Pallonestan

di Tino Mantarro

[…] È una moschea sotterranea rivestita di tappeti su cui radi pellegrini sono in raccoglimento e illuminata da un lucernario che in realtà è un buco nel soffitto. Nella sala c’è solo la famiglia di Hamad, il custode. Le signore hanno il capo coperto e vestiti dai colori accesi che sembrano assai pesanti, alle orecchie monili intarsiati, al collo una imponente collana d’argento. Sono tutti abbastanza sorpresi di vedere occidentali, per cui parte il solito scambio di sorrisi:nostalg
«Otkuda vy?»
«Italia».
«Rim?».
«Niet. Milano. Milan». Grave errore.
«You A.C. Milan? Maldini, Pirlo...» chiede il più piccolo della fa­miglia.
«NOOO. Internazionale: Zanetti, Milito. Ci siamo capiti?».
A ogni viaggio fin dal primo momento mi rendo conto di quanto ca­suali e superficiali siano questi incontri. Tuttavia in paesi così difficili, dove l’unica lingua comune sono i sorrisi, qualche gesto che speri non venga frainteso e la formazione dell’Italia ai Mondiali, bisogna sfruttare ogni minima possibilità di contatto, ogni piccola occasione di vedere al di là del proprio sguardo. È l’unico modo per sollevare un lembo di estra­neità e mettersi in ascolto. A parte gli universali sorrisi, parlano kazako e russo – io né l’uno né l’altro –, l’unico argomento su cui si riesce a dialo­gare resta allora il linguaggio universale del calcio. Peccato siano milani­sti, anche qui. Sorpresi da come l’Internazionale (la squadra) non sfondi nelle terre dell’Internazionale (socialista) ce ne andiamo. Non prima che tutti insieme uomini e donne abbiano pregato per noi e invocato la be­nevolenza di Allah per il nostro viaggio. O così almeno mi piace credere. […]

[Questo aneddoto sull’universalità del linguaggio del calcio è tratto dal bellissimo Nostalgistan, di Tino Mantarro, Ediciclo editore, 2019.]