lo considero già come un mio grande amico, perché il suo calore e la sua umanità si riconoscono subito, senza bisogno di cerimonie e frequentazioni. Di questo e delle sue parole lo ringrazio molto. [G.R.]


Sono passati otto anni da Dentro. Come mai tanto tempo? E, collegata a questa, c’è una domanda che ha anche fare con la genesi del romanzo: com’è nato? Quanto ci hai messo a scriverlo? A me dà l’idea di una cosa che ti porti dentro da una vita e poi esce di getto: è così? Oppure ci hai lavorato a lungo?

I libri vengono quando dicono loro, come i figli, e nessuno sa mai quando di preciso, nemmeno io che li scrivo. Questo in modo particolare ha dovuto attendere la fine di un periodo difficile della mia vita. È nato per il desiderio di raccontare la storia di un bambino che vede il numero che c’è su quella maglia per la prima volta. Ci ho lavorato in due tempi per circa un anno. Racconta eventi che mi hanno riguardato molto da vicino, quindi il prelievo di ricordi come quelli non è stato indolore.

A me sembra che il romanista sia molto fortunato: grazie alla Roma vive l’amore vero e passionale, ma nello stesso tempo è dotato di un pessimismo cosmico, un’ironia diffusa che lo rende immune ai grandi dolori. Perché non siamo tutti romanisti? Forse perché non abbiamo una famiglia come la tua?

Sono le caratteristiche di questo amore a fare in modo che chi lo vive diventi proprio così come siamo noi; i sentimenti ci abitano dentro, ma ci cambiano fuori, nei comportamenti, l’amore è una forza che plasma. Gli adoratori di una setta saranno in qualche modo simili fra loro agli occhi di chi li guarda. Potete capire se pensate ai religiosi, o agli affiliati di una determinata ideologia politica. Ai soldati. Ecco noi siamo come i soldati di Guerre Stellari, tutti spinti dallo stesso credo e animati dalla stessa fedeltà.

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Sei laureato in filosofia e cameriere: pensi che questo influisca sulla tua scrittura? E come? Io ci provo: la filosofia c’è nel modo di ragionare e discutere sull’amore, tanto che a volte non so se sto leggendo un romanzo profondo o un saggio leggero e disincantato. Il tuo lavoro forse c’è nella schiettezza e nella sincerità con cui racconti le cose.

Certo, tutto ciò che sono influisce sulla scrittura, non si può separare l’uomo dallo scrittore e il libro che ne risulta è proprio questo: verità e finzione, semplicità e speculazione del pensiero, cose banali e cose complesse nella stessa pagina.

Mi interessa molto la figura di Barabba, molto fuori dagli schemi: è la voce della ragione che parla a quella del cuore del tifoso? Per questo è così necessario al protagonista del romanzo?

 Barabba è il diverso, è qualcosa che appartiene ad un altro mondo e che arricchisce con la sua amicizia e vicinanza la vita del bambino, la sua visione dell’esistenza, che altrimenti rimarrebbe chiusa in un ambiente circoscritto. È uno “straniero”; i destini della squadra sono stati cambiati da uno straniero, il destino del ragazzino è stato cambiato da uno straniero. Uno è un grande giocatore ingaggiato dalla squadra, l’altro è un uomo senza casa. Il destino agisce attraverso eventi grandi. E pure attraverso cose piccole. Indifferentemente. Continua a leggere “Siamo come i soldati di Guerre Stellari. Intervista con Sandro Bonvissuto”

Noantri

di Sandro Bonvissuto

Noantri era nient’altro che la crasi popolare di noi e altri, e stava a significare «noi che siamo altro da voi».9602726_4419826
Visivamente noantri si presentava come un insieme di persone, qualcosa che aveva una dimensione fisica, eppure non si trattava di un insieme di corpi, ma di anime, alle quali i corpi obbedivano. La ragione non consentiva di comprendere cosa fossimo noantri, era la passione a rivelarlo. E non c’era disprezzo nei confronti di tutte le altre persone, perché noi eravamo noi proprio perché loro erano loro. Se tutti quelli che non erano noantri non fossero esistiti, avremmo dovuto inventarli. Ed era pure chiaro che non c’erano cose che gli altri avrebbero potuto acquisire per diventare come noi, perché non si trattava di avere ma di essere. Anzi, eravamo una cosa bella che stava a metà fra l’essere e l’avere e che racchiudevamo in un saluto: «Semo nostri».
Visivamente – dicevo – noantri si presentava come una mandria di gente, anche e soprattutto per il modo che avevamo di camminare: qualcuno davanti, qualcuno a chiudere, e la parte più numerosa in mezzo, a centrocampo. I più esperti stavano dietro, in difesa. E i più forti davanti, in attacco. Io mi schierai inizialmente in mezzo, e penso sia stata la scelta giusta.
Non c’era posto per l’intelligenza, anzi ne avevamo paura. Non volevamo nessun cambiamento, era inutile ragionare con noi.
Tra noantri non vigeva la consuetudine secondo cui i bambini dovevano stare con i bambini, gli adulti con gli adulti e i vecchi coi vecchi, si obbediva a un’unica legge: i romanisti dovevano stare con i romanisti. Di qualunque età. E di qualunque estrazione sociale, anche se noi avevamo tutti la stessa. Eravamo un insieme come quelli che si formano per strada all’impronta, fatti da «chi c’è, c’è», come quando si ferma una macchina e si mettono in tanti a spingerla; persone che, indipendentemente da chi sono, fanno tutte la stessa cosa.
Educarsi a vivere con i propri simili, questo facevamo, come fossimo i protagonisti di una favola di Esopo. Eravamo noantri, la favola. Non volevamo niente, avevamo tutto. Fra noi c’erano nonni, genitori, zii e cugini, chiamati anche nipoti. Rientravamo tutti in queste categorie, anche se anagraficamente abusivi. Tutto il sistema educativo destinato a quelli come me faceva leva sulle storie di quelli come noi, un mondo intero raccontato ad aneddoti in un autentico ciclo epico, destinato a convincere i più giovani di come non esistesse nessun modo più bello del nostro di campare, e cioè vivere facendo sì che non tramontasse mai il sole di nessun giorno senza che avessimo consacrato il nostro cuore alla Roma.
Le altre vite, di coloro che amavano quello che amavo io, erano il mio patrimonio, e i modi in cui lo amavano le varietà nelle quali era possibile farlo. Finché erano vivi sarebbe stato sufficiente vivere con loro per imparare. Quando fossero morti si sarebbe reso necessario ricordarli per riportare in vita quelle testimonianze d’amore. Sentivamo semplicemente l’urgenza di non buttare ciò che si è tanto amato, di consegnarlo a qualcuno più giovane e con più vita davanti. Un movimento circolare, una storia di qualcosa nella storia del mondo. L’amore ci permetterà di vivere oltre la morte? Sì, di sicuro.

[Con insospettabili doti da veggente, Carlo Martinelli, prima di chiunque altro, aveva consigliato a scatola chiusa questo libro ai lettori di Portiere volante. Adesso La gioia fa parecchio rumore è uscito e tutti possono rendersi conto con i propri occhi di quanto Carlo avesse ragione. Quello sopra è un piccolo estratto di questo bellissimo libro sul quale Portiere volante tornerà molto presto.]