Neuro2020 – Quarti di finale – Italia-Croazia

di Silvano Calzini

Kashima 8 giugno 2002

ITALIA-CROAZIA

Siamo a Kashima, prefettura di Ibaraki. Inutile dilungarsi a parlare della città. Chi non conosce come le sue tasche Kashima? Andiamo piuttosto a questo Italia-Croazia. Pronti, via e ci mettiamo subito tutti in difesa. A difendere che cosa? Non si sa. Intanto ci difendiamo. Ci penserà poi lo stesso Trapattoni a spiegare questa scelta tattica nel post partita in sede di conferenza stampa. Naturalmente lo farà in puro trapattonese: «La difesa è come la spugna che assorbe l’acqua, poi quando esce la goccia che fa traboccare il vaso l’uccellino nella gabbia si autosuicida e fa cip cip». Pura logica aristotelica che spazza via ogni dubbio.

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Intanto se l’Italia si difende la Croazia attacca e bisogna ringraziare Buffon che sventa un paio di pericoli. Poi, come da regola fissa a ogni Mondiale, si infortuna Nesta sostituito da Materazzi, che entra giusto in tempo per fare un salvataggio sulla linea. Boksic semina il panico più volte, ma come è noto sa fare tutto meno che segnare. E così finisce il primo tempo. La ripresa comincia nel modo migliore per gli azzurri: al 5’ Zambrotta scende sulla sinistra, crossa e Vieri di testa insacca. L’arbitro inglese Poll annulla, ma resta qualche dubbio. In ogni caso dopo cinque minuti l’Italia praticamente fa un replay: questa volta è Doni che mette al centro e Vieri fa il bis sempre di testa. Uno a zero. Il massimo risultato con il minimo sforzo.
Appena passati in vantaggio gli azzurri si rimettono a difendere come e più di prima, ma almeno adesso sanno che cosa difendono. Sembra la situazione ideale e invece in quattro minuti i croati ribaltano il risultato; prima al 27’ con Olic che approfitta di una pennichella dei nostri difensori e poi al 31’ con Rapaic che, svirgolando una semirovesciata, tira fuori dal cilindro un pallonetto imprendibile. Una via di mezzo tra un golasso e un gollonzo. Nell’ultimo quarto d’ora gli azzurri combinano più che in tutto il resto della partita. Totti colpisce un clamoroso palo interno su punizione e Trapattoni fa violenza su stesso togliendo, udite udite, un centrocampista, Doni, per mettere un attaccante, Inzaghi. E in pieno recupero Super Pippo segna il gol del pareggio alla sua maniera sfiorando appena il pallone, ma Poll annulla per una precedente dubbia trattenuta. Finisce così tra le proteste furiose degli italiani.
Lasciamo il commento finale a Trapattoni: «Direi… non è la prima partita, io direi che non è, anzi, forse, se andiamo a vedere, sicuramente una delle più numerose partite giocate così. Se poi vogliamo fare gli struzzi, per non dire un’altra parola simile a struzzi, liberissimi di farlo».
Da Kashima, prefettura di Ibaraki, è tutto.


Italia-Croazia 1 -2
Vieri 55’; Olic 73’; Rapaic 76’.

 Italia: Buffon, Panucci, Nesta (Materazzi 24’), Cannavaro, Maldini, Zambrotta, Tommasi, Zanetti, Doni (Inzaghi 79’), Totti, Vieri.

Croazia: Pletikosa, Tomas, Kovac R., Simunic, Saric, Soldo (Vranjes 62’), Kovac N., Jarni, Vugrinec (Olic 67’), Boksic, Rapaic (Simic 79’).

Arbitro: Poll (Inghilterra).

Neuro2020 – Ottavi di finale – Spagna-Inghilterra

di Alessandro Toso

Napoli, 18 giugno 1980

SPAGNA-INGHILTERRA

«Io adesso come ci torno, a Bilbao?»
«In aereo, come tutti noi.»
«Sì, ridi, intanto siamo fuori dagli Europei ed è tutta colpa mia.»
«Ma non ti hanno insegnato niente alla scuola di calcio, quando eri piccolo? Si vince e si perde da squadra, tutto il resto sono episodi.»
«Tu credi veramente a queste cazzate?»
«Per forza.»
«Non mi stai guardando in faccia, Carlos.»51DxfXfXbIL._AC_SY355_
«Ti spiace chiamarmi Santillana, come fanno tutti?»
«Ok, Santillana, adesso però mi guardi in faccia e mi dici che oggi non abbiamo perso per colpa mia.»
«Senti, Dani, ti sto fissando dritto negli occhi e ti dico che oggi non abbiamo perso per colpa tua.»
«Ma l’hai vista la partita?»
«Sì, mi sono fatto tutti i novanta minuti. E nell’arco di quell’ora e mezza non sono riuscito a metterla dentro, che sarebbe il mio mestiere. Quindi non lamentarti, tu un gol almeno l’hai fatto.»
«Avrei preferito restare in panchina, sai? Giuro, piuttosto che vivere una cosa del genere avrei preferito starmene tranquillo vicino a Quini, Tendillo e gli altri.»
«E che palle che sei, Dani, ma all’Atletico come fanno a sopportarti? Dai, fammi spegnere la luce che domani tocca alzarsi presto.»
«Dai, l’ultima sigaretta e poi spegniamo. Anzi, ce la smezziamo una birra? L’ho nascosta nella borsa dopo la partita.»
«E dove l’hai trovata, scusa?»
«Eh, gli inglesi ne avevano un paio di casse giusto fuori dallo spogliatoio. Ho pensato che una in più, una meno non avrebbe fatto differenza.»
«Hai fatto bene. È fredda, almeno?»
«Ovvio, l’ho messa nel frigo appena siamo rientrati. Quindi sigarettina, birretta e tu mi spieghi e mi convinci che oggi non abbiamo perso per colpa mia.»
«Fatta. Poi però si dorme, ok?»
«Ok.»
«Allora. Tu sei convinto che oggi abbiamo perso perché hai sbagliato un rigore quando eravamo sull’1-1, giusto?»
«Sì.»
«Ma il loro primo gol, quello di Brooking, l’hai visto? Cross dalla destra che attraversa tutta l’area; torre degli inglesi, sfera che rimbalza a terra, spizzata, la palla arriva dall’altra parte e il nostro difensore, quello che doveva stare su Brooking, è dietro di lui a tre metri di distanza. Almeno avesse alzato il braccio, tanto per far finta di averlo messo in fuorigioco. Nemmeno quello, ha fatto. Tra parentesi, tu dov’eri quando è successo?»
«In panchina.»
«Ecco. Invece, nel secondo tempo, quando ti hanno messo al posto di quell’imbranato di Cardenosa, chi lo ha segnato il rigore? Spiazzando Clemence come se avesse il cemento nelle scarpe?»
«Io…»
«Perfetto. E adesso tu mi dirai, ma io sono anche quello che ha sbagliato il secondo rigore, quello che avrebbe potuto portarci sul due a uno. Corretto?»
«Eh.» Continua a leggere “Neuro2020 – Ottavi di finale – Spagna-Inghilterra”

Neuro2020 – Ottavi di finale – Irlanda-Repubblica ceca

di Gianluca De Salve

Dublino, 11 Ottobre 2006

IRLANDA-REPUBBLICA CECA

Entusiasmo fuori controllo a Dublino: Irlanda e Repubblica Ceca si sfidano per diventare una delle migliori otto nazionali del continente. A Lansdowne Road si registra il tutto esaurito, l’appuntamento è di quelli che contano. I pub della città si sono riempiti come nel giorno di San Patrizio e non mancano nemmeno i tifosi ospiti, soprattutto nei pub.
La partita è una battaglia in ogni angolo dello stadio. In campo i giocatori sentono l’importanza dell’evento e lottano senza sosta per conquistare la qualificazione ai quarti ma, forse, la vera battaglia, è sulle tribune dove i tifosi continuano a sfidarsi nella lotta per la supremazia alcolica.
Birra protagonista assoluta. Per entrambi i popoli è qualcosa più di una semplice bevanda, è uno stile di vita. Nei giorni precedenti l’evento i pub di entrambe le nazioni hanno fatto sapere che in caso di qualificazione sarà regalata una pinta di birra a tutti i tifosi. Milioni di persone sono pronte a festeggiare.1383739339
Tornando al rettangolo di gioco al 62’ Kilbane fa esplodere di gioia tutta l’Irlanda. 1-0 ed equilibrio spezzato. Per le vie di Dublino la gente comincia a scendere in strada, nessuno vuole mancare alla festa e con una pinta in omaggio è meglio non arrivare tardi al pub. Dopo un paio di minuti di nuovo tutti in salotto perché ci pensa il gigante ceco Koller a riportare in parità la sfida.
La tensione sale e il tempo di gioco trascorre senza altri sussulti. Si arriva al novantesimo sul risultato di parità. I supplementari sono troppo banali per concludere una simile sfida e quindi si va direttamente ai calci di rigore.
Intanto nelle due nazioni i pub sono pronti, bicchieri in ordine sui banconi e spillatori lucidati a dovere. Sarà la notte dei record.
I due allenatori, dopo un lungo consulto con i loro tifosi, consegnano la distinta dei rigoristi. L’arbitro francese Layec li guarda sbalordito ma del resto i francesi sono più per il vino.
Partono gli ospiti. Sul dischetto va Pilsner Urquell, il capitano indiscusso di ogni pub di Praga. Con la leggerezza che la contraddistingue non si fa ingannare dalle provocazioni dei tifosi di casa e porta in vantaggio i suoi. 1-2. Continua a leggere “Neuro2020 – Ottavi di finale – Irlanda-Repubblica ceca”

Neuro2020 – Girone D – Croazia-Norvegia

di Silvano Calzini

Zagabria, 12 ottobre 2010

CROAZIA-NORVEGIA

Si gioca a Zagabria allo stadio Maksimir, vale a dire allo stadio Vescovo della pace o Pace del vescovo. Se non ci credete vi ricordo che Maksimir non è altro che la fusione tra il nome del vescovo Maksimilijan, fondatore nel 1794 dell’adiacente parco, e la parola mir, che in croato vuol dire pace. Va bene non sapere chi siamo e dove andiamo, ma almeno sapere dove siamo! Adesso, dopo avere risposto a una delle grandi domande esistenziali, torniamo all’umile dovere di cronisti.Mario_Mandžukić_in_2018
Clamoroso al Maksimir: al 21’ parte un fulmineo contropiede norvegese che porta il centravanti di origine marocchina Abdellaoue solo davanti al portiere croato che viene infilato alla sua sinistra. Nonostante le apparenze, era proprio quello che ci voleva per dare la sveglia ai padroni di casa, che finalmente escono dal loro letargo. Dopo una quindicina di minuti arriva il pareggio ad opera di Marione Mandžukić, che di testa mette in rete un bel traversone di Pranjić. A inizio ripresa c’è il raddoppio croato al termine di una bella combinazione tra l’appena entrato Iličević, Eduardo e Kranjčar che mette nell’angolino basso.
A questo punto i croati tirano i remi in barca e praticamente la loro partita finisce qui. Il resto del secondo tempo vede la Norvegia costretta a fare gioco, il che è contro la loro modesta natura tecnica, per cui si assiste a uno stucchevole festival di cross verso l’area di rigore croata nel vano tentativo di trovare la zuccata giusta. A ben guardare, da un lato il pareggio sarebbe la sacrosanta punizione per la supponenza dei croati, ma dall’altro sarebbe una bestemmia agli occhi della Dea Eupalla. In realtà non succede più niente e così la Croazia passa agli ottavi, mentre la Norvegia se ne torna a casa. Calcisticamente parlando, giusto così.

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Croazia – Norvegia 2-1
Abdellaoue 21’, Mandžukić 35’, Kranjčar 49’.

 Croazia: Pletikosa, Srna (Buljat 88’), Schildenfeld, Šimunić, Strinić, Vukojević (Dujmović (61’), Pranjić, Mandžukić, Modrić (Iličević 46’), Kranjčar, Eduardo, (Bilić 61’).

Norvegia: Jarstein, Ruud, Hangeland (Wæhler 64’), Demidov, Riise, Braaten (Carew 64’), Henriksen (Grindheim 46’), Jenssen, Moen, Pedersen, Abdellaoue (Hannover 96′).

Neuro2020 – Girone A – Svizzera-Turchia

di Maurizio Zoja

Berna, 12 novembre 2005

SVIZZERA-TURCHIA

Allo Stade de Suisse di Berna va in scena l’andata degli spareggi per ottenere la qualificazione ai mondiali di Germania 2006. Fatih_Terim_2018Da una parte la Turchia allenata da Fatih Terim, lontana parente di quella che solo tre anni prima ha stupito il mondo raggiungendo le semifinali in Corea e Giappone, dall’altra la Svizzera allenata da Jakob Kuhn, primo allenatore svizzero dopo un decennio di tecnici stranieri.
I padroni di casa mettono in campo un mix di atletismo e ripartenze in velocità, mentre gli ospiti puntano decisamente sulla loro tecnica superiore, ma fanno decisamente fatica a pungere.
L’episodio che sblocca la partita arriva a cinque minuti dall’intervallo: punizione per la Svizzera poco oltre la linea di centrocampo, palla che spiove in area e Senderos di testa insacca l’1-0 per la Svizzera alla destra di un incerto Demirel.
Nel secondo tempo la Turchia si proietta in avanti alla ricerca del pareggio, con la Svizzera costretta progressivamente ad arretrare il baricentro del proprio gioco. All’82’ Kuhn mette in campo il giocatore destinato a decidere la partita: il laziale Valon Behrami, appena passato ai biancazzurri dopo una buona stagione con il Verona.
Centrocampista di origini kosovare, da bambino Behrami si è trasferito con i genitori a Stabio, nel canton Ticino. Quando aveva solo dieci anni le autorità elvetiche avevano deciso il rimpatrio di tutta la famiglia, ma la società atletica di Ligornetto, presso la quale Valon era iscritto, raccolse un numero di firme sufficiente a ottenere un riesame della pratica e a far cambiare la decisione.
Altri dieci anni e Behrami, quattro minuti dopo essere entrato in campo, sfrutta la sua maggior freschezza rispetto agli avversari, si sgancia sulla sinistra e segna il 2-0 che, alla luce del 2-4 del ritorno, sarà decisivo per portare la Svizzera ai mondiali.

 

Svizzera – Turchia 2-0
Senderos 41’, Behrami 86’

Svizzera: Zuberbuhler, Degen, Senderos, Barnetta (Behrami 82’), Cabanas, Gygax, Magnin, Muller, Vogel, Frei, Streller (Vonianthen 76’)

Turchia: Demirel, Toraman, Ozat, Ozalan, Cimsir, Sahin, Balci, Metin, Sukur, Kahveci, Sanii

Neuro2020 – Girone E – Polonia-Spagna

di Gino Cervi

Chorzów, 28 giugno 1959

POLONIA-SPAGNA

Quando il 28 giugno 1959, al 34’ del primo tempo allo Stadion Slasky di Chorzów, segnò Ernest Pol nessuno si stupì. Uno con un nome così non poteva che essere il capocannoniere della nazionale polacca. ernestpolDopo aver giocato nel Legia Varsavia, da due anni guidava l’attacco del Gornik Zabrze: nel decennio 1957-67 fu così prolifico con la maglia della squadra slesiana che in sua memoria, nel 2004, nove anni dopo la sua morte, a Zabrze gli intitolarono lo stadio. Poi arrivarono Lubanski, Lato e Deyna, e in questi ultimi anni Lewandowksi, ma fino a mezzo secolo fa, in Polonia, Pol faceva rima con gol. Vallo a sapere poi come si scrivesse: Pohl, come risulta all’anagrafe, ma troppo tedesco per la colonizzazione dei cognomi avviata dal regime comunista nel 1952, che lo trasformò in Pol; quando nel 1989 cadde il Muro di Berlino e la Germania si riunificò, Pol decise di andare a vivere lì e di ripristinare la forma tedesca del suo cognome. È curioso come alcuni attaccanti della storia del calcio polacco e tedesco abbiano sempre avuto un piede di qua e di là: ricordatevi di Ezzi Wilimowski, di cui abbiamo scritto per Polonia-Irlanda, ma anche di Miroslav Klose, nato a Opole, in Polonia, ma appartenente alla minoranza tedesca e divenuto poi, con la maglia della nazionale di Germania, il miglior marcatore della storia della Coppa del Mondo (16 reti in quattro edizioni, dal 2002 al 2014, in cui nella peggiore delle ipotesi è arrivato terzo, vincendo nel 2014 in Brasile); o a Luka Podolski, nato a Gliwice, in Polonia, ma compagno di Klose per molti anni in Nazionale. Sono in realtà tutti figli della Slesia, terra di confine ondivaga da secoli.
Ma la Polonia di quel 1959, alle prese con le qualificazioni per i Campionati europei di calcio contro la Spagna, aveva ben poco da sperare. Infatti le cose vennero messe subito ben in chiaro sette minuti dopo, da un gol di Luis Suarez – non l’Uruguagio Mannaro, ma El Arquitecto – e dopo due minuti ancora da un altro di Alfredo Di Stéfano. Nella ripresa, in altri dieci minuti, la temibile coppia barça-madridista ne mise a segno uno a testa. Al 62’ chiuse il conto Lucjan Brychczy, per il 2-4 finale.distefano
Non andò meglio quattro mesi dopo a Madrid, per la partita di ritorno. Le furie rosse finirono il lavoro rifilando altri tre gol ai polacchi (ancora Di Stéfano, Gensana e Gento). Erano probabilmente la squadra più forte d’Europa ma la realpolitik in quegli anni di Guerra Fredda fece sì la loro avventura calcistica finisse ai quarti di finale. Rifiutandosi di affrontare in trasferta l’Unione Sovietica, la Spagna – all’epoca governata dalla dittatura franchista – venne eliminata con un doppio risultato a tavolino: 0-3 e 0-3. L’URSS di Jascin ebbe quindi spianata la strada per le fasi finali che si disputarono in Francia e che videro trionfare i sovietici sui cecoslovacchi e jugoslavi.
Quanto a Pohl, o Pol, che detiene il record di gol segnati nel campionato polacco (186), fece altrettanto bene con la Nazionale, con 39 gol in 46 partite, che sarebbero probabilmente stati molti di più se nel 1965 non avesse troncato la sua carriera in maglia biancorossa per un diverbio con il commissario tecnico Koncewicz che lo aveva ripreso per il fatto di bere birra a tavola. Rispose Pohl: «Sono figlio di minatori e i minatori bevono birra». E se ne andò.

 

Polonia-Spagna 2-4
Pohl 34’, Suárez 41, Di Stéfano 43, Suárez 51, Di Stéfano 55, Brychczy 62

Polonia: Stefaniszyn, Korynt, Wozniak; Strzykalski, Szczepański, Zientara; Baszkiewicz, Brychczy, Hachorek, Liberda, Pohl. All. Foryś

Spagna: Ramallets, Garay, Gensana, Gràcia, Segarra; Suárez, Olivella; Gento, Di Stéfano, Mateos, Tejada. All. Herrera.

Neuro2020 – Girone D – Inghilterra-Norvegia

di Silvano Calzini

Londra, 10 settembre 1980

INGHILTERRA-NORVEGIA

Mettersi a cantare in coro Rule, Britannia! Britannia rule the waves come hanno fatto i tanti tifosi inglesi di Wembley è un po’ esagerato, ma meglio queste esagerazioni rispetto a quelle “tradizionali” degli hooligans. L’avversario non era dei più prestigiosi e a guardare bene il gioco espresso dall’Inghilterra non è stato granché. Comunque era una partita da vincere assolutamente ed è stata vinta e quattro gol sono sempre quattro gol. Gli inglesi sono partiti forte, hanno schiacciato i norvegesi nella loro metà campo, ma si sono dimostrati un po’ arruffoni. Soprattutto al momento di concludere hanno pasticciato parecchio. Bisogna dire che l’area di rigore norvegese era intasata di giocatori e non era sempre facile districarsi. a6a7b4dc01abd31007c5e3afe5928493Ci è voluto McDermott che al 37’ dopo un batti e ribatti ha azzeccato un bel diagonale che è passato in una selva di gambe ed è andato a infilarsi nell’angolino basso alla sinistra del portiere. Nella ripresa la Norvegia per forza di cose ha dovuto scoprirsi per cercare il pareggio, senza peraltro arrivare mai a impensierire Shilton. Così, con più spazio a disposizione, sono fioccate le occasioni per gli inglesi. Mariner è andato vicino al raddoppio un paio di volte e Robson si è visto respingere sulla linea un suo gran tiro a portiere battuto. Il raddoppio lo ha firmato Woodcock che ha battuto a colpo sicuro su un cross di Rix. Poi per un fallo di mano di Grondalen l’arbitro ha concesso un giusto rigore trasformato da McDermott. Per concludere in gloria è arrivato il quarto gol ad opera di Mariner che di testa ha schiacciato in rete un bel servizio di Robson.
Adesso l’Inghilterra si giocherà il passaggio agli ottavi nell’ultima partita del girone nello scontro diretto con la Repubblica Ceca. Non sarà una passeggiata, ma almeno non si troverà di fronte una squadra rinunciataria e tutta votata alla difesa come la Norvegia, al cui confronto il Padova di Rocco degli anni Cinquanta sarebbe apparso come l’Olanda di Rinus Michels degli anni Settanta.

 

Inghilterra – Norvegia 4-0
McDermott 37’, 75’ (R), Woodcock 66′, Mariner 85’.

Inghilterra: Shilton, Anderson, Sansom, Thompson, Watson, Gates, Robson, McDermott, Mariner, Woodcock, Rix.
Norvegia: Jacobsen, Berntsen, Kordahl, Aas, Grondalen, Albertsen, Hareide, Dokken, Larsen Okland, Jacobsen, Erlandsen (Ottesen 83’).
Arbitro: van Langenhove (Belgium).

Neuro2020 – Girone D – Croazia-Repubblica ceca

di Silvano Calzini

Pola, 9 febbraio 2011

CROAZIA-REPUBBLICA CECA

Il piccolo Gradski Stadion di Pola è una bolgia. Croatia vs. Portugal, 10th June 2013Non state a diventare matti per scoprire chi cavolo era questo Gradski. Non era nessuno. Gradski in croato significa “municipale”. In pratica si gioca al Comunale di Pola. I fuochi d’artificio non sono solo sulle tribune, ma anche in campo tra Croazia e Repubblica Ceca. I croati hanno la luna giusta e si vede subito. In un quarto d’ora vanno sul 2 a 0 con il brasiliano naturalizzato Eduardo e Kalinic, in giornata di grazia. Solo a quel punto i ceki iniziano la loro partita e subito accorciano le distanze con Sivok, che approfitta di una pennichella dei difensori croati. Poi a forza di titic e titoc riescono a imbrigliatre gli avversari e al 45’ agguantano il pareggio con un diagonale di Rosicky.

Nella ripresa i croati fanno e disfanno secondo indole e tradizione. Prima si divorano almeno tre palle-gol, poi al 61’ Rakitic pesca sull’out sinistro l’avanzato Simunic che crossa e Kalinic in tuffo di testa insacca. Al 74’ Ilicevic conclude con un piatto facile facile una splendida triangolazione Sivok-Rosicky-Sivok. Spettacolo puro e delirio dei tanti tifosi croati sugli spalti. E la Repubblica Ceca? Non pervenuta. È una squadra strana. Sanno giocare, sono messi bene in campo, ma quelli che sembrano mancare sono gli animal spirits. Va bene essere compassati, ma così siamo a un passo dal letargo. Quando sono in possesso del pallone avanzano a ritmo di ron ron e quando l’iniziativa passa agli avversari subiscono passivamente alla maniera di un punching ball. Urge una scossa.

Della Croazia che dire. Con la vittoria di oggi sono a un passo dal superamento del turno, il futuro è tutto nelle loro mani, o per meglio dire nei loro piedi che sono ottimi, ma anche nelle loro teste, che sono quelle che sono.

 

Croazia – Repubblica Ceca 4-2
Eduardo 9’; Kalinić 13’, 61’; Sivok 20’; Rosicky 45’; Ilicevic 74’.

Croazia: Runje, Corluka (46’ Lovren), Simunic, Srna, Ilicevic (81’ Vrsaljko), Kranjcar, Pranjic, Rakitić, Vukojevic (46’ Dujmovic), Eduardo, Kalinić.

Repubblica Ceca: Cech, Hubnik, Hubschmann, Kadlec, Pospech, Petrezela (57’ Hubnik), Plasil (68’ Pudil), Polak, Rosicky, Sivok, Rezek (46’ Necid).

 

Neuro2020 – Girone C – Austria-Olanda

di Gianluca De Salve

Vienna (Austria), 20 maggio 1978

AUSTRIA-OLANDA

Nella sua seconda partita del girone l’Olanda vince di misura senza entusiasmare. Un gol di Haan all’inizio del secondo tempo regala i tre punti ai lancieri e, probabilmente, esclude definitivamente l’Austria dalla competizione. Il calcio totale impone ancora una volta la sua legge. Una squadra, quella olandese, che è diventata negli anni una filosofia di vita e di gioco.


Tutti devono saper fare tutto, ogni movimento è collegato a quello del compagno e, nell’esaltazione della filosofia stessa, non è collegato a nessuno in particolare. Soltanto un giocatore può decidere di fare quello che vuole quando vuole, Johan Cruijff. Lui gioca come gli pare ma oggi non era in campo.
Cruijff non è l’unica presenza particolare nella squadra olandese. C’è un altro giocatore che sembra non c’entrare nulla con i suoi compagni e di certo non per un talento fuori dal comune come per il numero 14 più importante della storia del calcio mondiale.
Questo giocatore è il portiere Jongbloed. Un mistero in quella squadra di campioni.
Convocato per i mondiali del 1974 in Germania quando era un semiprofessionista fu costretto a trovare un sostituto che mandasse avanti la sua tabaccheria ad Amsterdam.
Scendeva in campo senza guantoni perchè gli davano fastidio ed era sicuramente molto più bravo con i piedi che con le mani.
È come se per i prossimi mondiali il nostro commissario tecnico Roberto Mancini lasciasse a casa Donnarumma o Sirigu e decidesse di puntare tutto su un portiere che gioca in Eccellenza, creandogli anche qualche problema perchè va bene l’onore di vestire la maglia azzurra ma c’è pur sempre da mandare avanti una cartoleria o una macelleria o un negozio di articoli sportivi. Non sono cose che si organizzano da un giorno con l’altro.
Jongbloed aveva anche una sua particolare filosofia in campo, non poteva essere altrimenti. jongbloedSe capiva che non sarebbe mai potuto arrivare su una conclusione scagliata verso la sua porta evitava di tuffarsi, era inutile. Nella finale mondiale del ’74 prese due gol facendo la figura di un portiere di calcetto durante la partita del venerdì sera con gli amici, quando non vedi l’ora che trascorrano i cinque minuti a testa da passare in porta per poi poter tornare a giocare fuori.
Solo che lui era il portiere di una nazionale e non di una nazionale qualunque, la nazionale del calcio totale. Forse solo di quella squadra poteva esserlo, di quella squadra che, per farne parte, dovevi saper fare anche altro, non solo giocare a calcio.
Malgrado lo scarso credito raccolto in patria il portiere che gioca a mani nude non ha preso gol neanche stasera, le stecche di sigarette possono attendere ancora per qualche anno.

«In partite del genere l’emozione era immensa. Ricordo che a Milano effettuai un intervento spettacolare e mentre ero proteso in tuffo ebbi la sensazione che avrei potuto fluttuare a mezz’aria in eterno se solo avessi voluto. La percezione estrema del concetto di libertà: questo è ciò che mi ha regalato il ruolo di portiere. Non esiste nulla di meglio al mondo.» Jan Jongbloed

 

Austria-Olanda 0-1
55′ Haan

Olanda: Jongbloed, Suurbier, Poortvliet, Rijsbergen, Krol, Van Hanegem, Jansen, Neeskens, Van de Kerkhof (Haan 46′), Rep (Van de Kerkhof 57′), Rensenbrink.
Allenatore: Happel.

Austria: Koncilia, Sara, Obermayer, Breitenberger, Pezzey, Prohaska, Jara, Hattenberger (Weber 46′), Happich (Baumeister 76′), Kreuz, Krankl.
Allenatore: Senekowitsch.

Neuro2020 – Girone B – Danimarca-Belgio

di Emiliano “el buitre” Fabbri

Strasburgo (Francia), 19 giugno 1984

DANIMARCA-BELGIO

Danimarca e Belgio si incontreranno nell’Europeo ormai 2021, ma già una volta si erano trovati di fronte in un campionato d’Europa: domenica 19 giugno 1984. FIGURINE-EURO-1984-0014Erano entrambi a due punti nel girone A dietro la Francia futura vincitrice, e allo Stade de la Meinau di Strasburgo nell’ultima giornata si sono giocati l’accesso alle semifinali. Era un periodo florido per entrambe le squadre, ospiti fisse delle manifestazioni internazionali, con la Danimarca che si avviava ad aprire un ciclo decennale, il migliore della sua storia, e il Belgio finalista europeo quattro anni prima in Italia. Ma in quella domenica di un caldo giugno alsaziano ne sarebbe rimasta solo una.

I giocatori che scesero in campo quella sera si conoscevano bene, infatti sui 26 che hanno preso parte alla gara, ben 18 giocavano nella Pro League belga, di cui addirittura 9 nell’Anderlecht. Gli unici belgi a giocare all’estero erano il mitico portierone Jean-Marie Pfaff, che difendeva la porta del Bayern Monaco, e il povero Ludo Coeck, allora interista, che l’anno dopo sarebbe morto a causa di un incidente stradale.

La “Danish Dynamite” in maglia rossa con le spalle frecciate Hummel, contro “Les Diables Rouges”, per l’occasione in bianco con rombi dei colori della bandiera a girare sul petto Adidas.

La partita si incanala sul binario belga quando al 26′ Jan Ceulemans, dopo un batti e ribatti, con un sinistro fulmineo in girata segna. Al 39′ sembra chiusa grazie a un eurogol di Frank Vercauteren, che riceve palla sulla fascia sinistra da una rimessa laterale, e col mancino di volo disegna una palombella che risucchia in una voragine il portiere danese Ole Qvist. Ma dopo due minuti il fratello maggiore dei Laudrup, con un’azione personale imbuca in area per Preben Elkjær Larsen, che con una sterzata improvvisa manda a ramengo Walter De Greef che lo arpiona. Il penalty della speranza viene segnato con un destro a incrociare da Frank Arnesen. Quando le squadre rientrano per il secondo tempo, la resistenza belga dura un quarto d’ora, il tempo per Pfaff di fare un’uscita a farfalla che lascia sulla testa di Kenneth Brylle la palla del pareggio. Ma è a dieci minuti dalla fine che la dinamite danese esplode, e la miccia è sul piede destro di “Cavallo Pazzo” Elkjær. Colui che un anno più tardi condurrà l’Hellas Verona a uno storico scudetto. All’80′ arpiona una palla in controbalzo con l’interno destro, poi con l’esterno dello stesso piede disorienta ancora una volta il povero De Greef, e con uno scavino sempre di destro anticipa l’uscita bassa di Pfaff, portando la Danimarca in semifinale. L’esultanza danese è orgiastica, con tutti i compagni che si lanciano sul compagno spalmato a terra a braccia larghe. Sarà lo stesso Elkjær a infrangere i sogni di finale, sparando nelle stelle dello Stade de Gerland di Lione il rigore decisivo nella semifinale contro la Spagna. Ma intanto, in una calda serata alsaziana, la Danimarca ha battuto il Belgio per 3 a 2.

Danimarca-Belgio 3-2
26′ Ceulemans, 39′ Vercauteren, 41′ Arnesen (R), 60′ Brylle, 84′ Elkjær

Danimarca: Qvist, Rasmussen (Brylle 58′), Busk, Olsen, Nielsen, Bertelsen, Lerby, Berggreen, M. Laudrup, Arnesen (Sivebæck 75′), Elkjær

Belgio: Pfaff, Grun, Clijsters, De Wolf, De Greef, Vercauteren (Voordeckers 62′), Vandereycken, Scifo, Claesen (Coeck 46′), Vandenbergh, Ceulemans