Scalabrini e il tifo scalmanato

di Gianvittorio Randaccio

Le prime volte che andava allo stadio, Scalabrini rimaneva molto impressionato dal modo che hanno le persone di vedere le partite, di come lo stesso evento possa suscitare anche nei tifosi della stessa squadra reazioni così diverse. Scalabrini di natura è uno un po’ silenzioso, anche se quando si lascia andare diventa un discreto chiacchierone e fa un sacco di battute, tanto che è successo più di una volta che la gente gli dicesse che all’inizio era sembrato uno un po’ timido e invece, adesso, guarda lì che roba, non sta zitto un attimo. TIFO
Allo stadio, però, Scalabrini rimane fondamentalmente silenzioso: sta seduto al suo posto, ogni tanto parla col vicino, se la sua squadra segna esulta in maniera composta, alzandosi in piedi con le braccia per aria, ma senza agitarsi troppo. Anche quando la sua squadra gioca male, non è che perda il senno, si limita a qualche sacramento mentale, o al massimo borbotta a bassa voce, in modo che i vicini facciano fatica a sentirlo e magari lo confondano con un ronzio di sottofondo.
Gli altri, però, spesso non sono come Scalabrini, anzi. I suoi vicini in genere urlano, si alzano in piedi, maledicono l’arbitro, si guardano intorno alla ricerca di qualcuno con cui inveire e a volte capita anche che tifosi della stessa squadra finiscano per litigare tra di loro, il che è una cosa che ha dell’incomprensibile. Per non parlare dei tifosi organizzati, quelli delle curve, gli ultrà: loro non stanno zitti un momento e per tutta la partita cantano, saltano, suonano i tamburi, fanno esplodere petardi, come se invece che a guardare una partita fossero a una festa divertentissima, tipo quelle in cui ci si imbuca senza nemmeno conoscere il padrone di casa, che dopo mezz’ora si ritrova la casa devastata.
Scalabrini le prime volte che andava allo stadio, ma anche dopo in verità, anche se un po’ di meno, si chiedeva come fosse possibile che allo stadio la gente si scatenasse in quel modo, che bisogno di sfogarsi c’era se bastava un calcio d’angolo per farsi venire una crisi isterica o un gol annullato per augurare all’arbitro una morte immediata e accusarlo di avere una moglie di facili costumi.
Scalabrini si sentiva un po’ trattenuto, quello sì, magari se fosse stato a casa da solo avrebbe esultato diversamente per quel gol al novantesimo e, trasportato dalla gioia, avrebbe anche limonato volentieri con quella ragazza due file più avanti, però proprio non riusciva a spiegarsi quella necessità di spaccare tutto che sentiva in molti suoi vicini di posto, così evidente che a volte preferiva la partita finisse zero a zero, in modo da non percepire sempre quella sensazione di disagio che a lungo andare gli rendeva lo stadio un luogo difficile da frequentare.