Mexico ’86

di Gianluca De Salve

Il calcio mi interessava poco. Simpatizzavo comunque per due squadre, Juve e Fiorentina, soltanto perché la prima era la squadra di mio padre e la seconda quella di mio nonno ed entrambi cercavano di convincermi in ogni modo a sposare la loro causa: già questo può dare un’idea del mio livello di coinvolgimento.1200px-1986_FIFA_World_Cup.svg
Avevo appena compiuto nove anni e da qualche giorno erano iniziati i mondiali di calcio in Messico, era il 1986.
In tv quella sera di giugno giocava l’Italia campione del mondo in carica, affrontavamo la Corea.
Ero in camera mia, sdraiato sul letto a leggere, con mia mamma che faceva avanti e indietro dal salotto per tenermi informato sul risultato. Fece quel tragitto cinque volte perché la nostra nazionale vinse 3-2 con la doppietta di Spillo.
Ogni volta che compariva in camera le sorridevo in modo accondiscendete, in realtà stava disturbando non poco la mia lettura. Per quale motivo doveva interessarmi a tutti i costi quella partita?
Come un segno del destino anche sul Topolino che avevo in mano comparve un racconto dedicato alla nostra nazionale con Qui Quo e Qua capaci di giocate memorabili ripetute in seguito soltanto dal tridente blaugrana Messi-Suarez-Neymar. Mi convinsi che, forse, era arrivato il momento di fare almeno un tentativo.
La mattina dopo cominciai con qualche domanda di carattere generale rivolta a mio padre.
«Quindi abbiamo vinto ieri sera! Siamo in finale?»
«No, Gianluca. Abbiamo solo passato il girone.»
Tutto l’entusiasmo di mia madre era per l’ultima partita del girone.
«Ma come funzionano questi mondiali?»
«Ogni nazione arriva con i giocatori più forti e si fa un torneo.»
Dopo questa affermazione si aprì un mondo. La cosa cominciava a interessarmi, più che altro perché nella mia mente di bambino paragonai i mondiali di calcio a una versione sportiva del Risiko. Continua a leggere “Mexico ’86”

Il tackle della lavastoviglie

di Gianvittorio Randaccio

I calciatori, negli ultimi tempi, sono sempre più soggetti agli infortuni, è un dato di fatto incontrovertibile. Giocano ogni tre giorni, girano il mondo in continuazione, la palla corre per il campo a una velocità vertiginosa, le amichevoli delle nazionali non danno tregua: sono tante le potenziali cause di distorsioni, lesioni, fratture, strappi, affaticamenti e così via, tanto che quando un calciatore la sera va a letto sano e salvo sorride silenziosamente come se avesse vinto alla lotteria. Electric_dishwashing_machine,_1917
Recentemente sembra che nemmeno all’interno delle proprie case i calciatori possano stare più tranquilli: stanno aumentando vertiginosamente, infatti, gli incidenti domestici che, sempre più spesso, costringono i giocatori a lunghe assenze dai campi di gioco. I calciatori, infatti, anche se guadagnano cifre vertiginose e da molti sono considerati degli eroi moderni, tendono a considerarsi delle persone normali e perciò, spesso, si incaponiscono a mettere le mani (e i piedi) in faccende che potrebbero tranquillamente delegare agli altri, magari solo per avere una foto da postare sui social e far vedere che la loro vita non è tutta discoteca e veline. Qualche giorno fa, per esempio, William Gorger, trequartista gallese dello Swindon Team, è scivolato nella doccia mentre puliva le cromature dei rubinetti con un prodotto apposito, e si è lussato la clavicola, oltre ad aver sbeccato con il proprio ginocchio almeno tre piastrelle. Claudio Martelli, trequartista dell’Atletico Simonetta, invece, mentre puliva il piano cottura della propria cucina è stato inavvertitamente sgambettato dal portello della lavastoviglie, che la moglie aveva lasciato aperto per prendere lo scolapasta. Il Martelli si è girato all’improvviso ed ecco che la sua caviglia ha sbattuto contro lo spigolo del portello, lacerandosi e provocando l’uscita di molto sangue, tanto che sono stati necessari tredici punti per suturare la ferita. La lavastoviglie, invece, ne è uscita indenne. Continua a leggere “Il tackle della lavastoviglie”