Árpád Weisz: una vita breve

di Gianvittorio Randaccio

Árpád Weisz in apparenza era un uomo comune, tranquillo, non amava emergere: chi lo ricorda e lo ha raccontato dice che era garbato, educato, misurato, preferiva «i piccoli fatti quotidiani alla grandezza». Era una brava persona, insomma, come tante altre, si può dire, ma che, a differenza di molte altre, aveva un talento che, forse, non è mai stato celebrato come dovrebbe: Árpád Weisz era un grande allenatore, sicuramente il più grande della sua epoca, forse anche di quelle a venire. Un allenatore (e un uomo) finito ingiustamente nell’oblio per anni, un nome e una storia di cui, come dice Federico Buffa, «si sapeva ma non si voleva approfondire». Nel 2007 è stato Matteo Marani con il libro Dallo scudetto ad Auschwitz a portare alla luce la storia di Árpád Weisz, con il rigore del ricercatore e la lingua sciolta del narratore, e con l’idea che un tale patrimonio di talento, umanità e Storia (quella con la S maiuscola) non doveva andare sprecata.

Weisz, ungherese ed ebreo, nel 1938, in piena epoca fascista, è l’allenatore del Bologna; ha appena vinto due scudetti (interrompendo il grande ciclo della Juve di Monti, Cesarini e Orsi) e a Bologna è amato da tutti. È arrivato in Italia nel 1924 da calciatore, ma nel giro di qualche anno, giovanissimo, è diventato il miglior allenatore sulla piazza, vincendo in Italia con l’Ambrosiana Inter (lanciando anche un certo Giuseppe Meazza) e poi, appunto con il Bologna, con cui ha battuto facilmente 4-1 anche il Chelsea nel Trofeo dell’Esposizione a Parigi, una specie di Champions League dell’epoca. Il Chelsea, ovvero gli inglesi, che all’epoca si venivano considerati i maestri del calcio.

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