Neuro2020 – Girone E – Polonia-Spagna

di Gino Cervi

Chorzów, 28 giugno 1959

POLONIA-SPAGNA

Quando il 28 giugno 1959, al 34’ del primo tempo allo Stadion Slasky di Chorzów, segnò Ernest Pol nessuno si stupì. Uno con un nome così non poteva che essere il capocannoniere della nazionale polacca. ernestpolDopo aver giocato nel Legia Varsavia, da due anni guidava l’attacco del Gornik Zabrze: nel decennio 1957-67 fu così prolifico con la maglia della squadra slesiana che in sua memoria, nel 2004, nove anni dopo la sua morte, a Zabrze gli intitolarono lo stadio. Poi arrivarono Lubanski, Lato e Deyna, e in questi ultimi anni Lewandowksi, ma fino a mezzo secolo fa, in Polonia, Pol faceva rima con gol. Vallo a sapere poi come si scrivesse: Pohl, come risulta all’anagrafe, ma troppo tedesco per la colonizzazione dei cognomi avviata dal regime comunista nel 1952, che lo trasformò in Pol; quando nel 1989 cadde il Muro di Berlino e la Germania si riunificò, Pol decise di andare a vivere lì e di ripristinare la forma tedesca del suo cognome. È curioso come alcuni attaccanti della storia del calcio polacco e tedesco abbiano sempre avuto un piede di qua e di là: ricordatevi di Ezzi Wilimowski, di cui abbiamo scritto per Polonia-Irlanda, ma anche di Miroslav Klose, nato a Opole, in Polonia, ma appartenente alla minoranza tedesca e divenuto poi, con la maglia della nazionale di Germania, il miglior marcatore della storia della Coppa del Mondo (16 reti in quattro edizioni, dal 2002 al 2014, in cui nella peggiore delle ipotesi è arrivato terzo, vincendo nel 2014 in Brasile); o a Luka Podolski, nato a Gliwice, in Polonia, ma compagno di Klose per molti anni in Nazionale. Sono in realtà tutti figli della Slesia, terra di confine ondivaga da secoli.
Ma la Polonia di quel 1959, alle prese con le qualificazioni per i Campionati europei di calcio contro la Spagna, aveva ben poco da sperare. Infatti le cose vennero messe subito ben in chiaro sette minuti dopo, da un gol di Luis Suarez – non l’Uruguagio Mannaro, ma El Arquitecto – e dopo due minuti ancora da un altro di Alfredo Di Stéfano. Nella ripresa, in altri dieci minuti, la temibile coppia barça-madridista ne mise a segno uno a testa. Al 62’ chiuse il conto Lucjan Brychczy, per il 2-4 finale.distefano
Non andò meglio quattro mesi dopo a Madrid, per la partita di ritorno. Le furie rosse finirono il lavoro rifilando altri tre gol ai polacchi (ancora Di Stéfano, Gensana e Gento). Erano probabilmente la squadra più forte d’Europa ma la realpolitik in quegli anni di Guerra Fredda fece sì la loro avventura calcistica finisse ai quarti di finale. Rifiutandosi di affrontare in trasferta l’Unione Sovietica, la Spagna – all’epoca governata dalla dittatura franchista – venne eliminata con un doppio risultato a tavolino: 0-3 e 0-3. L’URSS di Jascin ebbe quindi spianata la strada per le fasi finali che si disputarono in Francia e che videro trionfare i sovietici sui cecoslovacchi e jugoslavi.
Quanto a Pohl, o Pol, che detiene il record di gol segnati nel campionato polacco (186), fece altrettanto bene con la Nazionale, con 39 gol in 46 partite, che sarebbero probabilmente stati molti di più se nel 1965 non avesse troncato la sua carriera in maglia biancorossa per un diverbio con il commissario tecnico Koncewicz che lo aveva ripreso per il fatto di bere birra a tavola. Rispose Pohl: «Sono figlio di minatori e i minatori bevono birra». E se ne andò.

 

Polonia-Spagna 2-4
Pohl 34’, Suárez 41, Di Stéfano 43, Suárez 51, Di Stéfano 55, Brychczy 62

Polonia: Stefaniszyn, Korynt, Wozniak; Strzykalski, Szczepański, Zientara; Baszkiewicz, Brychczy, Hachorek, Liberda, Pohl. All. Foryś

Spagna: Ramallets, Garay, Gensana, Gràcia, Segarra; Suárez, Olivella; Gento, Di Stéfano, Mateos, Tejada. All. Herrera.

Un italiano a Barcellona

di El Pampa

Se il Real Madrid può vantare fra i suoi tecnici del passato diversi italiani (Capello e Ancelotti in primis) la storia del Barcellona vede un solo nome tricolore nella sua storia. Si tratta di Sandro Puppo, nato a Piacenza nel 1918, che da calciatore, a causa anche di una certa sfortuna, non ebbe una carriera luminosa.puppo
Si mise in luce giovanissimo con il club cittadino, guadagnandosi la convocazione alle Olimpiadi di Berlino del 1936. L’Italia vinse la medaglia d’oro ma Puppo non giocò nemmeno un minuto nella rassegna. La grande occasione arrivò l’anno dopo, quando l’Ambrosiana Inter lo portò a Milano a soli diciannove anni, con la convinzione che ben presto avrebbe preso in mano le chiavi del centrocampo nerazzurro.
Il primo anno, pur vincendo il tricolore, non metterà mai piede in campo e solo nell’annata 1938-39 farà il suo esordio nella massima serie: otto sole partite furono il preludio alla cessione in prestito al Venezia. In Laguna giocò con continuità, potendo vantare due compagni di squadra eccezionali come Loik e Mazzola che faranno le fortune del Torino, ma che troveranno purtroppo anche la morte nella tragedia di Superga.
Dopo una breve parentesi nel club che lo lanciò, il Piacenza, tornò al Venezia, ma il campionato si concluse con la retrocessione in Serie cadetta. Il talento, però, non si era spento: lo volle la Roma.
L’annata fu sfortunata: un incidente di giocò pose praticamente fine alla sua carriera, ma da quel momento si aprirono le porte di un futuro luminoso da tecnico. Dopo la gavetta in provincia, arrivò l’occasione di dirigere la nazionale della Turchia, che raggiunse in modo straordinario la fase finale dei Mondiali del 1954, ai danni della più quotata Spagna. Continua a leggere “Un italiano a Barcellona”