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Gino Cervi

ERNESTO COLNAGO – Il Maestro e la bicicletta. Conversazione con Marco Pastonesi – 66tha2nd (2020)

Ernesto Colnago è il Maestro e la sua margherita è una bicicletta. Non c’è la Mosca degli anni Trenta sullo sfondo ma l’Italia della rinascita, quella che esce dalla guerra e si rifà una vita, e soprattutto una voglia di vivere. Ernesto, classe 1932, ha fatto la storia del ciclismo italiano. Ci entra dalla porta principale, metà anni Cinquanta, quando Fiorenzo Magni, a cui, tra lo stupore di tutti, risolve un problema fisiometrico raddrizzando una pedivella fuori asse, gli chiede di seguirlo come meccanico della Nivea-Fuchs, al Giro d’Italia del ’55. Prima però, come ogni favola che si rispetti, deve superare “l’esame” di Faliero Masi, “il sarto”, che teneva bottega dentro al Vigorelli.
La favola inizia a Cambiago, sulla strada tra Milano e Bergamo, confini delle Brianza, in una famiglia contadina. Ma i campi, all’Ernesto, non sono mai piaciuti, e non per una questione di fatica. Lui è attirato dalla fabbrica, dalle cose che si pensano e poi si fanno crescere con le mani, tra le mani. Prima elettricista, poi la passione delle biciclette lo porta a Milano, alla bottega del Focesi, il patron della Gloria. Insomma, la storia comincia in Gloria e finisce sempre lì, settant’anni dopo, nella gloria sportiva e imprenditoriale dell’Ernesto che racconta, come in un film alla Ermanno Olmi la sua costante, umile e allo stesso tempo ambiziosa, poetica, proverbiale dedizione al lavoro.
Proverbiale come i motti, rigorosamente in lombardo, che punteggiano la narrazione: El pussee bell mestee l’è quel che sa fa con tutt piasé; Chi sa limà pian e tornì tond, poeu girà tutt el mond; Padron comanda, cavall el trotta; Se la va la g’ha i gamb; Nissun nass maester… Da Magni a Gianni Motta, da Adorni a Merckx, da Dancelli a Maertens, da Saronni a Zoetemelk, da Fondriest a Rominger, da Ballerini a Tonkov, da Museeuw a Olano, da Oscar Freire a Eva Lechner, da Sven Nys alla bicicletta gialla di Tadej Pogačar, ultimo vincitore al Tour. Per non dire delle figure “giù di sella”: Rolly Marchi, il general manager, e Isaia Steffano, il massaggiatore; Ambrogio Molteni e Giorgio Squinzi, gli imprenditori-sponsor; Gianni Brera e Bruno Raschi, i cantori del pedale; i meccanici storici, Piero Piazzalunga e Giuseppe Archetti;  Ernesto Colnago è il filo rosso della storia del ciclismo da settant’anni a questa parte. La sua illuminazione è la saldatura, quando per la prima volta la vide nell’officina del Fumagalli: «Ne rimasi stregato o forse incantato, comunque attratto o affascinato. Il saldatore mi apparve come il dio Vulcano, quello del fuoco. Ari, acqua e terra li conoscevo, il fuoco, in quel modo, no. E ne rimasi, per così dire, scottato, ustionato, bruciato per sempre. Quel fuoco era pura magia».
Ma se il filo, oltre che il maestro, è l’Ernesto la tela è mano di Marco Pastonesi, il Bulgakov delle storie di biciclette. La sua scrittura è un classico, il suo stile – lessico, sintassi, ritmo – è riconoscibile fin dalle prime righe, come le note di un Mozart, come una commedia di Goldoni. I suoi libri migliori sono “concertati”, hanno la leggerezza e la felicità di un insieme armonico di voci che si scandiscono in una partitura di arie e recitativi, un’opéra comique. Marco Pastonesi è un narratore corale. E questa “conversazione” col Maestro Colnago ne conferma, ancora una volta, la maestria del racconto.

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Repertorio dei discorsi da treno

di Gianvittorio Randaccio

Discorso numero 111repertorio

Il signore dice al suo vicino che lui proprio non la capisce la cagnara che fanno gli interisti ogni volta che perdono con la Juve.
Lui è interista, per di più, per cui non può essere accusato di avere sotto la giacca la maglietta bianconera. Per sottolineare la sua correttezza dice che la partita ieri sera l’ha vista con un suo amico che è juventino, e che dopo essersi insultati dal primo al novantesimo minuto, dopo la partita hanno mangiato insieme una aglio, olio e peperoncino, perché per lui la rivalità nel calcio non deve andare oltre certi confini.
Che alla fine, poi, la Juve vince perché è più forte mentalmente, anche se ogni tanto qualche aiuto arbitrale ce l’ha, però non è colpa sua, sono gli arbitri che sbagliano. Ieri sera, per esempio, anche quel deficiente dell’allenatore dell’Inter ha sbagliato a fare le sostituzioni, così la Juve ha vinto e ciao Peppa.

[Il 19 giugno è uscito il Repertorio dei discorsi da treno, per Sempremai. Questo è il centoundicesimo discorso, il penultimo: nessun rischio spoiler, ogni discorso è una storia a sé. (G.R.)]