Ciao_L’Italia del Novanta_ 10 giugno

di Antonio Gurrado

10 giugno 1990

Lenta, sotterranea, inesorabile emerge negli italiani una lieve sperequazione fra le aspettative e la concreta realtà del Mondiale. Gli alberghi di Milano erano pronti ad accogliere i turisti tedeschi, che però scelgono di soggiornare sul Lario e sul Garda, visitando il capoluogo solo per la partita o, i più creativi, per scatenare un pomeriggio di guerriglia in centro: vetrine infrante, negozi saccheggiati, sassaiole, assalto ai tram (disordini anche a Peschiera, in verità, a conferma della vocazione lacustre dei teutonici). Biglietto-Ticket-Mondiali-Italia-90-Argentina-Urss-Napoli-13-06-1990Gli albergatori romani, che si aspettavano dieci milioni di turisti in più e si sono regolati di conseguenza, finiscono per dichiararsi danneggiati dal troppo ottimismo; in effetti. A Napoli erano stati preparati dodicimila posti per argentini pronti a invocare la sacra persona di Maradona e se ne sono presentati mille, con in più il rischio concreto che la sconfitta inaugurale decurti l’entusiasmo di quelli che erano indecisi riguardo al viaggio transatlantico, magari dagli ottavi di finale. Probabilmente non aiuta la clausola capestro di alcune agenzie, che mettono in vendita pacchetti-viaggio per l’Italia abbinati a biglietti per partite di seconda fascia.

Niente tuttavia in confronto alla fiducia nell’umanità dimostrata da dei tipografi dilettanti di Forcella, che in un garage hanno stampato ben duemila biglietti allo scopo di beneficiare il pubblico, non prevedendo che l’umanità sa dimostrarsi particolarmente ingrata, specie quando scopre che il biglietto che ha comprato è solo un esemplare di duemila copie che danno tutte diritto allo stesso identico posto al San Paolo. A Bolzano hanno problemi diversi: per ordine del questore, dalla mezzanotte è proibito schiamazzare suonando il clacson o urlando; non si capisce se sia una misura preventiva in vista della sonora vittoria con cui la Germania Ovest schiaffeggia la Jugoslavia, un 4-1 che oscura i contemporanei stenti del Brasile per venire a capo della Svezia a Torino. Si inizia a indicare i tedeschi come favoriti per venire sconfitti in finale dall’Italia, la cui vittoria non viene messa in discussione.

Intanto, vestita di un completo cremisi, torna in tv Vanna Marchi, che illustra al pubblico le proprietà miracolose di un liquido alle alghe che promette di perdere dieci chili in meno nel giro di quattro settimane, il tutto mentre si trova agli arresti domiciliari.

 

Scalabrini e il tifo scalmanato

di Gianvittorio Randaccio

Le prime volte che andava allo stadio, Scalabrini rimaneva molto impressionato dal modo che hanno le persone di vedere le partite, di come lo stesso evento possa suscitare anche nei tifosi della stessa squadra reazioni così diverse. Scalabrini di natura è uno un po’ silenzioso, anche se quando si lascia andare diventa un discreto chiacchierone e fa un sacco di battute, tanto che è successo più di una volta che la gente gli dicesse che all’inizio era sembrato uno un po’ timido e invece, adesso, guarda lì che roba, non sta zitto un attimo. TIFO
Allo stadio, però, Scalabrini rimane fondamentalmente silenzioso: sta seduto al suo posto, ogni tanto parla col vicino, se la sua squadra segna esulta in maniera composta, alzandosi in piedi con le braccia per aria, ma senza agitarsi troppo. Anche quando la sua squadra gioca male, non è che perda il senno, si limita a qualche sacramento mentale, o al massimo borbotta a bassa voce, in modo che i vicini facciano fatica a sentirlo e magari lo confondano con un ronzio di sottofondo.
Gli altri, però, spesso non sono come Scalabrini, anzi. I suoi vicini in genere urlano, si alzano in piedi, maledicono l’arbitro, si guardano intorno alla ricerca di qualcuno con cui inveire e a volte capita anche che tifosi della stessa squadra finiscano per litigare tra di loro, il che è una cosa che ha dell’incomprensibile. Per non parlare dei tifosi organizzati, quelli delle curve, gli ultrà: loro non stanno zitti un momento e per tutta la partita cantano, saltano, suonano i tamburi, fanno esplodere petardi, come se invece che a guardare una partita fossero a una festa divertentissima, tipo quelle in cui ci si imbuca senza nemmeno conoscere il padrone di casa, che dopo mezz’ora si ritrova la casa devastata.
Scalabrini le prime volte che andava allo stadio, ma anche dopo in verità, anche se un po’ di meno, si chiedeva come fosse possibile che allo stadio la gente si scatenasse in quel modo, che bisogno di sfogarsi c’era se bastava un calcio d’angolo per farsi venire una crisi isterica o un gol annullato per augurare all’arbitro una morte immediata e accusarlo di avere una moglie di facili costumi.
Scalabrini si sentiva un po’ trattenuto, quello sì, magari se fosse stato a casa da solo avrebbe esultato diversamente per quel gol al novantesimo e, trasportato dalla gioia, avrebbe anche limonato volentieri con quella ragazza due file più avanti, però proprio non riusciva a spiegarsi quella necessità di spaccare tutto che sentiva in molti suoi vicini di posto, così evidente che a volte preferiva la partita finisse zero a zero, in modo da non percepire sempre quella sensazione di disagio che a lungo andare gli rendeva lo stadio un luogo difficile da frequentare.