Diabolik e una partita per la vita

di Gianvittorio Randaccio

Quando ero piccolo Diabolik era uno dei miei eroi preferiti dei fumetti. Era difficile trovargli un difetto: era un ladro gentiluomo, era intelligentissimo, aveva una bellissima moglie e, fasciato nella sua tuta nera, mostrava un fisico scolpito e agilissimo. Due cose, però, mi entusiasmavano in particolare: una era il pentothal, una specie di pozione magica infallibile che permetteva a Diabolik di far dire la verità a chi voleva lui; l’altra erano le sue maschere, che gli facevano assumere le sembianze praticamente di chiunque, senza che venisse mai scoperto. Quando lo leggevo mi chiedevo sempre cosa avrei fatto io con quelle maschere lì: avrei potuto prendere la faccia di Gianfranco Matteoli, per esempio, e presentarmi a San Siro al posto suo per giocare nell’Inter (avrei preferito Rummenigge, a dire il vero, ma la maschera di Diabolik non cambiava la dimensione dei quadricipiti, quindi mi avrebbero scoperto in fretta); oppure quella di Platini, per giocare al posto suo una partita disastrosa e far perdere la Juve. Tutti i miei desideri avevano a che fare con il calcio, ovviamente, che rappresentava tutto l’orizzonte del mio possibile e anche del mio impossibile, soprattutto quando leggevo Diabolik.

Così, l’altro giorno, quando ho trovato su una bancarella un Diabolik intitolato Una partita per la vita, in copertina un calciatore acrobatico, non ho resistito e l’ho comprato, divorandomelo poi in un quarto d’ora. Con mia grande gioia nella storia appaiono immediatamente il pentothal e una maschera, con cui Diabolik si trasforma in Matteo, uno scagnozzo di Guglielmo Zacks, criminale senza scrupoli in affari con Schiller, il sindaco di un paese chiamato Avercamp. Zacks vuole impossessarsi di un terreno per dare il via a un progetto di “edilizia intensiva”, guadagnando cifre astronomiche. Il problema è che su quel terreno c’è un disastrato campo di calcio, che rischia di sparire, inghiottito dai palazzi di Zacks. Sul campo ha mosso i primi passi Giò “Mito” Ryker, grande campione dalla vita un po’ movimentata, che prende a cuore la situazione dei ragazzi di Avercamp e si impegna in prima persona per salvare il campo e, contemporaneamente, se stesso. Ovviamente senza Diabolik il successo sarebbe una chimera: è grazie al nostro criminale del cuore (e ai suoi interessi, ovvio, lui non fa mai niente per niente), che il crimine perde e la giustizia trionfa.

Una partita per la vita è uscito nel 2000, più di vent’anni fa, e già sono presenti tutti i temi che da troppo tempo inquinando il mondo del calcio: il doping, lo strapotere dei procuratori, gli stipendi miliardari, il gossip e la bella vita che sempre più spesso rendono i calciatori degli uomini di spettacolo più che degli sportivi. E allora mi chiedo: siamo sicuri che sia la Superlega e poter risolvere tutti i problemi del calcio? Non funzionerebbero forse meglio il pentothal e le maschere di Diabolik per cambiare alla radice tutto quello che non funziona intorno al pallone? Io non ho dubbi e mi metto fin da subito a distrarre l’ispettore Ginko, per permettere a Diabolik di lavorare il più tranquillamente possibile…

Una modesta proposta

di Gianvittorio “Swift” Randaccio

Alla luce delle recenti dichiarazioni di Andrea Agnelli, mi sento di fare una modesta proposta per andare incontro alle sue esigenze ed evitare inutili discussioni sui criteri per regolamentare l’accesso alle maggiori competizioni calcistiche.dizicalcio
È presto detto: che Agnelli si prenda le tredici, quattordici supersquadre che vuole lui, costruisca un grande studio televisivo a forma di stadio e ci faccia disputare tutte le superleghe che ritiene necessarie. Non ci vuole poi molto. Anzi, è possibile immaginare che in virtù di questa novità, si crei un circolo vizioso che risolverebbe molti problemi in una volta sola. Per esempio, si potrebbe eliminare il pubblico allo stadio, fonte solo di fastidi come i cori, le invasioni, le lamentele per il caro prezzi, la diffusione del corona virus e così via. In sostituzione si potrebbero mettere dei cori e delle esultanze registrate, come le risate nei Jefferson o in Arnold, il risultato sarebbe lo stesso, nessuno noterebbe la differenza.
I tifosi starebbero a casa, belli comodi, con il loro telecomando, con il quale potrebbero anche esprimere giudizi sulle situazioni più controverse al Var: tramite il televoto si potrebbe tranquillamente decidere se un fuorigioco c’è o no, se una palla è uscita completamente dal campo o no, e anche se il colore della casacchina dell’arbitro è gradevole oppure è meglio cambiarlo. Continua a leggere “Una modesta proposta”